Legislazione e Giurisprudenza, Reo, vittima -  Gasparre Annalisa - 2014-04-07

INFERMITA' MENTALE E CAPACITA' DI INTENDERE E DI VOLERE - Cass. pen. 47105/2013 - A.G.

La sentenza del Giudice di pace era errata per disfunzione logica e, quindi, da annullare.

Da un lato, veniva verificata, tramite un perito nominato dal Giudice, che sussisteva la seminfermità mentale dell'imputato per ingiurie e minacce al momento della commissione dei fatti, dall'altro, la sentenza dichiarava che la capacità di intendere e di volere era provata. L'imputato infatti presentava disturbi della personalità tali da scemare grandemente, senza escluderla, la sua capacità di intendere e di volere, al momento dei fatti.

Delle due l'una. Di qui l'annullamento della sentenza.

Presidente Zecca – Relatore Lapalorcia

Fatto e diritto

Propone ricorso per cassazione D.T.N. , avverso la sentenza del Giudice di pace di Penne in data 11 maggio 2012, con la quale è stato condannato alla pena di Euro 300 di multa in ordine ai reati di ingiuria e minacce, commessi il (omissis).

Deduce la violazione dell'articolo 89 cp., essendo stato ammesso, nella sentenza, che il consulente tecnico d'ufficio aveva riconosciuto, nei confronti dell'imputato, uno stato di seminfermità mentale il quale, tuttavia, non era stato poi tradotto nella corrispondente statuizione sulla pena.

Il ricorso è fondato.

Si apprezza la manifesta illogicità della motivazione posta a fondamento della sentenza impugnata, atteso che il Giudice di pace ha, da un lato, riconosciuto che il consulente tecnico d'ufficio ha verificato e argomentato la sussistenza della seminfermità mentale dell'imputato al momento dei fatti; dall'altro, però, ha affermato che doveva ritenersi provata la capacità di intendere e volere dello stesso ricorrente.

Invero, si legge nella sentenza che, secondo il chiaro pensiero del perito officiato dal giudice, il prevenuto presentava disturbi di personalità tali da scemare grandemente, pur senza escluderla, la sua capacità di intendere di volere: e tale condizione deve intendersi riferita, sulla base del quesito posto, al momento dei fatti. A ciò il perito ha aggiunto che la pericolosità, connessa allo stato descritto, era da ritenersi circoscritta all'ambito familiare più stretto.

Sulla base di tali constatazioni, che il giudice ha dato l'impressione di fare proprie integralmente, deve ritenersi che la successiva affermazione, contenuta in sentenza, a proposito della sussistenza della piena capacità di intendere e di volere dell'imputato al momento dei fatti, non trovi fondamento nelle premesse, tenuto conto in particolare che la affermazione del perito, a proposito della impossibilità di "eludere (rectius, escludere) la capacità di intendere di volere" ha il solo, apparente, significato di negare una condizione di incapacità totale e non anche quella di affermare-quantomeno in termini espliciti - che quella capacità sussistesse integralmente: era stato infatti anche rilevato, nel rigo precedente,coerentemente con la interpretazione qui accreditata, che l'imputato era stato trovato affetto da patologie che inducevano a ritenere "scemata grandemente" le facoltà mentali, facendo cioè ricorso ad una formula ripetitiva alla lettera del paradigma dell'art. 89 cp.

La disfunzione logica deve essere emendata dal giudice, libero peraltro nella decisione finale, mediante annullamento della motivazione censurata.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata sul punto della diminuente dell'art. 89 cp con rinvio al Giudice di pace di Penne per ulteriore esame.



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