Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2015-09-10

IMPORTA PELLICCE DI ANIMALI IN ITALIA: CONDANNA CONFERMATA DALLA CASSAZIONE - Cass. pen. 34281/15 - Annalisa GASPARRE

- importazione pellicce

- non è un fatto di "particolare tenuità"

Il legale rappresentante di un grossista di pelli di animali è stato condannato dal Tribunale di Milano in data 20 febbraio 2015 per violazione della normativa in materia di commercio di specie animali e vegetali protette. Il reato consisteva nell'aver importato nel 2010 teli di pellicce ricucite di animali allegati nell'allegato I e succ. modif. del Regolamento CEE nr. 3254/91. La merce (le spoglie degli animali) è stata sequestrata.

Condannato ad una ammenda (si tratta di una contravvenzione) senza concessione di attenuanti ma con pena sospesa e confisca, l'imputato ha proposto ricorso per Cassazione.

La Suprema Corte ha ricordato che il reato consiste nella condotta di "Chiunque, in violazione di quanto previsto dal Regolamento (CEE) n. 3254/91 del Consiglio, del 4 novembre 1991, e successive modificazioni e integrazioni, in relazione agli esemplari appartenenti alle specie di cui all'allegato 1 e successive modificazioni del predetto Regolamento, introduce nel territorio nazionale, senza la prescritta certificazione ovvero con certificazione non valida, pellicce animali o altre merci contenenti pellicce animali, elencate nell'allegato 2 e successive modificazioni del medesimo Regolamento, aventi come origine uno Stato previsto dall'allegato alla Decisione 98/596/CE della Commissione, del 14 ottobre 1998, e successive modificazioni, anche se riesportate da altro Stato, o introduce nel territorio nazionale pellicce animali o altre merci contenenti pellicce animali, elencate nel predetto allegato 2 e successive modificazioni, aventi come origine uno Stato non previsto nell'allegato alla Decisione 98/596/CE della Commissione, del 14 ottobre 1998, e successive modificazioni, è punito...". La Corte ha ritenuto infondato il ricorso e ha confermato la condanna.

Tutti i beni oggetto di sequestro nel procedimento provenivano dalla Cina: i giudici ricordano che possono essere importati dalla Cina (con certificazione) le pelli di Canis lupus, di Martes zibellina, di Mustela erminea e di Ondatra zibethicus, mentre costituisce reato la mera importazione delle pelli di animali di altra natura. Nel caso in esame risultavano importate pelli di Ondatra zibethicus, per le quali occorreva la certificazione, nonchè pelli di Canis latrans (Coyote) per le quali il reato si è perfezionato con la mera importazione.

La sentenza merita di essere segnalata, non solo perchè rare sono le pronunce in tema di importazione di pellicce, ma soprattutto perchè, richiesta di applicare il nuovo istituto della "particolare tenuità del fatto" di cui all'art. 131 bis c.p. che comporta la non procedibilità, la Corte rileva che il "beneficio" non possa essere concesso all'imputato perchè, "la quantità di pelli importate, il fatto che si tratti di importazioni avvenute in tempi diversi e l'attività professionale svolta dall'imputato che certamente non poteva ignorare le prescrizioni normative poste alla base dell'importazione dei beni in contestazione, beni all'evidenza destinati alla successiva messa in commercio, consente di escludere che ci si possa trovare in presenza di un fatto-reato di "particolare" tenuità". Sul punto, è da ritenere, dunque, che anche un'ipotesi contravvenzionale possa, nel caso concreto, non assumere i connotati della particolare tenuità che ne determinano la fuoriuscita dal circuito penale.

In tema di animali, volendo, Diritti degli animali. Antologia di casi giudiziari oltre la lente dei mass media, Key Editore, maggio 2015.

Su questa Rivista, invece, 30.3.2015, "LUSSO, VISONI, DELIRI E ORRORI: UNA CATENA DI MORTE" - Trib. Padova, 22.5.2014.

Cass. pen. Sez. feriale, Sent., (ud. 28-07-2015) 06-08-2015, n. 34281

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE FERIALE PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ZECCA Gaetanino - Presidente -

Dott. VESSICCHELLI Maria - Consigliere -

Dott. RAMACCI Luca - Consigliere -

Dott. ALMA M. M. - rel. Consigliere -

Dott. IANNELLO Emilio - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sugli atti di impugnazione proposti da:

- A.F.V.M., nato a (OMISSIS);

nonchè (in via incidentale) dal Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Milano;

avverso la sentenza n. 1794/2015 in data 20/2/2015 del Tribunale di Milano;

visti gli atti, la sentenza e gli atti di impugnazione;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. ALMA Marco Maria;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. GALASSO Aurelio, che ha concluso chiedendo dichiararsi l'inammissibilità di entrambi i ricorsi;

udito il difensore dell'imputato, Avv. GIANZI Luigi, che ha concluso chiedendo l'accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

Con sentenza in data 20/2/2015 il Tribunale di Milano in composizione monocratica ha dichiarato A.F.V.M. colpevole del reato di cui al D.Lgs. n. 275 del 2001, art. 5 limitatamente alle importazioni del 10/8/2010 e del 9/9/2010 di teli di pellicce ricucite di animali elencati nell'allegato I e succ. modif. del Regolamento CEE nr. 3254/91 e, concesse allo stesso le circostanze attenuanti generiche, lo ha condannato alla pena di Euro 8.000,00 di ammenda. Pena sospesa e confisca e distruzione di quanto in sequestro.

