Changing Society, Generalità, varie -  Redazione P&D - 2014-04-02

IN MEMORIA DEL PROF. CARLO MIMOLA - Giuseppe FEDELI

IN MEMORIA DEL PROF. CARLO MIMOLA

"il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me" (Kant, Critica della ragion pratica)

Adesso che, dopo averli masticati e rimasticati, codici e pandette, San Tommaso d'Aquino e Heidegger, Leopardi e Simone Weil li hai lasciati per sempre sul tavolo aperti, qualcuno pudicamente li sfoglierà, per non sciuparli, preservandoli dalle ingiurie del tempo, e, con il ricordo...

Caro Prof., in te ho sentito vibrare l'afflato del vir bonus dicendi peritus, quella sympatheia che è appannaggio e dono dei grandi spiriti, i quali, col loro fare e con la loro presenza, plasmano questa palla di cera che è il mondo, imprimendovi orme destinate a non sfarsi.

Dicevi e respiravi il diritto quasi si fosse trattato di una partita a carte tra amici, rendendo di facile comprensione concetti in apicibus. L'universo giuridico, formidabile armamentario in mano del tecnico per "fingere" (parafrasando Franco Cordero) la realtà, non esauriva però l'orizzonte dei tuoi interessi, che spaziavano dalla musica alla filosofia, dalla poesia alla politica, quella delle alte personalità alle quali tu appartenevi, non già l'inciucio di bassa cucina che connota questi tempi scellerati.

Incarnavi l'aristocrazia del pensiero, di un pensiero che mai si stancava di pensare, puntando a sempre nuove mete, a traguardi che cullavano il sogno, l'utopia di un mondo più umano, meno calcolatore, attento ai bisogni dei diseredati e dei deboli, mai "venduto" né profittatore.

Col tuo esempio hai dato lustro all'avvocatura, ora gregge senza più un pastore, che bela alla luna.

Uomo d'altri tempi, di statura etica e intellettuale quali poche se ne vedono: e non sto facendo il solito panegirico post mortem, condito di quell'ipocrisia perbenista che invero non mi si confà.

Eri un nome, e non te ne pungeva vaghezza.

Accademico di vaglia e avvocato di grido, tiravi tardi nei salotti della cultura, per poi levarti di buon mattino e ritirarti nella casa in campagna festante dello scodinzolare dei tuoi amici a quattro zampe.

Di fiero e terragno sangue abruzzese, partenopeo d'adozione, amavi il mare, passeggiare sulla sabbia a contemplare l'azzurro infinito che, diceva Rimbaud, si confonde con la sconfinata distesa di acque; raccogliere conchiglie, pescare.

Era piacevole e fecondo trascorrere con te una fetta del proprio tempo.

Due ricordi rimarranno per sempre impressi nella mia memoria.

Il primo risale ai tempi in cui, neofita della professione, avendo avuto modo di apprezzare in te doti non comuni d'intelligenza non disgiunte dal profilo morale, e la vivacità culturale, ti volli nel Palazzo di Giustizia di Fermo per una lectio specialis sulla materia fallimentare, tuo fiore all'occhiello: rammento ancora gli astanti, cui ti rivolgevi personalmente, coinvolgendoli e facendo loro capire il diritto a gesti più che con sofismi e astrusità verbali, letteralmente basiti di fronte a quella dimostrazione d'istrionismo, che faceva di te un'artista del diritto, coniugata col rigor mentis, con quella logica stringente e asciutta che sottendeva le tue ineccepibili quanto variegate disputationes.

L'altro episodio, più toccante, mi riguarda da vicino: ancora aleggiano nell'aria le tue sillabe commosse e ardenti a un tempo sulla necessità di durare pur dopo essere rimasti orfani del frutto della propria carne, per non franare nell'abisso. Ricordo mi portasti diversi esempi: della verduraia dalle indomite passioni, bella da mozzare il fiato, gli occhi pervinca e l'incedere felino, che aveva perso prematuramente la figlia, e si era chiusa in un autismo esistenziale -dal quale mai nessuno sarebbe riuscita a strapparla-, pian piano spegnendosi, ma conservando intatto il fascino di un tempo; dell'uomo di potere che, per tentare di "dimenticare" un vuoto incolmabile, si era buttato anima e corpo nel lavoro, per ingannare la vita, e il sordo martellare nel sangue di quell'inaudita perdita, roccia di gridi clamante nel deserto.

E rammento, adesso che hai levato gli ormeggi verso una Realtà di Luce, tanti altri c'era una volta...

Sì, "c'eri" una volta...ma anche adesso sei qui, coi tuoi affetti, con chi ti conobbe e stupì del tuo approcciarti alle problematiche del "sottosuolo" come alla dimensione escatologica, con timore e tremore, nel quale era dato leggere in filigrana la dicotomia bene/male, lecito/illecito, delitto e castigo.

Arrivederci, carissimo Prof.

Portaci per mano per il tempo che ci resta di questo duro, spietato viatico, fino al Mare...

Con tanto affetto



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