Legislazione e Giurisprudenza, Impresa, società, fallimento -  Redazione P&D - 2014-11-21

IMPRESA FAMIGLIARE: GESTIONE IN FORMA SOCIETARIA, Cass. 23676/14 - Paolo IASIELLO

Con la sentenza annotata le Sezioni Unite, componendo un contrasto di giurisprudenza, hanno affermato che l"istituto dell"impresa familiare disciplinato dall"art. 230 bis cod. civ. è inapplicabile in tutti i casi in cui l"impresa sia gestita in forma societaria, di qualunque tipo essa sia.

In precedenza, di fronte al testo della norma che si riferisce genericamente alla "impresa familiare" senza ulteriori specificazioni, la dottrina e giurisprudenza (sia di merito che di legittimità) avevano prospettato un ventaglio di soluzioni, riepilogate nella sentenza delle Sezioni Unite 1.

La motivazione della sentenza prende le mosse dal testo letterale della norma che riferendosi tout court all"impresa, potrebbe in astratto essere compatibile con imprese collettive esercitate in forma societaria, anche se la rilevanza riconosciuta al lavoro svolto nell"ambito della famiglia fornisce un primo elemento semantico a favore della riferibilità dell"istituto all"imprenditore persona fisica.

L"elemento decisivo per escludere l"applicabilità dell"art. 230 bis alle società è costituito secondo le Sezioni Unite dalla incompatibilità della disciplina complessiva dell"impresa familiare con l"ordinamento delle società.

L"art. 230 bis attribuisce infatti al familiare un diritto di partecipazione agli utili dell"impresa ed ai beni acquistati con essi, nonché agli incrementi aziendali anche in ordine all"avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato.

Nelle società un diritto di partecipazione agli utili è previsto dal codice solo per le società di persone, ma esso non è proporzionale alla quantità e qualità del lavoro prestato. Nelle società di capitali, inoltre, ai soci compete solo un"aspettativa sugli utili che, per concretizzarsi, necessità di una delibera dell"assemblea o di una decisione dei soci.

Nessun diritto di partecipazione compete poi ai soci, anche di società personale, sui beni sociali e sugli incrementi aziendali finché dura la società.

Sotto il profilo organizzativo, il codice prevede inoltre determinati modelli di gestione delle società (nomina di amministratori, assemblea, decisioni dei soci) che sono incompatibili con i diritti che l"art. 230 bis riconosce al familiare di partecipare a maggioranza alle decisioni concernenti l"impiego degli utili e degli incrementi, la gestione straordinaria, gli indirizzi produttivi e la cessazione dell"impresa.

L"estensione della disciplina dell"impresa familiare alle società comporterebbe una caotica sovrapposizione di regolamentazioni che attribuirebbe al familiare, estraneo alla società, il potere di incidere sulle scelte gestionali che la legge riserva ai soci ed agli organi della stessa.

A conferma di tale impostazione, le Sezioni Unite invocano il criterio teleologico, rilevando che la mens legis dell"art. 230 bis consiste nell"approntare una tutela residuale e di chiusura in caso di rapporti contrattuali non riconducibili ad altri istituti 2.

Infine la Cassazione rifiuta la tesi dell"applicazione selettiva di alcune parti soltanto della disciplina dell"impresa familiare (secondo questo orientamento sarebbe applicabile il diritto al mantenimento del familiare mentre inapplicabili sarebbero i restanti poteri del familiare, incompatibili con la forma societaria dell"impresa): tale approccio, infatti, si traduce in una inammissibile forzatura del testo della norma che verrebbe ad essere amputata di talune parti e quindi in sostanza manipolato.

L"impostazione seguita dalla Suprema Corte appare di indubbio rigore e rispettosa del testo dell"art. 230 bis oltre che della disciplina societaria.

Rimane tuttavia sullo sfondo una imprescindibile esigenza di tutela del lavoro svolto dal familiare a favore di una società di cui siano soci suoi parenti o affini (che spiega del resto i tentativi di parte della dottrina e della giurisprudenza di proporre differenti soluzioni interpretative).

Questa esigenza di tutela del lavoro non pare possa spingersi fino a dubitare della costituzionalità dell"art. 230 bis. Sul punto le Sezioni Unite rilevano che non esiste un deficit di garanzia in quanto, in ultima analisi, rimane applicabile il rimedio sussidiario, di chiusura, dell"arricchimento senza causa. A ciò si potrebbe aggiungere la diversità di situazione tra l"impresa esercitata in forma societaria e quella organizzata in forma individuale che rende non irrazionale (e quindi non in contrasto con l"art. 3 Cost.) l"inapplicabilità della disciplina dell"impresa familiare alle società. Senza considerare che un"eventuale estensione dell"istituto alle società richiederebbe un coordinamento con la regolamentazione dettata dal codice per queste ultime che, essendo molteplici le scelte e gli interventi possibili, pare rientrare nell"ambito di discrezionalità del legislatore, tenuto a contemperare i diversi interessi in gioco.

La tutela del lavoro prestato nell"ambito di una società familiare deve pertanto ricercarsi nell"ambito di altri istituti rispetto ai quali l"impresa familiare ha, come si è visto, carattere residuale.

