Varie, Generalità, varie -  Redazione P&D - 2014-05-26

LA CONDOTTA DEI GENITORI CHE OSTACOLANO LA CONVIVENZA DELLA FIGLIA INTEGRA IL REATO DI MOLESTIA O DISTURBO ALLE PERSONE EX ART. 660 C.P. - Cass. pen., sez. I, 20 marzo - 9 aprile 2014, n. 15846, Pres. Chieffi, Rel. Boni - Sara PERINI

Con la sentenza impugnata, la Corte d'Appello, confermando la pronuncia di condanna emessa dal Tribunale, dichiarava responsabili del reato di molestia o disturbo alle persone, previsto dall'art. 660 c.p., due genitori, i quali non avevano accettato la scelta della figlia, dimessa da una comunità di tossicodipendenti, di andare prima a vivere da sola e poi a convivere con un'altra persona. In particolare, i genitori, per contrastare tale scelta, avevano atteso la figlia nei pressi della pensione ove era alloggiata e l'avevano seguita per strada, recando molestia e disturbo alla stessa, che non aveva intenzione di intrattenere alcun tipo di rapporto con i medesimi.

Avverso tale sentenza gli imputati proponevano ricorso per Cassazione, lamentando l'insufficienza della prova dei fatti contestati.

La Suprema Corte ritiene che il ricorso sia inammissibile perché fondato su motivi non consentiti e manifestatamente infondati.

A parere dei giudici di legittimità, integrano il reato di molestia o disturbo alle persone le condotte moleste e fa-stidiose, poste in essere dai genitori, i quali avevano rivolto alla figlia offese, minacce ed anche percosse in un episodio, in ragione dell'aperto dissenso con la sua decisione di convivere con un'altra persona e dei sentimenti di possessività e di prevaricazione, manifestati soprattutto dal padre. Inoltre, la Suprema Corte, sul presupposto che le modalità attuative delle molestie erano trasmodate in un uso di mezzi esorbitanti rispetto al fine prefissato, ha affermato che i comportamenti censurati hanno interferito negativamente sulla sfera della vita privata della figlia, tanto più che le condotte non erano determinate da affetto o da sollecitudine genitoriale, dal momento che il rapporto personale si era da tempo deteriorato.

Il reato di molestia o disturbo alle persone, previsto dall'art. 660 c.p., consiste in qualsiasi condotta oggettivamente idonea a molestare e disturbare terze persone, interferendo nell'altrui vita privata e nell'altrui vita di relazione (Cass. pen., sez. I, 19 gennaio – 8 marzo 2006, n. 8198, in Cass. pen., 2007, 4, 1644). Pur non essendo per sua natura necessariamente abituale, in quanto può essere realizzato anche con una sola azione di disturbo o di molestia, può però assumere tale forma allorché non sia stata tanto la modalità delle condotte poste in essere, quanto la loro reiterazione assillante, a determinare l'effetto pregiudizievole dell'interesse tutelato (Cass. pen., sez. I, 16 marzo - 25 marzo 2010, n. 11514, in DeJure).

Ai fini della configurabilità del reato in esame, rileva ogni forma di condotta connotata da petulanza, che consiste in un atteg-giamento di arrogante invadenza e di intromissione continua e inopportuna nell'altrui sfera di libertà (Cass. pen., sez. I, 24 novembre 2011 – 22 febbraio 2012, n. 6908, in DeJure).

Inoltre, gli intenti perseguiti dall'agente sono del tutto irrilevanti una volta che si sia accertato che comunque, a prescindere dalle motivazioni che sono alla base del comportamento, esso è connotato dalla caratteristica della petulanza, ossia da quel modo di agire pressante, ripetitivo, insistente, indiscreto e impertinente che finisce, per il modo stesso in cui si manifesta, per interferire sgradevolmente nella sfera della quiete e della libertà delle persone (Cass. pen., sez. I, 26 novembre – 22 dicembre 1998, n. 13555, in Cass. pen., 2000, 76).

Infine, l'elemento soggettivo del reato consiste nella coscienza e volontà della condotta, tenuta nella consapevolezza della sua idoneità a molestare o disturbare il soggetto passivo, senza che possa rilevare, in quanto pertinente alla sfera dei motivi, l'eventuale convinzione dell'agente di operare per un fine non biasimevole o addirittura per il ritenuto conseguimento, con modalità non legali, della soddisfazione di un proprio diritto (Cass. pen., sez. I, 12 dicembre 2003 - 3 febbraio 2004, n. 4053, in Cass. pen., 2005, 2260).



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati