Articoli, saggi, Sport -  Redazione P&D - 2015-10-04

INTERESSI PROTETTI: DIRITTO SPORTIVO O DIRITTI SPORTIVI?- Luca LEIDI

La domanda che intitola il presente contributo nasce da considerazioni svolte dal sottoscritto sull"esistenza di un singolo ordinamento giuridico sportivo oppure dall"affermazione dell"esistenza di diversi ordinamenti sportivi quante sono le discipline sportive praticate. La questione pragmatica che mi sono posto nasce al termine di un corso che ho seguito durante la mia esperienza in Australia. Lo studio, in realtà, era concentrato sull"analisi della protezione del minore in ambito sportivo ma, poi ho scoperto, avere risvolti e normative applicabili differenti da sport a sport. Ed allora mi sono chiesto se il termine anglosassone di "Sports Law", tradotto in italiano come "diritto dello sport", non possa anche essere inteso come "diritti degli sports". A dire il vero, già durante la stesura della mia tesi di laurea in diritto sportivo, mi posi il dubbio dell"esistenza concreta di un (o più) ordinamento giuridico sportivo autonomo – separato – rispetto all"ordinamento giuridico nazionale. Approcciandomi allo studio del mondo giuridico sportivo scoprì subito una caratteristica peculiare di questa realtà: usualmente, l"attività umana precede e suscita l"adozione di norme giuridiche1; nell"ambito del diritto sportivo, invece, è proprio il diritto che crea l"attività sportiva, tanto è vero che al di fuori della regola non si potrebbe parlare di sport, ma solo di gioco. Si pensi come prima di ogni regolamentazione gli uomini già correvano e saltavano gli ostacoli, ma solo con la determinazione di regole è nata la corsa ad ostacoli. Si noti bene, però, all"attività dell"uomo primitivo che correva saltando gli ostacoli, vuoi per piacevole passatempo, vuoi per procurarsi del cibo, o ancora per lottare contro le avversità naturali, non poteva darsi la qualifica di "sport", almeno per due ragioni: la prima è che questa attività era priva di impegno agonistico (non si poneva l"obiettivo della vittoria, non si stabilivano classifiche e non si conseguivano premi); la seconda è che l"attività in questione non era subordinata al rispetto di nessuna regola. La ratio dell"adozione di regole è senza dubbio volta al soddisfacimento del bisogno di regolamentazione della vita associata. Questo concetto si spiega meglio ove si consideri la naturale tendenza degli essere umani alla vita in collettività, motivata dal comune obiettivo di soddisfare al meglio i propri bisogni attraverso la cooperazione reciproca, che ha reso necessario, sin dalle forme più antiche ed elementari di organizzazione, l"emanazione di regole che, per le loro caratteristiche, fossero in grado di assicurare la sopravvivenza del gruppo, garantendone la pacifica convivenza. Infatti, nessuna collettività organizzata può prescindere da dette regole e dalla loro osservazione, non solo spontanea ma anche e soprattutto dalla possibilità che infrangendole si incorra nelle relative sanzioni. Quindi ogni società, dalla più semplice alla più moderna, come è lo Stato, ha ritenuto da sempre necessario organizzare e disciplinare la propria vita associata mediante l"emanazione, a cura degli organi a ciò preposti, di norme che regolino i rapporti tra i consociati e, in particolare, individuassero gli interessi da far prevalere nel caso di un possibile conflitto e le relative sanzioni per chi le trasgredisse. Così individuate, queste regole prendono il nome di "norme sociali", di cui fanno parte anche le norme giuridiche, che costituiscono il diritto oggettivo di ciascuna società. Il riferimento alle società non è certamente casuale: infatti, come già accennato, l"art. 2 Cost. riconosce e protegge le aggregazione sociali in cui gli umani si riuniscono per un fine determinato, e tale sembrerebbe essere anche lo sport. In breve: nel momento in cui un gruppo di soggetti (consociati) si organizza costituendo strutture e dettando regole di azione proprie vincolanti per loro, acquista una forma giuridica ed entra a far parte degli ordinamenti giuridici. Ciò, deve far ritenere, è un primo motivo logico per cui si dovrebbe propendere per l"affermazione di un ordinamento sportivo autonomo. Un secondo motivo lo si riscontra nella teoria c.d. "Pluralista" del diritto, contrapposta a quella "Monista". La prima ritiene effettivamente che esista un diritto specifico dello sport. I sostenitori di questo filone culturale concordano che il diritto risieda nelle istituzioni, così vi sarebbe un sistema di norme all"interno di ogni gruppo sociale organizzato. Il secondo, invece, sostenitore della tesi per cui il diritto sportivo si inserirebbe nell"ordinamento giuridico statale e quindi che le norme sportive non diventerebbero giuridiche senza un riconoscimento da parte dell"autorità pubblica, si caratterizza per un"assimilazione totale del diritto allo Stato. Quindi, in poche parole: per la teoria monistica non vi sarebbe diritto al di fuori delle norme create dallo Stato, e, ove si riscontrasse l"esistenza di diversi ordinamenti, questi ultimi sarebbero comunque riconducibili allo stesso ordinamento statale; per la teoria pluralista ove vi è una organizzazione, là vi è un ordinamento giuridico. Si deve a Santi Romano, nella sua celebre opera "L"ordinamento giuridico" del 1977, la prima ricostruzione teorica del fenomeno sportivo in Italia attraverso la teoria pluralistico-ordinamentale, che sposa a sua volta la concezione della pluralità degli ordinamenti. Secondo questa, il diritto, costituito da numerosi rapporti giuridici, si compone conseguentemente di vari strati. Di tali strati, alcuni vengono definiti dal diritto statale, mentre altri no e vanno a creare ordinamenti paralleli a quello dello Stato, a cui quest"ultimo può dare rilevanza o meno, lasciandoli liberi di esistere accanto ad esso. Conforta questa tesi la dottrina (M.S. Giannini) che, ragionando in termini astratti, ha individuato gli elementi costitutivi di ogni ordinamento giuridico: la plurisoggettività, una normazione e una organizzazione. Come prova del nove, si deve analizzare dunque se anche un ipotetico autonomo ordinamento sportivo contiene queste caratteristiche:

