Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Russo Paolo - 2014-07-11

LA CASSAZIONE ED IL DANNO ESISTENZIALE: VIVA LA SEMPLICITA! – Cass. 15491/2014 - Paolo RUSSO

Cassazione Civile, sez. III, 8 luglio 2014, n. 15491, Pres. Spirito, Rel. D"Amico Sappiamo bene che all"interno della Suprema Corte convivono Consiglieri portatori di orientamenti ben diversi tra loro in ordine alle tematiche del danno alla persona, e del danno non patrimoniale nello specifico.

Per tale ragione, assistiamo ad esempio ad un continuo alternarsi di pronunce a dir poco contraddittorie quanto al riconoscimento o meno di una autonomia ontologica per ciascuna componente del danno non patrimoniale: danno biologico, morale ed esistenziale.

Così, a sentenze "integraliste" che, sulla scia di una (assolutamente troppo) rigida - e non corretta -interpretazione delle pronunce di San Martino del 2008, continuano ad asserire, come un disco rotto, che "il danno non patrimoniale costituisce una categoria unica, non suscettibile di suddivisioni in sottocategorie, prive di autonomia ontologica e variamente etichettate" (asserzione tanto perentoria da indurre incauti e frettolosi commentatori a ritenere ormai "defunte" figure di danno alla persona in realtà imprescindibili nel panorama risarcitorio quali il danno morale ed il danno esistenziale), se ne affiancano molte altre che, fortunatamente e correttamente, ribadiscono il contrario.

Per restare alle più recenti, è quasi scontato dover citare la già famosa sentenza n. 1361/2014 (commentata dall"Autore su questa Rivista) che, facendo riferimento alla figura del danno esistenziale, ha sostanzialmente smentito l"assunto della irrisarcibilità delle suddette figure di pregiudizio, asserendo che "al contrario di quanto da alcuni dei primi commentatori sostenuto, e anche in giurisprudenza di legittimità a volte affermato, deve escludersi che le Sezioni Unite del 2008 abbiano negato la configurabilità e la rilevanza a fini risarcitori anche del c.d. danno esistenziale".

Ancora più incisiva, stavolta con riferimento alla figura del danno morale, è stata poi la sentenza n. 10524/2014 (pure commentata dall"Autore su questa Rivista), la quale ha chiarito che "il danno morale configura una autonoma ipotesi di danno non patrimoniale, risarcibile al verificarsi di determinati presupposti, dotato di piena autonomia ontologica rispetto al danno biologico".

In ogni caso, il dato innegabile, che emerge in questi ultimi tempi, è che la tesi del danno non patrimoniale come categoria unica non regge proprio più, e nemmeno i più accaniti detrattori riescono a "difendere l"indifendibile", nonostante fragili e sterili tentativi di, per così dire, "salvare il fortino".

Ma siamo proprio alle ultime cartucce: non si vedono più (grazie a Dio) sentenze che affermano che le figure del "danno esistenziale" e del "danno morale" non esistono, e dunque non sono risarcibili, ma se ne vedono ancora, purtroppo, alcune (come quella in argomento) le quali, riconoscendone necessariamente l"esistenza, ricorrono, pur di non utilizzare il termine: "categoria autonoma", a definizioni sempre più fantasiose.

Alcune sentenze dicono, ad esempio, che danno esistenziale e danno morale non sono "categorie", bensì "voci" del danno non patrimoniale (qualcuno finalmente ci spiegherà, prima o poi, cosa cambia nella sostanza…); questa, invece, usa, per parlare del danno esistenziale, una espressione ancor più, diciamo così, originale: esso rappresenterebbe non una categoria, non una voce, bensì una "peculiare modalità di atteggiarsi del danno non patrimoniale", di cui il giudice ha l"obbligo di tenere conto nel singolo caso.

Commento conclusivo: ci è stato insegnato che "parla come mangi" è un modo di dire che si utilizza nei confronti di chi parla difficile quando non è necessario; significa che si deve parlare in modo semplice, semplice come è semplice il nostro modo di mangiare.

Bene, questo è il sommesso invito che questo Autore porge a coloro che si ostinano a rifuggire dal termine (da sempre esaustivo, preciso e chiaro): "danno esistenziale" e ad utilizzare, immotivatamente, espressioni che sono l"esatto contrario della semplicità, della chiarezza e della linearità: e ciò solo per il fatto di essere amanti dell"indifendibile.



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