Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Gasparre Annalisa - 2016-05-02

Investimento di un cinghiale su strada allinterno di parco regionale - Cass. 2510/16 – Annalisa Gasparre

Un automobilista aveva investito un cinghiale mentre percorreva una SP all"interno di un parco regionale.

Chiesta la condanna al risarcimento dei danni patiti in conseguenza del sinistro, il Giudice di pace accoglieva la domanda ritenendo in colpa l"ente parco per non aver abbattuto o sradicato i cinghiali, così favorendole la permanente riproduzione.

Il Tribunale, quale giudice d"appello, rigettava l"appello proposto dall"ente parco evidenziando che gli competevano poteri di controllo della fauna selvatica, che il luogo del sinistro era risultato frequentato da un numero eccessivo di animali tale da costituire un vero e proprio pericolo per gli utenti della strada e che l"ente non aveva adottato alcuna misura di sicurezza concreta per prevenire incidenti (ad esempio recinzioni).

Ricorrendo in Cassazione l"ente ha sviscerato i motivi per cui ha ritenuto errata la condanna.

In particolare l"ente ha sostenuto di aver dimostrato l"effettiva esecuzione di abbattimenti programmati e l"installazione dei segnali di pericolo, sottolineando, al contempo, che lo spostamento di animali in un parco è fatto imprevedibile e non controllabile.

Per i giudici, però, si trattava di un evento prevedibile e prevenibile, giacché il punto del sinistro era stato teatro di precedenti incidenti e rappresentava un pericolo per gli utenti della strada: l"ente era dunque in colpa.

Quanto all"obiezione che il potere di adottare misure organizzative, di segnalazione e di intervento per prevenire il pericolo spettava alla provincia e non all"ente cui è attribuita una funzione programmatoria, richiamando le L.R. Marche n. 11/2006 e 15/1994 che stabiliscono che "la legge istitutiva dei parchi regionali può prevedere che alla gestione dei parchi possano essere preposti appositi enti regionali di diritto pubblico", e che attribuiscono all"ente parco il potere di emanare lo statuto del parco, il piano di sviluppo del parco ed il regolamento del parco, la Corte ha ritenuto che corretto era il giudizio in diritto del Tribunale là dove ha ritenuto che l"ente avesse il potere di prevedere e prevenire il sinistro.

L"ente parco ha sostenuto altresì che l"omissione delle misure indicate dal giudice di merito come necessarie a prevenire il sinistro (abbattimenti, recinzioni, segnaletica), sarebbero state inefficaci per evitare il sinistro o, comunque, impossibili da attuare. Gli abbattimenti sarebbero stati impossibili perché vietati, le recinzioni altrettanto perché la strada provinciale non è di proprietà del parco e comunque non si poteva costruire una recinzione su una strada intera e, infine, la segnaletica di pericolo era esistente.

Queste obiezioni, però, riguardano le valutazioni in fatto, sottratte alla Corte di cassazione se sorrette, come nel caso, da adeguata motivazione. È interessante notare che la Corte nega che possano farsi rientrare nella nozione di fatto notorio ex art. 115 c.p.c. le attitudini e le caratteristiche comportamentali dei cinghiali (nella fattispecie la capacità di scardinare le recinzioni).

In definitiva, la Cassazione ha rigettato l"appello dell"ente parco confermandone la condanna al risarcimento dell"automobilista.

Per una compiuta disamina delle problematiche sottese alla responsabilità civile per fatto dell"animale, sia consentito rinviare a Gasparre, Convivere con gli animali: le ricadute civili e penali per il fatto dell"animale, Key editore, 2016

Cass. civ. Sez. III, Sent., 09-02-2016, n. 2510 – Pres. Berruti – Rel. Rossetti

sentenza

sul ricorso 23531-2012 proposto da:

ENTE PARCO REGIONALE (OMISSIS) (OMISSIS), in persona del Commissario Straordinario legale rappresentante in carica sig. GI.LA., elettivamente domiciliato in ROMA, ___, presso lo studio dell'avvocato ____, rappresentato e difeso dall'avvocato ____ giusta procura speciale in calce al ricorso;

- ricorrente -

contro

G.F., domiciliata ex lege in ROMA, presso la Cancelleria DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall'avvocato ____ giusta procura speciale in calce al controricorso;

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 366/2012 del TRIBUNALE di ANCONA, depositata il 08/03/2012, R.G.N. 738/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 25/11/2015 dal Consigliere Dott. ROSSETTI Marco;

udito l'Avvocato ____;

udito l'Avvocato _____ per delega;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SERVELLO Gianfranco che ha concluso per l'accoglimento.