1) Plurisoggettività, intesa come una pluralità di soggetti (persone ed enti). L"ordinamento sportivo è dotato di questa caratteristica, in quanto costituito da soggetti che in esso operano (le persone fisiche: atleti, preparatori atletici, allenatori, direttori tecnico-sportivi, ufficiali di gara; e le organizzazioni collettive: il CONI, le federazioni, le leghe, le società e le associazioni sportive);

2) Organizzazione, intesa come complesso di persone e servizi a carattere permanente, in grado di esercitare, su coloro che fanno parte dell"ordinamento, un potere che ne limita la libertà nell"interesse comune dell"aggregazione sociale. In concreto, il mondo sportivo è dotato di questo complesso di strutture nazionali ed internazionali create per favorire l"obiettivo della diffusione e l"esercizio dello sport;

3) Normazione, ovvero un complesso di norme che devono essere osservate al fine di prevenire l"insorgere di contenziosi o di dirimerli e a quello di organizzare e disciplinare l"attività sportiva. Certamente lo sport è dotato di questa potestà normativa propria, in quanto emana le norme necessarie a regolamentare ogni evento rilevante al suo interno.

La risposta da dare quindi è sicuramente affermativa. La controprova deriva dalla giurisprudenza, in particolare Corte di Cassazione sentenza n.625 del 11 febbraio 1978, la quale affermò che «il fenomeno sportivo, quale attività disciplinata sia in astratto che in concreto, visto indipendentemente dal suo inserimento nell"ordinamento statale, si presenta come organizzazione a base plurisoggettiva per il conseguimento di un interesse generale. È un complesso organizzato di persone che si struttura in organi cui è demandato il potere-dovere, ciascuno nella sua sfera di competenza, di svolgere l"attività disciplinare, sia concreta che astratta, per il conseguimento dell"interesse generale. E" dunque un ordinamento giuridico. (…) Esso, inoltre, è collegato all"ordinamento giuridico internazionale, da cui attinge la sua fonte». La Suprema Corte precisò, oltretutto, che non vi è assegnazione di potestà normativa attinente alle regolamentazione dei rapporti tra privati nel settore sportivo, per i quali esiste una riserva di legge. Pertanto, la normativa dell"ordinamento giuridico sportivo, contenuta nei regolamenti delle Federazioni Sportive, che disciplina i rapporti negoziali, ha efficacia soltanto all"interno di questo, e non anche nell"ambito di quello statale. Quindi, il rapporto tra la normazione sportiva e quella statale non è riconosciuto in termini di conflitto ma le fonti sportive sono inserite nella gerarchia dei principi e dei valori dell"ordinamento generale. Si aggiunga, a ben vedere, che poiché all"interno dell"unico generale ordinamento sportivo le Federazioni di ciascuna disciplina sportiva emanano proprie norme (statuti, regolamenti, ecc.), può ben dirsi che il complesso di tali atti normativi costituiscano, a loro volta, altrettanti ordinamenti giuridici, ovvero altrettanti settori del generale ordinamento sportivo, tanti quanti sono le Federazioni di ciascuna disciplina sportiva. Si deve concludere che bisogna riconoscere che l"ordinamento giuridico sportivo sia dotato di una propria autonoma esistenza, costituendo un ordinamento giuridico settoriale, a formazione spontanea, il cui fine da perseguire è connesso all"esistenza di una particolare formazione sociale, dotata di propria organizzazione e di proprie regole. Per cui: un diritto sportivo generale e tanti diritti sportivi quante sono le discipline sportive organizzate (calcio, pallavolo, pallacanestro, pallamano, atletica, motociclismo, e via dicendo.).2 Infatti, quando un soggetto firma un contratto di lavoro sportivo, sia esso dipendente o autonomo, entra all"interno di un sistema estremamente regolamentato, in cui proprio il fatto di dover tutelare un interesse più grande del soggetto