Con la stessa sentenza è stato dichiarato non doversi procedere nei confronti dell'imputato in ordine al reato allo stesso ascritto limitatamente all'importazione del 12/2/2010 per essersi lo stesso estinto per intervenuta prescrizione.

Impugna con atto di "appello" avverso la predetta sentenza il difensore dell'imputato, deducendo:

1. Nullità della sentenza ex art. 522 cod. proc. pen..

Sulla premessa che l'art. 3 del Regolamento CE n. 3254/91 nel vietare l'importazione di pellame di talune specie di animali selvatici originarie di paesi che utilizzano per la cattura tagliole o altri metodi crudeli e che tale divieto è derogato nel caso in cui la merce provenga dai Paesi indicati nell'allegato alla decisione della Commissione CE n. 98/596/CE e sia accompagnato da apposita certificazione attestante l'uso di metodi non cruenti per la cattura di detti animali, rileva la difesa del ricorrente che l'imputato è stato chiamato a rispondere solo dell'addebito D.Lgs. n. 275 del 2001, ex art. 5 prima parte, atteso che il capo di imputazione fa riferimento alla fattispecie di importazione priva di certificazione e non anche quella di importazione da Paese non autorizzato. Per contro la pronuncia del Giudice di prime cure si sarebbe incentrata anche sulla seconda ipotesi di cui al D.Lgs. n. 275 del 2001, art. 5 il che avrebbe determinato una violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza avendo il Tribunale condannato l'imputato per due episodi non oggetto di contestazione.

2. Carenza di motivazione con riferimento alla doglianza difensiva circa il difetto di contestazione.

Si duole la difesa del ricorrente dell'assenza di motivazione (anche grafica) circa la questione di cui al punto che precede così come sollevata in fase di discussione e riportata nelle conclusioni indicate anche nella sentenza stessa oltre che nel verbale di udienza.

3. Omessa motivazione circa la responsabilità penale.

Evidenzia la difesa del ricorrente che tutta la motivazione della sentenza impugnata è incentrata a dimostrare il dato inconferente dell'assenza di certificazione e non quello della importazione dei pellami da un Paese non legittimato il che incide sulla motivazione circa la penale responsabilità dell'imputato.

4. Applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto introdotta con il D.Lgs. 16 marzo 2015, n. 28.

Rileva, al riguardo, la difesa del ricorrente che non risultano condizioni oggettive o soggettive preclusive del riconoscimento della predetta causa di non punibilità essendo consistita la condotta in contestazione in un mero difetto documentale all'atto dell'importazione del pellame.

Il Procuratore Generale ha, a sua volta, proposto "appello incidentale" avverso la predetta sentenza lamentando l'assenza di congrua motivazione circa la concessione all'imputato delle circostanze attenuanti generiche.

Con nota in data 14/5/2015 la Corte di Appello di Milano ha trasmesso gli atti per competenza a questa Corte Suprema essendo stati i gravami proposti avverso sentenza non appellabile ex art. 593 c.p.p., comma 3.

Motivi della decisione

1. I primi tre motivi di gravame così come formulati dalla difesa dell'imputato appaiono meritevoli di trattazione congiunta.

Il D.Lgs. n. 275 del 2001, art. 5 testualmente recita: "Chiunque, in violazione di quanto previsto dal Regolamento (CEE) n. 3254/91 del Consiglio, del 4 novembre 1991, e successive modificazioni e integrazioni, in relazione agli esemplari appartenenti alle specie di cui all'allegato 1 e successive modificazioni del predetto Regolamento, introduce nel territorio nazionale, senza la prescritta certificazione ovvero con certificazione non valida, pellicce animali o altre merci contenenti pellicce animali, elencate nell'allegato 2 e successive modificazioni del medesimo Regolamento, aventi come origine uno Stato previsto dall'allegato alla Decisione 98/596/CE della Commissione, del 14 ottobre 1998, e successive modificazioni, anche se riesportate da altro Stato, o introduce nel territorio nazionale pellicce animali o altre merci contenenti pellicce animali, elencate nel predetto allegato 2 e successive modificazioni, aventi come origine uno Stato non previsto nell'allegato alla Decisione 98/596/CE della Commissione, del 14 ottobre 1998, e successive modificazioni, è punito...".

Come correttamente osservato nell'atto di gravame formulato dalla difesa, la fattispecie prevede sostanzialmente due condotte a seconda dello Stato di provenienza delle pellicce animali: se si tratta di uno Stato ricompreso tra quelli indicati nell'allegato alla Decisione nr. 98/596/CE del 14 ottobre 1998 della Commissione, occorrerà la prescritta (valida) certificazione, mentre se si tratta di uno Stato diverso da quelli elencati nella Decisione di cui sopra il reato si consumerà attraverso la mera introduzione nel territorio dello Stato dei predetti beni.

