Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2015-10-22

INDUZIONE INDEBITA: DEFINIZIONE 'ALTERNATIVA' DI PENDENZE SANZIONATORIE - Cass. pen. 39434/15 - A. GASPARRE

- induzione indebita

- comportamento dell'indotto e del pubblico ufficiale

E' responsabile del delitto di induzione indebita a dare o promettere utilità anche la persona "offesa" che agisca per ottenere un'utilità altrimenti non raggiungibile. L'attività induttiva del pubblico ufficiale è quella di chi abusando del potere o della qualità, attraverso le forme più varie di attività persuasiva, di suggestione, anche tacita, o di atti ingannatori, determini taluno a dare o promettere, consapevole del carattere indebito della pretesa.

Nel caso esaminato gli indotti erano utenti di un ufficio pubblico cui si rivolgevano per la definizione di provvedimenti sanzionatori applicati per l'emissione di assegni postali o bancari privi di provvista: i funzionari offrivano l'archiviazione della pendenza dietro versamento di somme di denaro.

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Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 15 luglio – 30 settembre 2015, n. 39434 - Presidente Rotundo – Relatore Carcano

Ritenuto in fatto

1. ___ e ____ impugnano la sentenza della Corte d'appello di Lecce che ha qualificato i fatti come induzione a dare e tentativo di induzione, ab origine contestati e ritenuti in sentenza di primo grado quale concussione, l'una, e tentata l'altra.

I fatti enunciati nell'imputazione ascritta a -- e -- - entrambi dipendenti dell'ufficio assegni della Prefettura di Brindisi - sono l'aver indotto e tentato di indurre all'incirca venti utenti, alcuni dei quali identificati, rivoltisi all'ufficio dianzi indicato per la definizione di provvedimenti sanzionatori applicati per l'emissione di assegni postali o bancari privi di provvista, incontrando l'uno e/o l'altro funzionario che offriva loro l'archiviazione della pendenza sanzionatoria, dietro versamento di somme che si aggiravano sui trecento euro, variabili in rapporto pratiche da trattare, giustificando la somma richiesta per gli onorari da versare a avvocati che avrebbero dovuto proporre i ricorsi. Inoltre, entrambi dichiarati responsabili di distruzione di un fascicolo di una pratica da loro trattata, sempre nello stesso periodo tra il 21 agosto 2007 e il 25 febbraio 2008.

I fatti, così come descritti, precisa La Corte d'appello, risultano provati da quanto riferito dalle persone offese e dalle conversazioni intercettate nonché da parziali ammissioni dei contravventori- persone offese.

La Corte d'appello riduce la pena a tre anni e sei mesi di reclusioni ciascuno ed elimina la pena accessoria dell'estinzione dei rapporto di lavoro e dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici.

2. II Difensore del ricorrente deduce:

-violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla qualificazione giuridica dei fatti che avrebbero dovuto essere qualificati come truffa, poiché la condotta non poteva costituire abuso delle funzioni - richiesta per la configurazione del delitto di cui all'art. 319 quater c.p.- bensì integrava artifici e raggiri volti a indurre in errore circa la datio: onorario all'avvocato per proporre opposizione e non quale somma non dovuta ai due funzionari per ottenere l'archiviazione della pratica.

- violazione di legge per l'affermazione di responsabilità per il capo c) e per la pena inflitta. La diversa spiegazione data dai due imputati, secondo cui si sarebbe bruciata una fotocopia dei fascicolo, e non vi sarebbe stata la distruzione del fascicolo originale.

La pena inflitta di quattro mesi di reclusione appare sproporzionata rispetto alla marginalità dei fatto nel complessivo ambito della vicenda.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato.

Non può che essere ribadito quanto già affermato da questa Corte nel senso che la induzione, richiesta per la realizzazione dei delitto previsto dall'art. 319 quater c. p., così come introdotto dall'art. 1, comma 75, della legge n. 190 dei 2012, non è diversa, sotto il profilo strutturale, da quella che già integrava una delle due possibili condotte dei previgente delitto di concussione di cui all'art. 317 c. p. e consiste, quindi, nella condotta dei pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio che, abusando del potere o della qualità, attraverso le forme più varie di attività persuasiva, di suggestione, anche tacita, o di atti ingannatori, determini taluno, consapevole dell'indebita pretesa e, è utile ancora sottolinearlo, «non indotto in errore dalla condotta persuasiva dell'agente pubblico »- altrimenti non potrebbe che configurarsi il delitto di truffa aggravata ex art.61 n. 9 c.p. - a dare o promettere, a lui o a terzi, denaro o altra utilità. (Sez. VI, 4 dicembre 2012, dep. 21 febbraio 2013, n.8695).

E' incontrovertibile che i soggetti ben sapevano di non potersi sottrarre alla sanzione amministrativa se non versando danaro ai due impiegati addetti alla trattazione della pratiche degli assegni privi di provvista e che a ciò non sarebbe stata sufficiente la proposizione di una azione giudiziaria.

Questa la ricostruzione corretta e coerente effettuata dal giudice d'appello, per il quale la datio non avrebbe potuto che essere dovuta in ragione dell'abuso delle funzioni dei due funzionari addetti all'ufficio competente della prefettura. Del resto, i fatti sono stati correttamente qualificati perché anche le persone offese agivano per ottenere una utilità altrimenti non raggiungibile.

Non vi è stata induzione in errore, bensì un comportamento volto a ottenere con certezza un'utilità. Tanto è stato affermato dalle Sezioni unite per distinguere la nuova figura di reato rispetto a quelle più grave di concussione e l'altra meno grave di truffa, nel cui ambito l'indotto agisce con la consapevolezza di dover dare (Sez. un . 24 ottobre 2013, dep. 14 marzo 2014, n. 12228).

2. Altrettanto corretta la conclusione raggiunta per la distruzione della pratica e non certo all'incidente accaduto durante l'effettuazione di una fotocopia. A ciò, il giudice d'appello ha correttamente risposto nel senso che il tutto era finalizzato a non far rivenire il predetto fascicolo nel corso della perquisizione.

3. Sanzione inflitta adeguata alla non comune gravità dei fatti volti ad arrecare una serio pregiudizio all'effettività delle sanzioni da applicare a condotte inquinanti la regolarità dei rapporti economici.

Corretta la giustificazione resa dal giudice d'appello, infondata la censure delle difesa.

4.Entrambi i ricorsi vanno rigettati cui consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali, nonché alla refusione delle spese sostenute dalle parti civile presenti in tale grado.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali nonché alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalle costituite parti civili T. L., S. V. e D.V. S.che liquida in euro duemila complessivi per ciascuna, oltre I.V.A. e C.P.A., da versarsi per T. e S. in favore dell'Erario.



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