Svolgimento del processo

1. Il (OMISSIS) un veicolo di proprietà di G.F. investì un cinghiale sulla Strada Provinciale "(OMISSIS)", all'interno del parco regionale del Conero.

Nel 2007 G.F. convenne dinanzi al Giudice di pace di Ancona l'ente Parco (all'epoca, "Consorzio del parco"), chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti in conseguenza del sinistro.

2. Nel 2008 il Giudice di pace accolse la domanda, ritenendo in colpa l'ente parco per non avere "abbattuto o sradicato" i cinghiali, così favorendole la "permanente riproduzione".

3. Nel 2012 il Tribunale di Ancona rigettò l'appello proposto avverso la suddetta sentenza dall'Ente Parco, ritenendo che:

-) all'Ente parco competevano i poteri di controllo della fauna selvatica;

-) l'Ente aveva riconosciuto la propria responsabilità per iscritto;

-) il luogo del sinistro era risultato frequentato da un numero "eccessivo" di animali, "tale da costituire un vero e proprio pericolo per gli utenti della strada";

-) l'ente parco non aveva adottato alcuna misura concreta per prevenire incidenti.

4. La sentenza d'appello è stata impugnata per cassazione dall'Ente parco sulla base di cinque motivi illustrati da memoria.

Ha resistito con controricorso G.F., che ha altresì depositato memoria.

Motivi della decisione

1. Il primo motivo di ricorso.

1.1. Col primo motivo di ricorso la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3.

Si lamenta, in particolare, la violazione della L. 6 dicembre 1991, n. 394, art. 11; L.R. Marche 28 aprile 1994, n. 15, artt. 1 e 7; il Regolamento del Parco 29.5.2002 n. 10.

Nella illustrazione, il motivo contiene in realtà due censure.

Con la prima censura si deduce che il Tribunale ha addossato all'ente Parco la responsabilità "per non avere proceduto agli abbattimenti" e per non avere apposto segnali di pericolo, senza considerare che invece era stata dimostrata sia l'effettiva esecuzione di abbattimenti programmati, sia l'installazione dei segnali di pericolo.

Con la seconda censura si deduce che il Tribunale non ha indicato quale "condotta alternativa corretta" avrebbe dovuto adottare l'ente, e quindi in cosa sarebbe consistita la sua colpa. Soggiunge che lo spostamento degli animali in un parco è imprevedibile e non controllabile, e dunque delle conseguenze di esso non può rispondere l'ente parco.

1.2. Il motivo è inammissibile, perchè non censura la reale ratio decidendi posta dal Tribunale a fondamento della propria decisione.

Il Tribunale, infatti, ha ritenuto sussistente la responsabilità dell'Ente sul presupposto che il punto del sinistro era "abitualmente frequentato da animali selvatici" (così la sentenza impugnata, p. 9, ultimo capoverso); che era stato teatro di precedenti incidenti e che rappresentava un pericolo per gli utenti della strada; che questa circostanza avrebbe dovuto allertare l'ente, inducendolo ad adottare misure di sicurezza quali la recinzione.

Il Tribunale, dunque, ha ravvisato la colpa dell'Ente parco nel non avere preveduto e prevenuto un evento ritenuto prevedibile e prevenibile.

Tale statuizione è corretta in diritto, posto che l'essenza della colpa civile di cui all'art. 2043 c.c., consiste giustappunto nella prevedibilità dell'evento di danno. Stabilire, poi, se davvero l'evento di danno fosse nella specie prevedibile o meno è questione di mero fatto, sottratta al sindacato di questa Corte.

