Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Fabbricatore Alfonso - 2015-12-29

INTERRUZIONE ILLEGITTIMA DI FORNITURA DI ENERGIA: SI AL DANNO ESISTENZIALE DELL'UTENTE - Cass. 25731/15 - di A.F.

Cassazione, sez. III Civile, 22 dicembre 2015, n. 25731, Pres. Petti – Rel. D"Amico

Con la sentenza in epigrafe, la Cassazione stabilisce che, qualora venga sospesa l"erogazione di energia elettrica a favore di un utente senza un motivo valido, a quest"ultimo deve essere risarcito il danno subito dalla mancata fruizione del servizio.

Nel caso di specie, l"utente lamenta di aver subito un ingiustificato distacco dell"energia in due occasioni: la prima perché, non provvedendo al pagamento di una fattura, la lettera di costituzione in mora in uno all"avviso di imminente interruzione del servizio inoltrata dalla società, era stata spedita all"indirizzo di fornitura e non già a quello, diverso, di residenza. Il secondo distacco, invece, era stato disposto nonostante l"utente avesse presentato reclamo alla diffida inoltrata dalla società erogatrice e nonostante il pagamento intimatogli fosse stato già effettuato.

Secondo il ragionamento operato dalla S.C., nel primo caso non vi sono gli estremi per individuare un inadempimento in capo alla società, in quanto l'elezione di domicilio fatta dalla parte in sede di stipula del contratto deve intendersi, in difetto di una espressa e chiara volontà contraria, a carattere non esclusivo, come tale non ostativa a che gli atti inerenti al rapporto contrattuale vengano trasmessi al diverso indirizzo riferibile alla parte medesima (Cass., 30 giugno 2005, n. 14011).

Secondo l'art. 1335 c.c. la proposta, l'accettazione, la loro revoca ed ogni altra dichiarazione diretta ad una determinata persona si reputano conosciute nel momento in cui giungono all'indirizzo del destinatario, se questi non prova di essere stato, senza sua colpa, nell'impossibilità di averne notizia.

Pertanto, secondo i Giudici di legittimità, Il Tribunale ha correttamente applicato la suddetta disposizione ritenendo che, non risultando precisato nel contratto che l'indirizzo indicato per il recapito doveva intendersi a carattere esclusivo, le comunicazioni di diffida, inviate dall'Enel, devono considerarsi legittimamente eseguite all'indirizzo di fornitura indicato nello stesso contratto.

Oltretutto il ricorrente non ha provato di non aver potuto avere notizia della comunicazione. Per quanto riguarda, invece, il secondo distacco, le doglianze del ricorrente (utente) vengono accolte dalla Corte in quanto, nonostante quest"ultimo avesse provveduto a replicare alla diffida formalizzata dalla società comunicando l"avvenuto pagamento delle somme contestate, la società aveva comunque provveduto ad interrompere la fornitura ed a risolvere il contratto.

In questo modo, ad avviso del ricorrente, la società si era resa inadempiente all'obbligo di fornire corrente elettrica ed al contempo aveva contravvenuto alla disposizione di cui al punto 8.2 del contratto, secondo il quale vi doveva essere la sospensione della riscossione della bolletta in costanza di un reclamo.    
Di conseguenza, per il ricorrente, il Tribunale non poteva ritenere che l'inadempimento da parte della società non fosse grave e quindi tale da giustificare la sua pretesa risarcitoria.
Il contratto di utenza di energia elettrica è inquadrabile nello schema del contratto di somministrazione e pertanto la clausola contrattuale che prevede la facoltà del somministrante di sospendere la fornitura nel caso di ritardato pagamento anche di una sola bolletta, rappresenta una specificazione contrattuale dell'art. 1565 c.c. (del quale amplia l'ambito a favore del somministrante) e costituisce quindi una reazione all'inadempimento dell'utente cui viene opposta l'exceptio inadimplenti contractus; ne consegue che la sospensione della fornitura è legittima solo finché permane l'inadempimento dell'utente e che detta sospensione, se attuata quando ormai l'utente ha pagato il suo debito, costituisce inadempimento contrattuale e obbliga perciò il somministrante al risarcimento del danno ai sensi degli artt. 1176 e 1218 c.c., a meno che non sia fornita la prova che tale inadempimento è stato determinato da causa non imputabile al somministrante, ovvero, nella specie, dalla ignoranza incolpevole dell'avvenuto pagamento.

La mancata conoscenza del pagamento da parte dello specifico ufficio addetto alla sospensione e riattivazione del servizio, essendo un fatto interno alla società e non dipendente dall'utente, non esclude l'obbligazione risarcitoria se non sia fornita la prova che essa dipende da causa estranea alla società e alla sua organizzazione (Cass., 17 gennaio 1997, n. 9624).