In sostanza, la condotta indicata dalla norma in entrambi i casi sarà quello della "introduzione nel territorio nazionale" e solo nella prima ipotesi occorrerà per il perfezionamento del reato anche l'assenza della richiesta valida certificazione.

Ciò premesso, va rilevato che la condotta contestata all'imputato (quale Amministratore Unico della società "___ S.r.l.") e riassunta nel capo di imputazione (così come integrato dall'allegato verbale di sequestro) è quella di avere "introdotto" nel territorio nazionale "senza la prescritta certificazione" teli di pellicce ricucite di animali meglio indicati in atti.

Pacifico - e non oggetto di contestazione - è tutti i beni oggetto di sequestro nel procedimento che qui ci occupa provenivano dalla Cina ed altrettanto pacifico sulla base della normativa sopra indicata è che possono essere importati dalla Cina (con certificazione) le pelli di Canis lupus, di Martes zibellina, di Mustela erminea e di Ondatra zibethicus, mentre costituisce reato la mera importazione delle pelli di animali di altra natura.

Ora nel caso in esame risultano importate pelli di Ondatra zibethicus, per le quali occorreva la certificazione, nonchè pelli di Canis latrans (Coyote) per le quali il reato si è perfezionato con la mera importazione.

Ne consegue che il capo di imputazione - onnicomprensivo - è corretto per quanto riguarda le pelli di Ondatra zibethicus ed addirittura sovrabbondante per quanto concerne le pelli di Canis latrans (Coyote).

Nella sentenza impugnata non si è quindi verificata alcuna mutazione della contestazione e tantomeno alcuna violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza essendo stato l'imputato posto in grado di difendersi su tutti gli elementi di fatto (correttamente e compiutamente contestati) in relazione ai quali si procedeva nei suoi confronti.

Non sussiste infatti violazione del principio di correlazione fra accusa e sentenza quando non muta il fatto storico sussunto nell'ambito della contestazione (Cass. Sez. 3, sent. n. 5463 del 05/12/2013, dep. 04/02/2014, Rv. 258975).

Manifestamente infondata è quindi la doglianza formulata sul punto dalla difesa dell'imputato in presenza di una sentenza congruamente e logicamente motivata anche sulle questioni oggetto di contestazione in sede di giudizio.

Quanto, poi, alla prova di colpevolezza dell'imputato - tenuto conto che ci si trova in presenza di reato di natura contravvenzionale ed il cui elemento soggettivo può essere individuato anche nella colpa - va detto che anche in questo caso la sentenza (cfr. pag. 3) risulta essere stata adeguatamente motivata.

2. Quanto all'invocato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all'art. 131-bis cod. pen., sulla doverosa premessa che "La esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all'art. 131-bis cod. pen., ha natura sostanziale ed è applicabile ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del D.Lgs. 16 marzo 2015, n. 28, ivi compresi quelli pendenti in sede di legittimità, nei quali la Suprema Corte può rilevare di ufficio ex art. 609 c.p.p., comma 2, la sussistenza delle condizioni di applicabilità del predetto istituto, fondandosi su quanto emerge dalle risultanze processuali e dalla motivazione della decisione impugnata" (Cass. Sez. 3, sent. n. 15449 del 08/04/2015, dep. 15/04/2015, Rv. 263308; Sez. 4, sent. n. 22381 del 17/04/2015, dep. 27/05/2015, Rv. 263496) deve però essere evidenziato che nel caso in esame la quantità di pelli importate, il fatto che si tratti di importazioni avvenute in tempi diversi e l'attività professionale svolta dall'imputato che certamente non poteva ignorare le prescrizioni normative poste alla base dell'importazione dei beni in contestazione, beni all'evidenza destinati alla successiva messa in commercio, consente di escludere che ci si possa trovare in presenza di un fatto-reato di "particolare" tenuità.

4. Per le considerazioni or ora esposte, dunque, il ricorso dell'imputato deve essere dichiarato inammissibile.

Segue, a norma dell'art. 616 c.p.p., la condanna dello stesso al pagamento delle spese del procedimento ed al pagamento a favore della Cassa delle Ammende, non emergendo ragioni di esonero, della somma ritenuta equa di Euro 1.000,00 (mille) a titolo di sanzione pecuniaria.

5. Quanto, infine, all'atto di gravame proposto dal Pubblico Ministero deve esserne dichiarata l'inammissibilità essendo lo stesso del tutto generico e quindi non rispettoso dei canoni di cui al combinato disposto degli art. 581 c.p.p., comma 1, lett. c), e art. 591 c.p.p., comma 1, lett. c).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso del P.G. territoriale.

Dichiara inammissibile il ricorso proposto da A.F. V.M. e lo condanna al pagamento delle spese del procedimento nonchè della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 28 luglio 2015.

Depositato in Cancelleria il 6 agosto 2015



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