In primo luogo bisognerà indagare se sia configurabile un rapporto di lavoro subordinato (o autonomo).

Si tratta di un tema di indagine sovente indagato dalla giurisprudenza che ha posto in rilievo la necessità che la parte non soltanto dimostri la prestazione della sua attività lavorativa ma offra anche la prova degli elementi sintomatici della subordinazione, cioè il rispetto dell"orario di lavoro e l"inserimento nella struttura organizzativa del datore di lavoro, quale l"esistenza di direttive e controlli datoriali 3.

Da questo punto di vista un ostacolo al riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato è spesso ravvisato nella presunzione di gratuità delle prestazioni lavorative rese in ambito familiare 4.

Su questa problematica la sentenza in commento offre uno spunto interessante laddove afferma che a seguito della riforma del 1975 "è venuto meno l"argomento della presunzione di gratuità delle prestazioni rese nel contesto familiare".

Infatti proprio dalla disciplina dell"impresa familiare si ricava il principio per cui il lavoro svolto dal familiare deve essere remunerato, superando, nell"ambito dell"impresa, la presunzione di gratuità delle sue prestazioni.

Questo principio di esclusione della presunzione di gratuità delle prestazioni rappresenta il nucleo minimo di tutela dettata dall"art. 230 bis che appare estensibile anche al lavoro prestato dal familiare a favore di un"impresa organizzata in forma societaria.

L"esclusione della presunzione di gratuità potrà facilitare la prova dell"esistenza del rapporto di lavoro subordinato, sempre che, beninteso, siano dimostrati gli ulteriori elementi caratteristici di esso.

Nei casi in cui, non sia possibile configurare un rapporto di subordinazione, bisognerà verificare se si possano individuare altri rapporti, per es. quello di associazione in partecipazione 5

Quale estrema ratio, in via residuale si dovrà infine ricorrere alla disciplina dell"arricchimento senza causa, come indicato nella stessa sentenza delle Sezioni Unite.

1 Ai precedenti menzionati nel testo della sentenza possiamo aggiungere: T. Milano, 31-05-2006 (in Riv. critica dir. lav., 2006, 782, n. CORDEDDA e Orient. giur. lav., 2006, I, 480) secondo cui, non potendo ipotizzarsi un rapporto di parentela o di affinità, come è richiesto dall"art. 230 bis c.c., del lavoratore con una società, non è configurabile un"impresa familiare esercitabile in forma societaria; posiziona analoga è espressa da T. Venezia, 17-02-2000 in Rass. giur. lav. Veneto, 2000, fasc. 1, 81; invece A. Messina, 16-02-2000 (in Foro It. 2001, I, 2345) facendo leva sull"esigenza di tutela del lavoro familiare svolto nell"ambito dell"impresa, in qualunque forma sia gestita, ammette la configurabilità di un"impresa familiare nella collaborazione prestata a congiunti che svolgono un"attività imprenditoriale in forma di società di fatto.

2 Il carattere residuale della norma è costantemente affermato dalla giurisprudenza: cfr. per es. Cass. civ., sez. I, 19-07-1996, n. 6505: "l"istituto dell"impresa familiare (art. 230 bis c.c.) ha natura residuale o suppletiva, in quanto diretto ad apprestare una tutela minima ed inderogabile a quei rapporti di lavoro comune che si svolgono negli aggregati familiari, con la conseguenza che non può riconoscersi la esistenza in concreto di tale istituto quando i rapporti intervenuti tra i componenti della famiglia e manifestati in una attività economica produttiva, svolta con la partecipazione di tutti, trovino il loro fondamento in un diverso specifico rapporto negoziale (nella specie, società di fatto)". In senso analogo v. Cass. civ., sez. I, 16-06-2010, n. 14580 e A. Brescia, 04-12-2010 in Dir. e giur. agr. e ambiente, 2011, 718, n. CINQUETTI.

3 V. Cass. civ., sez. lav., 08-04-2011, n. 8070 e Cass. civ., sez. lav., 22-11-2011, n. 24619.

4 Cfr. da ultimo Cass. civ., sez. lav., 20-04-2011, n. 9043: "per superare la presunzione di gratuità delle prestazioni lavorative rese in ambito familiare (che trova la sua fonte nella circostanza che tali prestazioni vengono normalmente rese affectionis vel benevolentiae causae) è necessario che la parte che faccia valere in giudizio diritti derivanti da tali rapporti offra una prova rigorosa degli elementi costitutivi del rapporto di lavoro subordinato e, in particolar modo, dei requisiti indefettibili della subordinazione e della onerosità.

5 Al riguardo occorre tenere presente che il contratto di associazione in partecipazione non richiede particolari forme né ad substantiam né ad probationem e può ben sussistere quando l"apporto dell"associato consista in beni strumentali o prestazioni lavorative e quando lo stesso associato si occupi, entro limiti precisi e convenuti, della gestione dell"associazione di cui tuttavia l"associante mantiene sempre la veste di dominus (T. Palermo, 10-02-1989 in Giur. comm., 1990, II, 680, n. AGUGLIA).



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati