Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Foligno Emanuela - 2016-04-06

La cassazione nuovamente sulla negazione del danno esistenziale - Cass., Sez. lavoro, n. 2217/2016 e Cass., Sez. lavoro, n. 23837/2015 – Emanuela Foligno

Due recenti e interessanti pronunzie della Suprema Corte, Sezione Lavoro, sulla irrisarcibilità del danno esistenziale.

Entrambe le vicende approdano in Cassazione dalla Corte d"Appello di Lecce. La pronunzia più recente riguarda una lavoratrice che ha chiesto il risarcimento del danno esistenziale all"INPS a causa del tardivo pagamento da parte dell"Istituto Previdenziale del trattamento economico di maternità.

La Corte territoriale nega il risarcimento del danno non patrimoniale, in punto esistenziale, richiesto dalla donna, argomentando che la tardiva corresponsione dell"assegno di maternità non arreca un danno esistenziale risarcibile poiché non lede diritti inviolabili della persona sanciti dalla Costituzione.

Gli Ermellini hanno considerato corrette le argomentazioni della Corte d"Appello di Lecce e hanno rigettato il ricorso della donna chiarendo ancora una volta che nel nostro ordinamento non sussiste un'autonoma categoria di danno esistenziale, quale pregiudizio alle attività non remunerative della persona.

Le motivazioni alla base del rigetto del ricorso partono dalla celeberrima pronunzia a Sezioni Unite 26972/2008 e dalla considerazione che in presenza di pregiudizi arrecati agli interessi della persona di rilevanza costituzionale, oppure derivanti da fatti-reato, soccorre in ristoro l"art. 2059 c.c.; viceversa se nella nozione di danno esistenziale si vanno ad includere pregiudizi che non ledono diritti inviolabili della persona, tale categoria sarebbe illegittima in virtù del dettato dell"art. 2059 c.c.

Specifica, inoltre, la Corte, sempre riferendosi alla citata pronunzia a Sezioni Unite del 2008, che  l"evento lesivo, per essere risarcito come danno non patrimoniale di tipo esistenziale, deve presentare categoricamente una serie di elementi: deve avere leso diritti inviolabili della persona oggetto di tutela costituzionale (altrimenti si perverrebbe ad una abrogazione per via interpretativa dell'art. 2059 c.c., giacché qualsiasi danno non patrimoniale, per il fatto stesso di essere tale e, cioè, di toccare interessi della persona, sarebbe sempre risarcibile);  deve provocare una lesione grave, nel senso che l'offesa deve essere superiore a una soglia minima di tollerabilità imposta dal dovere di solidarietà di cui all'art. 2 Cost.; deve causare un danno non futile, che non consista in meri disagi o fastidi, ovvero nella lesione di diritti del tutto immaginari, come quello alla qualità della vita o alla felicità.

La Corte ritiene che le difficoltà economiche allegate dalla ricorrente quale effetto del ritardo nel percepire il trattamento previdenziale di maternità possono astrattamente determinare negative ricadute di ordine patrimoniale, o incidere sulla qualità della vita, ma non consistono in una intollerabile lesione della dignità umana, a meno che non risulti provato che in concreto abbiano impedito il soddisfacimento di interessi primari (nutrimento, studio, salute, ecc.) . Il ricorso della donna viene, dunque, rigettato.

La seconda pronunzia in esame (N. 23837 del 23/11/2015) tratta il caso di un dipendente delle Poste che dopo avere conseguito la laurea in giurisprudenza è stato oggetto di illegittimi richiami disciplinari e di demansionamento.

In primo grado al lavoratore è stato riconosciuto il risarcimento del danno per mobbing e per danno esistenziale.

La Corte d"Appello, invece, ha escluso il risarcimento del danno esistenziale ed il caso è approdato in Cassazione.

La Suprema Corte ha negato il risarcimento del danno esistenziale per mancata allegazione della parte dei concreti pregiudizi subiti.

I Supremi Giudici, riguardo l"allegazione probatoria, separano nettamente il danno biologico e morale da quello esistenziale, argomentando che quest"ultimo si fonda sulla natura oggettivamente accertabile del pregiudizio che è da provarsi attraverso scelte di vita differenti da quelle che si sarebbero adottate se non si fosse verificato l"evento.

In particolare, evidenzia la Corte, proprio in relazione al danno esistenziale il Giudice non può sopperire alla mancata indicazione specifica dei pregiudizi subiti dalla parte danneggiata, poiché tale tipo di danno è legato alla persona ed è svincolato dalla determinazione tabellare. Ne deriva che il danneggiato deve fornire indicazioni molto precise circa l"alterazione delle abitudini di vita che legittimerebbero il ristoro esistenziale.

In conclusione, entrambe le pronunzie esaminate, assolutamente assimilabili dal punto di vista motivazionale, ribadiscono che la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale di tipo esistenziale richiede un"accurata allegazione che indichi in concreto quali siano state le alterazioni delle abitudini di vita e/o della qualità della vita che abbiano leso la dignità umana.

Il danno esistenziale non può, dunque, essere provato per presunzioni semplici.



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