Legislazione e Giurisprudenza, Impresa, società, fallimento -  Lucenti Luca - 2015-02-19

LA BANCA 'SLEALE' PERDE LA GARANZIA Trib. Taranto 07/03/2014 - L. LUCENTI

Sommario


§ 1 Il caso

§ 2 La decisione del Tribunale di Taranto 07/03/2014

§ 3 I passaggi della sentenza

§ 3.1 La diligenza del banchiere è una diligenza qualificata

§ 3.2 L"accorto banchiere deve sapere quando cessare di erogare  credito

§ 3.3 Il fideiussore risponde solo nei limiti in cui la banca è  in buona fede

§ 3.4 II mutuo ipotecario non può soddisfare il solo interesse  della banca

§ 3.5 Come va a finire: nullità, ripetizione d"indebito

§ 4 Nota conclusiva

Documenti allegati


§ 1 Il caso

Una società di capitali a base familiare versa in conclamate  difficoltà finanziarie e si trova nelle condizioni di doversi procurare  rapidamente "l"ossigeno" indispensabile per sopravvivere.

L"istituto bancario di riferimento della società stessa, dal  canto suo, ha necessità di "rientrare" e mette in campo una strategia classica:  rifinanziare solo apparentemente la predetta, mirando, in realtà, all"obiettivo  di ripianare i rapporti a sofferenza e di procurarsi, nel contempo, ulteriori  garanzie del credito.

Viene dunque proposta la concessione di un mutuo fondiario – da  versarsi sui conti societari in sofferenza – dietro costituzione di ipoteca su  beni immobili di terzi e rilascio di nuove garanzie fideiussorie.

La società in questione – il cui management, peraltro, è  descritto in sentenza come in stato di profonda prostrazione umana per un lutto  familiare appena subito – messa sotto forte pressione, accetta, nella  convinzione di non aver miglior scelta. L"operazione viene quindi realizzata.

Come era prevedibile, la situazione degenera rapidamente: la  società (le cui sofferenze bancarie sono state, frattanto, risolte mediante  accredito del mutuo) si rivela incapace di far fronte alle obbligazioni  contratte. I garanti non riescono a saldare il debito residuo. La banca si avvia  – con una certa tranquillità – ad azionare il proprio credito, nuovo di zecca e  ultragarantito.

Di qui l"azione dei garanti, che insorgono evidenziando la  violazione dei doveri di diligenza, correttezza e buona fede da parte della  banca, la nullità dei negozi di garanzia posti in essere (giacché  surrettiziamente ispirati alla sola logica di rafforzare la posizione creditoria  dell"istituto erogante il mutuo di cui sopra) ed il conseguente obbligo  dell"istituto di restituire quanto incassato in seguito all"operazione.

§ 2 La decisione del Tribunale di Taranto 07/03/2014

Investito della questione in esame, il Tribunale di Taranto  accoglie la domanda in base ad un ragionamento che applica in modo esemplare i  principi di diligenza, correttezza e buona fede negoziale.

Vale la pena di rammentare che questi ultimi costituiscono  articolazione del precetto solidaristico di cui all"art. 2 Cost. e, per il tramite di quest"ultima disposizione – e della previsione generale  contenuta nell"art. 1175 c.c. (che impone alle parti negoziali di comportarsi «secondo correttezza») –  permeano l"area contrattuale in tutte le sue possibili declinazioni: dalla fase  delle trattative precontrattuali (artt. 1337 e 1338 c.c.),  a quella dell"esecuzione del contratto (art. 1375 c.c.,  cui va aggiunto il disposto dell"art. 1176 c.c.,  che regola il livello della diligenza da impiegare nell"adempimento),  all"interpretazione di esso (art. 1366 c.c.),  sino alle conseguenze dell"eventuale inadempimento, se è vero, come è vero, che  l"art. 1227 c.c. pone a carico della parte danneggiata un onere – di stampo chiaramente  solidaristico – di adoperarsi per evitare l"aggravarsi del danno subito.

Si tratta, dunque, di principi-pilastro, che trovano  applicazione in qualsiasi tipologia contrattuale, compresa quella dei contratti  bancari, che, al di là dei tecnicismi burocratico/contabili di cui sono  rivestiti, rimangono pur sempre contratti.

Anzi, meglio: rimangono contratti nel quadro dei quali spesso  si contrappongono tra loro – come avviene nel caso di specie – gli interessi di  una parte imprenditoriale tecnicamente ed economicamente "forte" (la banca) e  quelli di una parte imprenditoriale tecnicamente ed economicamente "debole"  (l"impresa, soprattutto se in difficoltà).

Si tratta, perciò, di contratti in cui i principi di diligenza,  correttezza e buona fede di cui sopra devono a maggior ragione trovare  piena applicazione, proprio in ragione della disparità delle posizioni in campo  e del maggior livello di attenzione che conseguentemente meritano le relative  fattispecie.