Si deve rilevare che il Tribunale non si è attenuto nel giudizio alle indicate disposizioni normative ed ha omesso di motivare sulla valutazione della prova documentale dell"utente relativa al formale reclamo di aver già provveduto ai pagamenti intimati. Pertanto il Giudice di secondo grado ha errato nel ritenere che il secondo distacco dell'energia elettrica, pur essendo in parte imputabile alla società, non costituì un grave inadempimento né comunque fu tale da giustificare la pretesa risarcitoria avanzata dall"utente.

Invero, la circostanza che la società ha sospeso la fornitura, dopo che l'utente ha pagato il suo debito, dimostra la sua colpa e non può essere giustificata con la motivazione del Tribunale del pagamento "irrituale" da parte dell'utente, rispetto alla negligenza della stessa società che effettua il distacco senza rendersi conto: a) se le precedenti fatture erano state recapitate o no allo stesso indirizzo; b) senza accertare se le bollette fossero state nelle more pagate; c) senza dar conto non solo della comunicazione del call center che - come fatto notorio - accedono alla documentazione informatica dell'utenza; d) che il reclamo risulta comunque pervenuto alla società il 16 aprile anche per iscritto.

Su tutti questi punti decisivi la sentenza impugnata non offre una motivazione coerente e logica sulla gravità dell'inadempimento e sulla mancanza di diligenza grave nella gestione dei contratti di utenza e nella organizzazione dei relativi servizi.

Lamenta, ancora, l"utente/ricorrente che il Giudice di merito avrebbe errato nella verifica degli elementi atti a provare l'esistenza di un danno non patrimoniale e illegittima valutazione dei mezzi di prova e dei fatti, con consequenziale violazione dell'art. 1226 c.c..

Sostiene infatti che il comportamento inadempiente della società non ha prodotto un semplice disagio, ma ha leso irrimediabilmente il suo diritto all'estrinsecazione della sua persona nel pieno godimento della tranquillità e serenità familiare e nella vita di relazione. Quanto al danno patrimoniale il Tribunale non ha escluso la sua esistenza ma si è limitato a rilevare che non è stata comprovata la concreta ed effettiva consistenza dei relativi danni, genericamente indicati nell'atto di citazione, ma di questa sua affermazione non ha dato alcuna motivazione.

Ad avviso del ricorrente il Tribunale doveva riconoscere che vi è stata una riduzione della sua capacità lavorativa, in quanto il ricorrente, avvocato di professione, ha dovuto far fronte all'impossibilità di ricevere i vecchi clienti e di acquisirne altri. Lamenta, oltretutto, che, una volta accertata l'esistenza di un danno grave, a seguito dell'inadempimento della società, non potendo essere provato nel suo preciso ammontare il danno patrimoniale consistente nel mancato guadagno derivante dalla indisponibilità dello studio, il Giudice avrebbe dovuto determinarlo in via equitativa.

La S.C., accogliendo i motivi di ricorso, stabilisce che: "Il danno non patrimoniale è risarcibile nei soli casi "previsti dalla legge", e cioè, secondo un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c.: (a) quando il fatto illecito sia astrattamente configurabile come reato; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di qualsiasi interesse della persona tutelato dall'ordinamento, ancorché privo di rilevanza costituzionale; (b) quando ricorra una delle fattispecie in cui la legge espressamente consente il ristoro del danno non patrimoniale anche al di fuori di una ipotesi di reato; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione dei soli interessi della persona che il legislatore ha inteso tutelare attraverso la norma attributiva del diritto al risarcimento; (c) quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di tali interessi che, al contrario delle prime due ipotesi, non sono individuati ex ante dalla legge, ma dovranno essere selezionati caso per caso dal giudice (Cass., 11 novembre 2008, n. 26972). La sentenza de qua non ha coerentemente motivato in ordine al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, pur avendo ritenuto l'inadempimento in parte imputabile alla società ed ha sostenuto che l"utente non ha allegato né comprovato in alcun modo l'effettiva consistenza dei danni genericamente indicati nel suo atto di citazione. In particolare il giudice non ha preso in considerazione il disagio subito dall"utente, a seguito del distacco della luce nel proprio studio legale per un periodo di 23 giorni. Il protrarsi della mancata fornitura della corrente elettrica per un periodo abbastanza lungo è stato allegato e provato, tanto più che l"utente aveva dimostrato di aver pagato le bollette, per cui la liquidazione del danno non patrimoniale può avvenire anche in via equitativa ai sensi dell'art. 1226 c.c.. Operazioni e criteri che il giudice di merito ha trascurato. In conclusione, il ricorso deve essere accolto per le ragioni indicate ed in specie sia per la violazione degli artt. 1366 e 1375 c.c., sia per la valutazione del risarcimento del danno".



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati