Articoli, saggi, Reo, vittima -  Gasparre Annalisa - 2014-04-08

IMPUTABILITA', VIZIO DI MENTE E DISTURBI DELLA PERSONALITA': PRINCIPI TEORICI E GIURISPRUDENZA - Annalisa GASPARRE

L'imputabilità è un concetto che rinvia al principio di personalità della responsabilità penale ed esprime i valori sottesi al fine rieducativo della pena che, se deve essere giusta, deve consistere in un rimprovero che il condannato sia in grado di percepire, introiettare e utilizzare in un percorso rieducativo.

La legge penale afferma che è punibile solo chi era imputabile al momento della commissione del fatto-reato e aggiunge che 'imputabile' è la persona capace di intendere e di volere (art. 85 c.p.).

L'imputabilità è il presupposto al rimprovero di responsabilità ed attiene alla persona del reo e non al reato. Tradizionalmente, l'imputabilità si studia nell'ambito della colpevolezza, ma dolo e colpa non riguardano la capacità di intendere e di volere del soggetto bensì la struttura del reato (sono gli elementi soggettivi del fatto illecito richiesti dalla fattispecie astratta); al contrario, di imputabilità si inizia a ragionare quando il reato è già stato individuato nella sua struttura (oggettiva e soggettiva).

Merita sottolinearsi che l'accertamento dell'imputabilità va effettuato con riferimento al momento del fatto: occorre preliminarmente valutare se il soggetto era in grado di comprendere il significato della propria condotta e i suoi effetti (capacità di intendere) e se poteva autodeterminarsi in relazione agli impulsi, avendo potere di selezionare spinte criminose e spinte criminorepellenti (capacità di volere).

L'accertamento può essere disposto anche d'ufficio dal giudice. Qualora si dubiti che la capacità di intendere e di volere sia dovuta a infermità manifestata successivamente al fatto e l'imputato non sia in grado di partecipare coscientemente al processo, entrano in gioco le norme degli artt. 70 e 71 c.p.p. e il processo, previa perizia volta all'accertamento, deve essere sospeso.

Dopo l'enunciato generale dell'art. 85 c.p., la scelta codicistica è quella di tipizzare talune situazioni - non ritenute tassative - idonee ad escludere l'imputabilità. Sono individuate situazioni-tipo che presuppongono una summa divisio tra soggetti adulti e minori. Per i primi è prevista una presunzione iuris tantum di imputabilità, mentre il minore di anni 14 è ritenuto assolutamente non imputabile, infine, il minore ultraquattordicenne deve essere sottoposto ad accertamento volto a verificare capacità di intendere e di volere.

La capacità di intendere e di volere dell'adulto è presunta, sulla scorta dell'id quod plurumque accidit: non siamo, tuttavia, di fronte ad una presunzione assoluta, di talché la presunzione è superabile da elementi di segno contrario che depongano per l'incapacità e che possono emergere dalle risultanze del caso concreto, sulle quali il perito medico-legale dovrà essere chiamato a pronunciarsi.

Tra le fattispecie di esclusione tipizzate dal codice vi è l'emblematica figura del vizio di mente ricondotto ad un'infermità del soggetto agente al tempus commissi delicti. Il vizio può essere totale quando la lesione alla capacità è assoluta, escludendo del tutto la capacità di comprendere e di autodeterminarsi (art. 88 c.p.) oppure parziale, nell'eventualità che dette capacità siano solo scemate quale effetto dell'infermità (art. 89 c.p.).

Occorre subito sgombrare il campo dall'equivoco che colleghi l'infermità ex art. 88 c.p. all'infermità mentale tout court, in quanto è pacifico che l'infermità può essere anche fisica, purché abbia prodotto effetti sullo "stato mentale", menomando anche una sola delle due facoltà.

Ciò di cui si discute è, invece, cosa debba intendersi per stato mentale che esclude o limita la capacità di intendere e di volere.

L'orientamento più risalente fa leva sul paradigma medico che ricerca un substrato organicistico e riconosce quali patologie capaci di alterare i processi intellettivi e volitivi solo quelle classificate nosograficamente. Questa corrente legittima solo la malattia mentale in senso stretto, cioè l'insufficienza cerebrale originaria o derivata, nonché le psicosi acute o croniche, ma estromette dall'operatività degli artt. 88 e 89 c.p. le nevrosi e le psicopatie che non sono indicative di uno stato morboso, attenendo ad anomalie del carattere o della sfera emotivo-affettiva.

Si è però affermato che il concetto di infermità è più ampio di quello di malattia mentale, con la conseguenza che nella categoria dei non imputabili potrebbero rientrare anche i soggetti affetti da nevrosi o psicopatie (c.d. abnormità psichiche) quando le manifestazioni integrino una vera e propria psicosi.

Un'apertura ai disturbi della personalità, privi di sicuro schema nosografico, è dato da un orientamento più recente (e confermato nel 2005 dalla Cassazione a Sezioni Unite) che attribuisce rilevanza ai disturbi della personalità ai fini dell'esclusione, totale o parziale, della capacità di intendere e di volere. Affinché trovi cittadinanza tra le cause che obliterano l'imputabilità, la giurisprudenza ha evidenziato che il disturbo deve consistere in una turba di consistenza, intensità e gravità tali da compromettere in concreto la condizione mentale del soggetto che incolpevolmente non riesce a controllare, a discernere e ad autodeterminarsi. Non basta. Il disturbo mentale deve aver influito, secondo una sequenza eziologica, sul fatto di reato che, detto in altri termini, dalla turba mentale è determinato (correlazione psico-emotiva rispetto al fatto illecito).

Il vizio totale e il vizio parziale si differenziano sul piano quantitativo, vale a dire in relazione al grado o misura dell'incidenza del disturbo sulla psiche del soggetto: nel primo caso l'agente non è imputabile (quindi, non punibile dalla legge e deve essere prosciolto) mentre nel caso di vizio parziale l'agente risponde del reato, ma la pena è diminuita.

In entrambi i casi, era prevista la misura di sicurezza (rispettivamente, il ricovero in OPG e l'assegnazione a casa di cura e di custodia) in forza di una presunzione di pericolosità sociale derivante dalla (dichiarata) infermità, ma la Corte costituzionale, negli anni '80, ha dichiarato la parziale illegittimità costituzionale nella parte in cui le norme (artt. 222 e 219 c.p.) non subordinavano il provvedimento di ricovero al previo accertamento della persistente pericolosità al tempo dell'applicazione della misura. Richiamando l'attenzione sulla pericolosità sociale quale requisito della misura di sicurezza, si è evitato di equiparare il vizio mentale ad una colpa per chi ne è affetto e di legittimare una misura sostanzialmente restrittiva della libertà personale sulla base di una sentenza di proscioglimento (il che sarebbe evidentemente un non-senso di giustizia, allo stato attuale dei principi costituzionali e culturali).



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