2. Il secondo motivo di ricorso.

2.1. Col secondo motivo di ricorso la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3; sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5 (nel testo anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134).

Deduce, al riguardo, che il potere di adottare misure "organizzative, di segnalazione, di intervento" per prevenire il pericolo spettava alla provincia, non all'ente parco. A quest'ultimo, infatti, la legge attribuiva soltanto una "funzione programmatoria". Sicchè, non avendo l'ente parco poteri di gestione, non poteva nemmeno ritenersi in colpa per non avere adottato misure di sicurezza.

2.2. Il motivo è infondato.

La L.R. Marche 2 agosto 2006, n. 11,art. 1, comma 3, stabilisce che all'ente parco si applicano le norme della L.R. 28 aprile 1994, n. 15.

L'art. 12 di quest'ultima stabilisce che "la legge istitutiva dei parchi regionali può prevedere che alla gestione dei parchi possano essere preposti appositi enti regionali di diritto pubblico" (come è accaduto nel nostro caso); la stessa legge attribuisce all'ente parco il potere di emanare lo statuto del parco (art. 14), il piano di sviluppo del parco (art. 15) ed il regolamento del parco (art. 16).

Alla luce di tale quadro normativo, correttamente il Tribunale ha ritenuto che l'ente parco avesse il potere di prevedere e prevenire il sinistro di cui si discorre.

3. Il terzo motivo di ricorso.

3.1. Col terzo motivo di ricorso la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3 (si lamenta, in particolare, la violazione degli artt. 2043 e 2052 c.c.); sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5 (nel testo anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134).

Deduce, al riguardo, che il Tribunale avrebbe violato gli artt. 2043 e 2052 c.c., perchè l'omissione delle misure indicate nella sentenza come necessarie per prevenire il sinistro (abbattimenti di capi, recinzioni delle strade, segnaletica), in realtà sarebbe stata inefficace per evitare il sinistro, ovvero impossibile da attuare.

Argomenta, al riguardo, che:

- gli abbattimenti di capi sarebbero stati impossibili, perchè vietati;

- le recinzioni sarebbero state impossibili, perchè la strada provinciale non è di proprietà del parco; e comunque non si poteva recingere "una intera strada" e le proprietà private che su essa si affacciano;

- la segnaletica di pericolo era esistente.

3.2. Nella parte in cui lamenta la violazione di legge, il motivo è manifestamente infondato. Esso infatti non prospetta alcuna questione di diritto, ma una questione di fatto: e cioè se il Tribunale abbia correttamente o meno ritenuto sussistente la colpa per negligenza dell'ente parco. E va da sè che stabilire se un evento poteva essere preveduto; se una misura di sicurezza avrebbe o meno avuto effetto salvifico; se fosse possibile o no adottare misure efficaci di sicurezza, costituiscono altrettanti accertamenti in facto, e non valutazioni in iure.

3.3. Nella parte in cui lamenta il vizio di motivazione, il motivo è infondato. Deve premettersi che il vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, di cui all'art. 360 c.p.c., n. 5 (nel testo applicabile ratione temporis al presente giudizio, ovvero quello anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134) può sussistere solo quando nel ragionamento del giudice di merito sia riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico giuridico posto a base della decisione.

Questo vizio tuttavia non può dirsi sussistente solo perchè il giudice non abbia preso in esame, nella motivazione della sentenza, alcune fonti di prova: infatti il giudice di merito, al fine di adempiere all'obbligo della motivazione, non è tenuto a valutare singolarmente tutte le risultanze, processuali e a confutare tutte le argomentazioni prospettate dalle parti, ma è invece sufficiente che, dopo avere vagliato le une e le altre nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il proprio convincimento, dovendosi ritenere disattesi, per implicito, tutti gli altri rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata.

Ove il giudice di merito faccia ciò, la Corte di Cassazione non ha il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione del giudice del merito.

