Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Bernicchi Francesco Maria - 2016-02-02

INGIUSTA DETENZIONE E COLPEVOLEZZA PENALE: CRITERI DIVERSI Cass. Pen. 3800/2015 - F.M. BERNICCHI

Equa riparazione da ingiusta detenzione

Differenza tra ragionamento penale e civile di risarcimento

I crtieri per il risarcimento da ingiusta detenzione non seguono quelli di punibilità penale.

Si prende in esame una recentissima sentenza della Corte di Cassazione (sez. IV Penale, sentenza 22 dicembre 2015 – 29 gennaio 2016, n. 3800) relativa al tema del risarcimento da ingiusta detenzione avvenuta per il tramite dell'istituto degli arresti domiciliari.

Il fatto, in breve: con la sentenza che ora si impugna la Corte di Appello di rigettava l'istanza di riparazione per ingiusta detenzione subita da L. e G.S. in carcere dal 19 agosto 2002 al 29 maggio 2003 e nel periodo successivo sino al 14 luglio 2003 in regime di arresti domiciliari nel corso del processo penale in cui erano stati imputati, unitamente ad altre persone, del reato previsto dall'art. 74 d.P.R. n. 309/1990 (legge sull'uso degli stupefacenti) e di vari episodi delittuosi riconducibili all'ipotesi prevista dall'art. 73 stesso d.P.R., processo conclusosi favorevolmente per entrambi gli imputati con sentenza di assoluzione divenuta irrevocabile il 15 dicembre 2009
Contro tale decisione proponevano, appunto, ricorso per Cassazione congiunto entrambi gli S. deducendo violazione di legge e vizio della motivazione, in particolare laddove la Corte di merito aveva ritenuto la sussistenza di un comportamento connotato da colpa grave e idoneo ad incidere sull'errore dei giudice.

Per la Corte di Cassazione, tuttavia, i ricorsi sono infondati e devono essere rigettati.
I giudici di Piazza Cavour precisano, per l'ennesima volta, che il rapporto tra giudizio penale e giudizio per l'equa riparazione, è connotato da totale autonomia ed impegna piani di indagine diversi e che possono portare a conclusioni del tutto differenti (assoluzione nel processo, ma rigetto della richiesta riparatoria) sulla base dello stesso materiale probatorio acquisito agli atti, ma sottoposto ad un vaglio caratterizzato dall'utilizzo di parametri di valutazione differenti.

Si consente, infatti, al giudice della riparazione la rivalutazione dei fatti non nella loro valenza indiziaria o probante (smentita dall'assoluzione), ma in quanto idonei a determinare, in ragione di una macroscopica negligenza od imprudenza dell'imputato, l'adozione della misura, inducendo in errore il giudice.
Ebbene, la Corte territoriale, facendo buon governo dell'applicazione delle norme in materia e con motivazione logica ed ampia, ha evidenziando le ragioni che hanno indotto al rigetto della richiesta.
In particolare, nel caso concreto,  la Corte di merito ha evidenziato la sussistenza di una condotta altamente equivoca degli indagati che, conversando con soggetti dediti alla commercializzazione dello stupefacente utilizzavano frasi e locuzioni da cui poteva dedursi il loro pieno coinvolgimento nel traffico delle sostanze illecite.

Va ricordato come questa corte di legittimità ritenga dolosa, non solo la condotta diretta, secondo il criterio penalistico, alla realizzazione di un evento voluto e rappresentato nei termini fattuali ossia l'azione in concreto preordinata all'adozione o al mantenimento della misura cautelare, ma anche quella che, valutata con il parametro dell'id quod plerumque accidit sia tale da creare una situazione di allarme sociale e di doveroso intervento dell'autorità giudiziaria a tutela della sicurezza collettiva. Inoltre che si ritenga gravemente colposo il comportamento di colui il quale per negligenza, imprudenza o inosservanza di leggi o regolamenti crei una situazione che renda prevedibile, anche se non voluto, l'intervento dell'autorità giudiziaria (cfr. Cass. Sez. Un. Sentenza n. 43 del 13/12/1995 Cc. (dep. 09/02/1996), Rv. 203637, ric. Sarnataro; Cass. Sez. Un., Sentenza n. 34559 del 26/06/2002 Cc. (dep. 15/10/2002), Rv. 222263, ric. Di Benedictis). Invero, il sistema della riparazione, come delineato dalla Corte regolatrice, è permeato dal principio solidaristico, in forza dei quale il diritto alla riparazione, in ogni sua estrinsecazione, inerisce oggettivamente al limite della non interferenza causale della condotta del soggetto passivo della custodia. Questa Suprema Corte, già con sentenza n. 6628 del 2009, espressamente richiamata dalle Sezioni Unite n. 32383 del 27.05.2010, ha considerato che il principio solidaristico sotteso all'istituto della riparazione per ingiusta detenzione, "trova  il suo naturale contemperamento nel dovere di responsabilità che incombe in capo a tutti i consociati, i quali evidentemente non possono invocare benefici tesi a ristorare pregiudizi da essi stessi colposamente o dolosamente cagionati". Pertanto, in tale prospettiva, deve ritenersi che le descritte condotte dei ricorrenti, correttamente sono state ritenute integrare un comportamento gravemente colposo ostativo alla riparazione, perché idoneo a concorrere a determinare l'errore del giudice al momento dell'adozione della misura e del suo mantenimento, tanto da inibire il riconoscimento della riparazione, in ragione del venire meno del fondamento solidaristico dell'istituto.
Consegue, a norma dell'art. 616 cod proc pen ., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali ed alla rifusione delle spese sostenute dal Ministero resistente, liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali ed in solido alla rifusione delle spese in favore del Ministero resistente che liquida in complessivi € 1500,00.



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