stesso, che è quello dello sport, in nome di questo il Legislatore sportivo si è sentito autorizzato a compiere tutta una serie di compressione dei diritti, che in realtà non sussistono nella legislazione ordinaria.3 Proprio perché ciascuna Federazione sportiva, indipendentemente dalle altre, gestisce l"accesso al professionismo, il passaggio dal dilettantismo al professionismo, ed altri innumerevoli aspetti, secondo le caratteristiche intrinseche della propria disciplina. Vale a dire, quando si passa dalla giustizia ordinaria alla giustizia sportiva, non si può ragionare in termini generali di giustizia sportiva; ma ogni disciplina sportiva è intrinsecamente caratterizzata da degli elementi che non possono essere condivisi dagli altri. Si prenda ad esempio uno sport come il pugilato che è caratterizzato dal dover far male all"avversario rispetto ad uno sport come la pallavolo, il tennis o il golf, in cui in realtà il contatto fisico non è minimamente tollerato; in mezzo ci sono il calcio e il rugby. Quindi in realtà i principi di giustizia ordinaria prima di essere trasposti nella giustizia sportiva devono essere filtrati attraverso la specificità della disciplina. Si pensi al calcio. La sua comunità, formata da coloro che praticano questa attività e da chi ci lavora anche a livello organizzativo, è dotata di organi atti a far rispettare la propria normativa. In riferimento a quest"ultima, la normativa italiana applicabile sarà sicuramente quella generale del diritto di lavoro (con i limiti dettati dalla disciplina speciale sportiva) e quella sui rapporti di lavoro professionistici (L.91/1981) ma anche, e soprattutto, da tutti i regolamenti che sono specifici della disciplina: dal Regolamento FIFA a quello delle Norme Organizzative Interne della FIGC (c.d. NOIF). Eadem ratione la pallacanestro. La sua comunità si è dotata di propri organi atti a giudicare il loro comportamento ai sensi dell"ordinario diritto del lavoro applicabile, della speciale disciplina comune agli sport dettata dalla Legge sul professionismo, nonché in base ai regolamenti propri della disciplina, ad esempio il Regolamento FIP del settore professionistico.

Concludendo, si deve avallare la tesi per cui ogni sport darebbe vita ad un proprio ordinamento (Sports Laws) qualora una pluralità di soggetti si dotasse di organi propri in grado di esercitare, su coloro che fanno parte dell"ordinamento, un potere che ne limita la libertà nell"interesse comune dell"aggregazione sociale, secondo una autonoma normazione specifica. Ovviamente, nei limiti del rispetto dei principi dettati dalla Costituzione, dalla Legge ordinaria nazionale applicabile alla disciplina speciale del lavoro, nonché, da quella della L.91/1981 sul professionismo sportivo.

1 Ad esempio, l"art.2043 c.c. espone che "Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno". Quindi, dall"attività, l"azione posta in essere dolosa o colposa, la norma giuridica fa dipendere una conseguenza, in questo caso, una sanzione.

2 L"esempio proposto non è casuale. Infatti racchiude, nella distinzione prettamente giuridico-italiana, sia sport professionistici (calcio, pallacanestro, golf e ciclismo), sia sport dilettantistici, al fine di sottolineare che, almeno in questo caso, il discorso è parificato.

3 Infatti, firmando il contratto sportivo, l"atleta e gli altri soggetti firmano la c.d. clausola compromissoria che impone loro di far valere i propri diritti nei confronti degli altri tesserati, ivi comprese le società, solamente all"interno della comunità sportiva. Nel momento in cui si rivolge alla giustizia ordinaria, loro riconoscono che quel contratto è valido ed efficace ma il soggetto ha violato la clausola compromissoria ed è passibile di sanzioni (tra cui l"esclusione dal sistema sportivo). Così il sistema si autotutela.



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