Da questi principi pacifici discende che non può chiedersi al giudice di legittimità una valutazione delle prove ulteriore e diversa rispetto a quella adottata dal giudice di merito. Il sindacato della Corte è infatti limitato a valutare se la motivazione adottata dal giudice di merito sia esistente, coerente e consequenziale: accertati tali requisiti, nulla rileva che le prove raccolte si sarebbero potute teoricamente valutare in altro modo.

Nel caso di specie, il giudice di merito ha motivato la propria decisione spiegando di avere ritenuto in colpa l'ente parco per non avere previsto e prevenuto un fatto (l'attraversamento della strada da parte di cinghiali) che era prevedibile e prevenibile. Precisa che il sinistro era prevedibile perchè ne erano avvenuti molti analoghi, ed era prevenibile attraverso l'installazione di recinzioni, "segnali acustici" o "altre misure idonee". Si tratta dunque di una adeguata spiegazione del perchè il Parco è stato ritenuto in colpa.

Quanto, poi, ai rilievi secondo cui sarebbe impossibile recingere tutta la strada provinciale, ovvero secondo cui sarebbe "notorio" che i cinghiali possono scardinare anche le recinzioni (p. 26 del ricorso), varrà osservare che:

(-) il Tribunale ha ritenuto il Parco in colpa non già per non avere recintato tutta la strada, ma solo quel punto dove si erano già verificati numerosi incidenti;

(-) le attitudini e le caratteristiche comportamentali dei cinghiali non possono ritenersi rientranti nella nozione di "fatto notorio", di cui all'art. 115 c.p.c..

4. Il quarto motivo di ricorso.

4.1. Col quarto motivo di ricorso la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta da un vizio di motivazione, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5 (nel testo anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134).

Si deduce, al riguardo, che il Tribunale avrebbe omesso di considerare che sin dal 2000 il Parco aveva proposto alla Provincia un piano di interventi per prevenire i danni causati dai cinghiali, proponendo misure sia a carico della Provincia, sia a carico del Parco; e che questa proposta venne approvata dalla giunta provinciale.

Dunque non vi fu alcuna condotta omissiva da parte del Parco, al contrario di quanto ritenuto dal Tribunale.

4.2. Il motivo è infondato, per le medesime ragioni già indicate al p. 3.3.

A queste deve aggiungersi che il Tribunale ha ritenuto che costituisse "colpa" civile il non avere attuato misure concrete per prevenire un fatto prevedibile, e la lettera della quale il Parco lamenta l'omesso esame non contiene affatto le misure concrete indicate dal Tribunale (ovvero l'installazione d'una recinzione nel punto "critico").

Pertanto, quand'anche esaminata, quella fonte di prova non avrebbe plausibilmente condotto ad alcun diverso esito del giudizio di merito.

5. Il quinto motivo di ricorso.

5.1. Col quinto motivo di ricorso la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3 (si lamenta, in particolare, la violazione dell'art. 1226 c.c.); sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5 (nel testo anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134).

Si deduce, al riguardo, che il Tribunale avrebbe liquidato il danno senza motivazione, in violazione dell'art. 1226 c.c..

5.2. Il motivo è inammissibile, perchè non censura l'effettiva ratio decidendi della sentenza impugnata.

Il Tribunale, infatti, ritenne che l'appello in punto di quantum fosse:

(a) generico;

(b) infondato perchè il quantum non era stato contestato ex art. 115 c.p.c..

Nessuna di queste due rationes decidendi viene censurata col quinto motivo di ricorso.

6. Le spese.

Le spese del presente grado di giudizio vanno a poste a carico del ricorrente, ai sensi dell'art. 385 c.p.c., comma 1 e sono liquidate nel dispositivo.

P.Q.M.

la Corte di cassazione, visto l'art. 380 c.p.c.:

(-) rigetta il ricorso;

(-) condanna l'Ente Parco Regionale (OMISSIS) alla rifusione in favore di G.F. delle spese del presente grado di giudizio, che si liquidano nella somma di Euro 1.500, di cui Euro 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 25 novembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 9 febbraio 2016



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