Si dirà, a fronte di quanto sopra, che l"imprenditore non è un  "consumatore", e neppure un quisque de populo, ma è un operatore  professionale; ed è vero.

Ma a tale obiezione, talmente semplice da essere semplicistica,  è bene lasciare che sia la sentenza in commento a rispondere, dove essa  lucidamente rileva come:

«la banca svolge le proprie attività con carattere di  professionalità, con l'ausilio di un'organizzazione di mezzi e uomini ad elevato  contenuto professionale, tanto nell'erogazione del credito che nella raccolta  del risparmio, differenziandosi in ciò dal semplice commerciante che ha  dimestichezza con i rapporti di credito e debito solo per il fatto di operare in  un mercato economico, non potendo quindi assumere le descritte caratteristiche  di professionalità».

Si dirà, ancora, che l"ambito bancario è un ambito ad alto  tecnicismo specifico, caratterizzato da strutture di comando e controllo  particolarmente articolate e complesse, i cui ritmi e tempi sono scanditi da una  normativa ad hoc, speciale, e comunque fortemente differenziata rispetto  all"ordinaria regolamentazione negoziale.

Ma, anche in tal caso, è sin troppo agevole replicare che ciò  non comporta affatto la necessità/opportunità di abdicare, nel settore  specifico, a principi fondanti, come quelli di correttezza e buona fede,  che trovano fonte in norme di livello non solo ordinario, ma anche  sovraordinato (v. art. 2 Cost. e le altre norme sopra richiamate) e che, del resto, sono insiti nella stessa  attività bancaria, ispirata a criteri di lealtà verso il cliente, trasparenza e  chiarezza nelle operazioni contrattuali ex artt. 116  e ss. TUB.

§ 3 I passaggi della sentenza

In questo quadro la sentenza in commento si articola in una  serie di passaggi di lapidaria chiarezza ed assoluta condivisibilità, che di  seguito si possono così sintetizzare.

§ 3.1 La diligenza del banchiere è una diligenza qualificata

Il punto di partenza del ragionamento è la considerazione  secondo la quale chi svolge attività bancaria è soggetto tecnicamente ed  economicamente attrezzato, come tale tenuto ad impiegare, ex art. 1176,  2° co., c.c.,

«la diligenza particolarmente qualificata dell'accorto  banchiere, non solo con riguardo all'attività di esecuzione di contratti  bancari in senso stretto, ma anche in relazione ad ogni diverso tipo di  operazione oggettivamente esplicata»,

in quanto

«la banca svolge le proprie attività con carattere di  professionalità, con l'ausilio di un'organizzazione di mezzi e uomini ad elevato  contenuto professionale, tanto nell'erogazione del credito che nella raccolta  del risparmio».

§ 3.2 L"accorto banchiere deve sapere quando cessare di erogare  credito

Ciò premesso, aggiunge la sentenza in questione che, nel caso  di specie,

«la banca ha abusato della posizione di contraente forte e,  confidando nella garanzia e nella solvibilità dei fideiussori, non ha esitato  nella concessione del credito nei riguardi della società correntista palesemente  insolvente; l'andamento critico degli affidamenti (sempre in aumento) e la  mancanza costante di accrediti, avrebbero dovuto indurre la banca,  secondo lo standard della diligenza qualificata, ad interrompere le linee di  credito».

Ciò tanto più, quanto più la banca stessa dispone di potenti  strumenti di autotutela che

«le consentono di porre termine al rapporto impedendo  ulteriori atti di utilizzazione del credito che aggraverebbero l'esposizione  debitoria»,

talchè essa

«è tenuta ad avvalersi di quegli strumenti anche a  tutela dell'interesse del fideiussore inconsapevole, alla stregua del principio  cui si ispira l'art. 1956 c.c.».

§ 3.3 Il fideiussore risponde solo nei limiti in cui la banca è  in buona fede

Sulla base di quanto sopra, per ciò che attiene alla posizione  dei fideiussori, rileva ancora la sentenza in esame che

«per il fideiussore, il limite dell'estensione del rischio è  rappresentato dall'assoggettamento dell'istituto di credito al dovere di  comportamento secondo il canone di buona fede nell'esecuzione del contratto  di garanzia, dovendosi conseguentemente escludere dalla copertura  fideiussoria le anticipazioni accordate dalla banca al debitore principale in  violazione del dovere di solidarietà contrattuale, nella cui osservanza,  durante l'esecuzione della garanzia, trova realizzazione il principio di buona  fede».

§ 3.4 II mutuo ipotecario non può soddisfare il solo interesse  della banca

Ma, venendo ad analizzare la distinta fattispecie della  concessione del mutuo ipotecario cui si è accennato al paragrafo introduttivo  (v. par. 1) la sentenza in esame va anche oltre.

