Articoli, saggi, Procedura penale -  Giovanni Sollazzo - 2014-09-22

IN TEMA DI ENTI IMPUTATI E RUOLO DI RESPONSABILE CIVILE - Carol COMAND

Chiarito definitivamente, con l'entrata in vigore del d.lgs 8 giugno 2001, n. 231 relativo alla  responsabilità delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, che societas delinquere potest, appare paradigmatica - a tal proposito - la recente sentenza depositata dalla Corte di Cassazione a sezioni unite in data 18.9.2014, n. 38343 e consultabile attualmente presso il sito ufficiale della Corte stessa che, decidendo fra l'altro della responsabilità di alcuni soggetti per la morte di alcuni dipendenti, ha risolto altresì la questione, circa la sussistenza della legittimazione alla costituzione di parte civile (o meglio, circa la sussitenza del danno risarcibile), postale dall'ente "imputato", nella veste di responsabile civile.

La possibilità di rivestire tale ruolo da parte dell'ente interessato, è stata oggetto di recenti pronunce sia della Corte di giustizia (C-79/11), che della Corte Costituzionale (sentenza n. 218/14) originate da un medesimo procedimento penale.

Premesso che, nel risolvere la questione pregiudiziale sottopostale, circa la compatibilità della normativa nazionale, non contemplante la possibilità di ottenere un risarcimento mediante azione diretta nei confronti della persona giuridica ai sensi dell'art. 74 c.p.p. da parte del danneggiato dal reato, con l'art. 9.1 della decisione quadro 220/2001 relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale, che impone a ciascuno Stato membro di garantire alla vittima del reato di ottenere "entro un ragionevole lasso di tempo, una decisione relativa al risarcimento da parte dell'autore del reato nell'ambito del procedimento penale, eccetto i casi in cui il diritto nazionale preveda altre modalità di risarcimento", la Corte di Giustizia ha ritenuto tale normativa non ostativa alle disposizioni del codice di rito, è con la decisione n. 218/14 della Corte Costituzionale, sia pure di inammissibilità, che si è cercato di fare chiarezza sulla corretta interpretazione dell'art. 83 c.p.p., ritenuto applicabile nel caso di specie.

Nella pronuncia da ultimo menzionata, avuto riguardo all'applicabilità dell'art. 83 c.p.p. (nella parte in cui dispone che l'imputato può essere citato come responsabile civile per il fatto dei coimputati solo qualora prosciolto o sia pronunciata nei suoi confronti sentenza di non luogo a procedere) alla persona giuridica quale "imputato" in virtù dell'estensione della disciplina a questo relativa si sensi dell'art. 35 d.lgs, n. 231/01 e del richiamo alle disposizioni del codice di procedura penale (art. 34), la Corte, individuando il cumulo processuale eterogeneo ha affermato che, "però è fondatamente contestabile che l'ente possa essere considerato coimputato dell'autore del reato" in quanto il reato commesso dalla persona fisica sarebbe solo uno dei presupposti dell'illecito dal qual deriva la responsabilità amministrativa, concludendo per l'erroneità dell'interpretazione data alla norma dal giudice a quo.

Dipanati i dubbi circa la possibilità di assumere la qualità di responsabile civile da parte dell'ente,  con particolare riferimento alla sentenza delle sezioni unite dalla quale si è preso le mosse, pare possibile constatare che siano stati forniti ulteriori elementi circa la natura della sua responsabilità.

Nelle pagine 202 e ss della sentenza, ripercorsi i diversi orientamenti di dottrina e giurisprudenza, si definisce la normativa de quo quale tertium genus e considerata altresì la relazione illustrativa, si conclude per essere di fronte ad un sistema che coniuga i tratti del sistema penale e di quello amministrativo "nel tentativo di contemperare le ragioni dell'efficienza preventiva con quelle, ancor più ineludibili, della massima garanzia".

Il complesso normativo che ci si trova di fronte, farebbe parte di un più ampio e variegato sistema punitivo che, peraltro, non arreca alcun vulnus costituzionale.

Ci si permette di riportare qualche breve stralcio ritenuto particolarmente significativo.

Con riferimento all'esclusione della violazione della responsabilità per fatto proprio si ritiene che "il reato commesso dal soggetto inserito nella compagine dell'ente, in vista dell'interesse o del vantaggio di questo è sicuramente inquadrabile come "proprio" della persona giuridica e ciò in forza del principio di immedesimazione organica che lega il primo alla seconda: la persona fisica che opera nell'ambito delle sue competenze societarie, nell'interesse dell'ente, agisce come organo e non come soggetto da questo distinto; né la degenerazione di tale attività funzionale in illecito penale è di ostacolo all'immedesimazione".

Parimenti si esclude la violazione del principio di colpevolezza, avuto cura di ricordare che il rimprovero viene mosso all'ente e non al soggetto che per esso ha agito "sarebbe dunque vano e fuorviante andare alla ricerca del coefficiente psicologico della condotta invocata dal ricorrente; ciò tanto più quando l'illecito presupposto sia colposo giacchè, (…) la colpa presenta essa stessa connotati squisitamente normativi che ne segnano il disvalore".

Per concludere, sulla struttura del sistema normativo de quo posta in luce dalla Corte occorre  ricostruire diversamente quella che solitamente viene denominata colpa d'organizzazione, "considerandone il connotato squisitamente normativo".

Il legislatore avrebbe inteso "imporre a tali organismi l'obbligo di adottare le cautele necessarie a prevenire la commissione di alcuni reati, adottando iniziative di carattere organizzativo e gestionale".

Consacrati in un documento, tali accorgimenti costituirebbero un modello che delinea i rischi e delinea le misure atte a contrastarli e la colpa di organizzazione, il rimprovero, sarebbe fondato sul non aver ottemperato a tale obbligo.

In dottrina, d'altra parte, parrebbe essersi già osservato come la responsabilità amministrativa degli enti fosse destinata, attraverso il progressivo adeguamento ad idonei modelli organizzativi e di gestione, a consentire sempre più (ma non ancora) la possibilità di piena assimilazione della società considerata all'imputato.

Come anticipato, una delle peculiarità nel giudizio de quo (le questioni affrontate nell'articolata sentenza si rivelano invero molteplici) è che ivi si contestava il diritto ad ottenere il risarcimento del danno da parte di una associazione di movimento per la salute non riconosciuta e nella pronuncia, in tema di legittimazione, largo spazio trovano le affermazioni relative ai presupposti legittimanti l'azione quando l'interesse che muove l'ente od associazione coincida con un diritto reale od un diritto soggettivo pregiudicato dal reato ed i richiami di giurisprudenza nella quale si ritiene ammissibile la costituzione in qualità di parte civile delle associazioni sindacali.

La questione, è stata infine risolta dall'organo giudicante, e pare possibile rilevare come i contrapposti interessi coinvolti nel giudizio abbiano trovato composizione attraverso il riconoscimento del diritto da parte dell'associazione, che fra l'altro aveva concretamente dimostrato di aver svolto già da tempo il suo operato all'interno dell'azienda. (c.c.)



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