Legislazione e Giurisprudenza, Danni non patrimoniali, disciplina -  Fabbricatore Alfonso - 2015-07-20

LA CASSAZIONE E I DANNI DA AGONIA: UNA STORIA INFINITA - Cass. 10246/15 - A. FABBRICATORE

Cassazione, Sez. III civ., 20 maggio 2015, n. 10246, Pres. Petti, Rel. Travaglino

"La Cassazione e il danno tanatologico", sembra ormai essere un titolo adatto per un film da lanciare nelle sale cinematografiche italiane; ma andrebbe bene anche per una soap opera, con buona pace degli afictionados del genere; o per una commedia (nella commedia), per adoperare le parole di un compianto, illustre studioso.

Tuttavia, aldilà delle metafore e dei luoghi comuni, il problema della risarcibilità del danno da morte rimane ancora irrisolto e le Corti, specie il Giudice della Nomofiliachia, sembrano brancolare nel buio.

La sentenza in esame, lungi dal tentare una risistemazione concettuale dell"argomento, affronta, di converso, il discusso tema dei danni terminali e della relativa risarcibilità in dipendenza dello stato di coscienza del danneggiato.

A seguito di un sinistro stradale riporta lesioni gravissime un giovane trasportato a bordo di un veicolo lanciato a folle velocità dal conducente, convenuto poi in giudizio dai prossimi congiunti della vittima. Quest"ultima decede dopo 21 giorni di coma in cui era entrata subito dopo l"incidente.

I familiari ricorrono in Cassazione contro la sentenza di appello che non aveva accolto le proprie doglianze circa l"esiguità delle somme liquidate a titolo di danno non patrimoniale iure successionis. Chiedono, in sintesi, che venga cassata la pronuncia di merito nella parte in cui riconosce a quest"ultimi una somma modesta per il danno biologico terminale sofferto dal defunto e che, contestualmente, venga risarcito anche il danno patrimoniale, in considerazione del fatto che il padre della vittima, imprenditore, sia stato privato del futuro apporto del figlio nella conduzione dell" esercizio.

La Corte, sul punto, ricorda che "La circostanza che la vittima non avesse ripreso conoscenza non poteva ritenersi di scarso rilievo ai fini della personalizzazione del danno; Il dictum delle sentenze di S. Martino (in particolare, di Cass. ss.uu. 26973/2008) sul tema del danno da lucida agonia, e dell'insopprimibile angoscia che assale la vittima in attesa della fine - che sopraggiunge anche di lì a poche ore - consentiva la risarcibilità del danno morale inteso "nella sua nuova e più ampia accezione", mentre il limitatissimo intervallo di tempo intercorso tra lesione e morte - fattispecie diversa da quella comunemente definita "danno tanatologico", riferibile alla sola ipotesi di perdita del bene (non della salute ma) della vita come conseguenza immediata della lesione - impediva la degenerazione in patologia del danno sofferto; tale principio non appariva peraltro predicabile qualora la sopravvivenza del danneggiato si fosse protratta per alcuni giorni (nella specie, quasi due settimane), ipotesi nella quale non era seriamente contestabile la sussistenza della componente di danno non patrimoniale rappresentato dalla invalidità temporanea, normativamente disciplinata da ultimo con il codice delle assicurazioni agli artt. 138 e 139:
- In particolare, l'insegnamento delle sezioni unite di questa Corte sembrava "non chiarire la regola da seguire per i soggetti non senzienti rimasti in vita per alcuni giorni, per i quali non può valere l'applicazione dei criteri di quantificazione che la decisione 26973 detta per il giudice del rinvio nel caso di un danneggiato in giovane età deceduto dopo poche ore a seguito delle gravi ustioni riportate, discorrendo espressamente di protrazione dell'agonia in stato di lucidità ... sofferenze fisiche per le lesioni mortali e sofferenze morali per la coscienza della imminente fine della vita, di estrema gravità; La più meditata presa di posizione sul punto era rappresentata da quanto affermato in Cass. 21976 del 2007, ove si legge che il danno terminale, biologico e morale, sussiste in tutti i casi in cui tra il fatto illecito e il decesso della vittima sia trascorso un apprezzabile lasso di tempo, tale potendosi astrattamente considerare anche la sopravvivenza della vittima per 24 ore dal fatto: sia il danno biologico, sia il danno morale terminali comprendono anche le sofferenze fisiche e morali sopportate dalla vittima in stato di incoscienza;
Il danno da liquidare, in tali casi, è quello sofferto nel tempo (di cui si era predicata la caratteristica della apprezzabilità) intercorso tra la lesione e la morte: si trattava della più grave forma possibile di danno alla salute, rapportato al solo periodo di sopravvivenza dopo il sinistro, valutato, come nel caso in esame, nella sua entità e intensità e conseguentemente destinato ad essere risarcito, attraverso una personalizzazione ispirata a criteri assai più pregnanti rispetto a quelli usualmente adottati;