Secondo il Tribunale di Taranto, infatti, il meccanismo  negoziale nella specie posto in atto dalla banca, ha condotto ad un risultato  ben diverso da quello che avrebbe dovuto connotare un ordinario rapporto di  finanziamento c/garanzia.

Un risultato, cioè, consistente nella trasformazione del  credito della banca da chirografario in ipotecario, con ripianamento delle  posizioni a soffetenza e costituzione di garanzie prima inesistenti.

In tutto questo, l"interesse economico della società e dei  mutuatari all"operazione in questione è del tutto privo di rilevanza (ammesso  che ve ne sia mai stato uno, dato che da quel che si comprende dalla sentenza la  società versava in stato di evidente decozione) e l"intero complesso di atti  posto in essere, al di là degli schermi formali, mira in concreto a  soddisfare unicamente l"interesse economico dell"istituto di credito  creditore/mutuante.

Ed infatti, secondo la sentenza in esame,

«il contratto di mutuo fondiario non ha determinato una  situazione finalistica, a vantaggio dei mutuatari, ma si è risolto in uno  strumento che ha visto un solo momento di tipicità nell'accredito della  somma su un conto intestato ai mutuatari, seguito immediatamente dal prelievo da  parte della banca per soddisfare il credito vantato nei confronti della società  correntista, la cui entità - come detto - è derivata da una serie di condotte  contra ius imputabili proprio alla creditrice».

In altre parole, cioè,

«dal punto di vista della causa concreta, è evidente  il fine perseguito dalla banca: ampliare la sfera dei soggetti debitori,  creare in suo favore garanzie personali e reali, erogare una cospicua somma in  mutuo per poi riprenderla, a distanza di pochi giorni, assicurandosi, per un  verso, l'estinzione della posizione debitoria della correntista, per capitale  affidato e varie poste passive e, per altro verso, la restituzione rateale  dell'importo mutuato ed il pagamento dei relativi interessi».

Il che, non è senza conseguenze, come si sta per dire.

§ 3.5 Come va a finire: nullità, ripetizione d"indebito

Ricapitolando, dunque, l"obbligazione fideiussoria, già di per  sé traballante, e la concessione del mutuo fondiario garantito in via ipotecaria  trovano la loro unificazione in un disegno diverso e nuovo, causalmente del  tutto scollegato dalla funzione dei contratti appena citati.

Sicché, alla luce della giurisprudenza secondo cui:

«ove un mutuo venga erogato non per finanziare il richiedente  mettendo a disposizione del medesimo la somma oggetto del contratto, bensì per  estinguere preesistenti debiti del mutuatario verso la banca mutuante, tale  contratto è affetto da nullità siccome carente di causa in concreto»,

la sentenza in commento perviene:

  • da un lato a dichiarare «la nullità dell'intera  operazione negoziale, ricomprendente la garanzia fideiussoria e il  mutuo fondiario»
  • e, dall"altro a condannare la banca «in  accoglimento della domanda di ripetizione dell"indebito oggettivo formulata  dagli attori ex art.2033 c.c.» a restituire le somme ricevute per i  titoli di cui sopra, oltre interessi sino al saldo, non essendo  l"accipiens in buona fede, ed oltre il maggior danno quantificato nella «  differenza, a decorrere dalla data di stipulazione del mutuo fondiario, tra  il tasso del rendimento medio annuo netto dei titoli di Stato di durata non  superiore a dodici mesi ed il saggio degli interessi legali determinato per ogni  anno ai sensi del comma 1 dell'art. 1284 c.c.».

§ 4 Nota conclusiva

Difficile trovare parole ulteriori o più chiare di quelle  utilizzate dalla sentenza in rassegna, alla cui lettura, dunque si rinvia.

Forse, il profilo della mancanza totale di causa – che, secondo  il provvedimento in commento, vizierebbe il meccanismo negoziale di specie –  avrebbe potuto essere sostituito da quelli di illiceità della stessa per  contrarietà a norme imperative, ordine pubblico o buon costume, ai sensi  dell"art. 1418, 2° co. e 1343 c.c.  o per contrarietà diretta di esso a norme imperative, per gli effetti di cui  all"art. 1418, 1° co. c.c. Ciò in quanto, in ipotesi, la causa, più che radicalmente mancare, sembra  piegarsi (o piegare il contenuto contrattuale), verso finalità propriamente  illecite.

Ma questi sono – in fondo – dettagli di scuola.

L"importante è che siano stati individuati con molta chiarezza  i limiti in cui l"agire bancario resta nei limiti del lecito e quando, invece,  esso li travalica, incorrendo nelle relative conseguenze.

Documenti allegati

In allegato all'articolo è disponibile la versione pdf dello stesso, che reca in calce il testo integrale della sentenza Trib. Taranto, 07/03/2014



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