Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Mastronardi Viola - 2015-01-28

IN TEMA DI DIFFAMAZIONE: DEFINIRE PREGIUDICATO CHI LO E DAVVERO - Cass.pen. n. 475/2015 - V. MASTRONARDI

- Delitti contro l"onore

- Avvocato offende la reputazione di un collega

- L" uso del termine "pregiudicato" integra il reato di diffamazione, anche se indirizzato ad un soggetto già condannato con sentenza definitiva.

Si prende in esame una recente pronuncia della Suprema Corte di Cassazione con la quale la V Sezione ha affrontato uno specifico caso di diffamazione. Più precisamente, i giudici di Piazza Cavour hanno statuito che il reato, previsto e punito dall"art.595 cp., si configura anche laddove il termine "pregiudicato" sia stato profferito nei confronti di un soggetto già condannato con sentenza passata in giudicato.

La vicenda dalla quale è scaturito il procedimento penale, giunto sino al vaglio di legittimità, vede come interlocutori due avvocati e, per completezza espositiva, è bene rievocarne brevemente l"antecedente fattuale: la persona offesa aveva, in epoca precedente, riportato una condanna per il reato di diffamazione a mezzo stampa (ex art. 595-bis cp.), commesso nel corso di un"intervista, rilasciata sì in qualità di difensore, ma ai danni della ex moglie del suo assistito. Trattasi, altresì, di condanna resa nota dagli organi della stampa e commentata su diverse riviste giuridiche.

Alla luce della sentenza emessa dal Giudice di Pace, e poi confermata dal Tribunale di Roma, anche il Supremo Collegio ha ritenuto, secondo una logica del tutto aderente al senso comune, che le frasi pronunciate dal professionista nei confronti del collega altro non fossero che parole rivoltegli con intento oltraggioso e, senza dubbio, direttamente riferibili al precedente episodio giudiziario verificatosi a carico di quest"ultimo.

A discolpa dell"imputato, la difesa invocava sia il diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero (ex art.21 Cost.) che l"esercizio di un diritto o l"adempimento di un dovere (ex art.51 Cost.). Inoltre, considerato che il fatto diffamatorio in questione si è condensato nel seguente inciso "il titolare del vostro studio è un pregiudicato" e che, nel processo civile, la natura del soggetto ritenuto penalmente responsabile è eziologicamente riferibile al quantum da liquidare, ampi e ragionevoli margini difensivi consentivano alla difesa di invocare anche l"esimente di cui all"art.596 cp. Invero, il fatto che le offese rivolte al collega debbano essere contestualizzate nel processo civile, impone che esse siano considerate vere e, come tali, meritevoli dell"esimente ex art. 596 c.p. (Esclusione della prova liberatoria).

Purtuttavia, a nulla sono valse le doglianze del professionista imputato circa il fatto che la parte offesa fosse stata effettivamente condannata, con sentenza irrevocabile. La Suprema Corte, dopo aver considerato, con particolare attenzione, l"opzione ermeneutica alternativa proposta dalla difesa ed estrinsecatasi nell"esercizio del diritto di manifestare il proprio pensiero in forma di critica e/o asserzione di verità, ha, comunque, rigettato il ricorso e condannato il predetto.

I giudici di legittimità hanno ritenuto che, atteso il vulnus di diritti fondamentali della persona quali, nel caso in esame, la reputazione e l"onore del professionista sia imprescindibile un bilanciamento tra l"antigiuridicità che proviene da tale lesione e  la ratio degli articoli 2 e 3 della Costituzione: in effetti, soltanto una decisione così orientata è in grado di escludere che il consociato resti coinvolto da ogni possibile forma di aggressione al suo decoro, a nulla importando la sua appartenenza, o meno, ad una determinata categoria sociale.

Con particolare riferimento al diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, la Suprema Corte ha ribadito che esso "vada comunque contemperato con l'esigenza, sancita dagli artt. 2 e 3 della Costituzione, di evitare che il cittadino, che si trovi nella condizione personale e sociale di persona processata e/o condannata divenga, in maniera indenne, perenne bersaglio del discredito dei consociati. Il richiamo all'attenzione dei cittadini di un evento screditante, qual è una condanna penale, deve razionalmente essere compiuto in un contesto che consenta alla rievocazione di intervenire direttamente nella sincronia degli eventi in corso e di suscitare necessaria e pertinente reazione nei destinatari".

Pertanto, i giudici di Cassazione hanno individuato il dolo dell"avvocato nello "scopo puramente denigratorio di evidenziare la pochezza giuridica e umana del collega, quale componente di uno studio professionale da lui diretto". Per il Supremo Collegio, il reiterato epiteto, pur essendo "realmente corrispondente al singolo capitolo della biografia giudiziaria del convenuto", non poteva, in concreto, essere inquadrato nel procedimento civile in corso o tantomeno nel rapporto dialettico tra le parti; al contrario, il termine in questione era stato, inequivocabilmente, utilizzato "per imporre un marchio di stigmatizzazione generale, non solo al "colpevole" come cittadino e professionista, ma a tutto il metodo lavorativo dell'organizzazione professionale da lui diretta".



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