La Corte dunque appare favorevole alla risarcibilità del danno da agonia, nonostante lo stato di incoscienza della vittima. In un passaggio successivo si legge infatti che:  
- Il danno biologico - nella specie esistente e risarcibile in quanto la vita del giovane era continuata sino alla morte in una situazione psico-fisica gravemente compromessa, identificandosi come danno alla salute da invalidità temporanea (benché irreversibile), andava personalizzato secondo i parametri dettati dalle sezioni unite di questa Corte, atteso che una persona in stato soporoso, pur non avendo sofferenza cosciente, avverte comunque la sofferenza del suo fisico che sussiste e si aggrava fino alla morte;
- Negare in radice la possibilità di riconoscere questa lesione della salute avrebbe per converso significato accreditare una nozione di diritto della persona puramente astratta, riconoscendo il corrispondente diritto soltanto quando ne sia possibile il cosciente esercizio, con la inaccettabile conseguenza che andrebbe a legittimarsi una concezione di un minor diritto a sopravvivere di chi non sia assistito da piena coscienza;
- Nel procedere alla personalizzazione del danno, andava considerato che la vittima cosciente vede preclusa qualunque possibilità di recupero della propria salute, osservando la propria vita spegnersi più o meno lentamente e così subendo un gravissimo stress psico-fisico - mentre, in caso di incoscienza, la sofferenza era senz'altro minore;

Risarcibile, dunque, è il solo danno biologico, non già il danno morale, pur tuttavia richiedendosi un"adeguata personalizzazione del primo:                                                                                  
Nella specie, essendosi protratta la sopravvivenza dello sfortunato giovane per 21 giorni, il danno alla salute subito andava liquidato con riferimento esclusivamente a tale periodo, sia pur con parametri diversi da quelli usualmente utilizzati per la liquidazione dell'indennità temporanea in tutte le ipotesi di evoluzione migliorativa della malattia;
Tale liquidazione, di natura strettamente equitativa, doveva tener conto, quali parametri oggettivi di riferimento, dell'età della vittima, delle sue condizioni di totale incoscienza, delle modalità di verificazione del fatto, dell'entità e della natura del vulnus subito; Il criterio di liquidazione utilizzato dal Tribunale aveva tenuto conto di tali parametri e, nella liquidazione finale, aveva altresì operato un aumento di un terzo sulla somma liquidata a titolo di danno morale soggettivo - danno che, se rettamente inteso come sofferenza psico-fisica, non avrebbe neppure potuto esser riconosciuto, attesa la condizione di incoscienza in cui versava il B., anche se, sul punto, in mancanza di impugnazione incidentale, la decisione di primo grado doveva essere tenuta ferma; Nel procedere ad una autonoma valutazione del danno, l'aumento di un terzo operato dal primo giudice a titolo di danno morale costituiva comunque una adeguata personalizzazione, adeguatamente correttiva del risultato
ottenuto con il calcolo puramente matematico del danno biologico.

Prendendo le mosse da tali assunti, il giudice di merito avrebbe erroneamente liquidato il danno morale in ragione ed in proporzione del danno biologico: tuttavia, richiedendosi un"adeguata personalizzazione del danno biologico, la S.C. ritiene congruo l"ammontare elargito poiché, anche se in astratto non dovuta, la corresponsione di un"ulteriore somma di denaro a titolo di risarcimento del danno morale sarebbe comunque valsa ad incrementare per quanto dovuto, in ragione delle circostanze del fatto concreto, la somma riconosciuta per il danno biologico. Insomma, posto che il risarcimento dovesse essere parametrato alle circostanze del caso, poco importa che tale risultato sia raggiunto mediante personalizzazione del danno biologico come da tabella o mediante la liquidazione di un danno non risarcibile!

Oltre, dunque, a sollevare diverse perplessità in merito all"an debeatur, la sentenza in esame tende a discostarsi dalle logiche che presiedono, o almeno dovrebbero presiedere, l"ambito del danno non patrimoniale. Si afferma che il riconoscimento del danno morale, calcolato in un terzo del danno biologico a sua volta ottenuto dall"applicazione dell"aritmetica tabellare, possa costituire una valida personalizzazione del biologico, così confondendo entità di per sé completamente diverse. Si finirebbe, in questo modo, per condizionare in larga parte un processo valutativo che deve necessariamente viaggiare su binari diversi.

Non v"è alcun riferimento al danno da perdita in sé della vita, se non in un ermetico passaggio in cui si afferma che questo consista nella lesione di un bene diverso dalla salute, ovverosia la vita e che ciò ricorra quando la morte sopraggiunga immediatamente dopo il verificarsi dell"evento di danno: tale fattispecie, secondo i Giudici, rimane irrisarcibile in quanto la vittima non può risentire di alcun peggioramento delle proprie condizioni di salute psicofisica a seguito della morte. Si discute, invece, ampiamente dell"agonia quale parametro di misurazione dell"eventuale risarcimento: posto che "il criterio di calcolo adottato, attraverso il quale la considerazione del danno biologico al 100% conduceva alla astratta quantificazione del risarcimento in una somma pari ad E. 681.785, appariva del tutto corretto, come del pari corretta risultava la liquidazione in concreto del danno subito con riferimento al tempo di vita effettivamente trascorso tra la lesione e la morte e non alla durata probabile della vita del defunto (in termini, Cass. 23053 del 2009; 870 del 2008; 18163 del 2007)".      
La Corte, infine, respinge la richiesta di risarcimento del danno patrimoniale poiché non è stata fornita la prova "della ipotetica derivazione, dalla mancata partecipazione del minore all'impresa individuale paterna, di una modificazione peggiorativa dell'assetto imprenditoriale in termini di lesione del reddito ovvero di mancata realizzazione di un suo incremento".



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