Varie, Reato -  Redazione P&D - 2014-05-14

LA CONDOTTA DEL SINDACO CHE ELEGGE SUOI PARENTI QUALI MEMBRI DEL PROPRIO STAFF INTEGRA LA FATTISPECIE DI ABUSO D'UFFICIO - Cass. Pen. 25859/13 - Eleonora MONTARULI

La sentenza impugnata condannava gli imputati, che ricoprivano rispettivamente la carica di Sindaco e di Consigliere comunale, per il reato di cui all"art. 323 c.p. Ciò poiché ritenuti colpevoli, rispettivamente, l"uno di aver proceduto alla nomina illegale di alcuni soggetti quali componenti del nucleo di valutazione del Comune, pur essendo questi ultimi privi dei requisiti prescritti dalla normativa di riferimento; l"altro di non aver ottemperato all"obbligo di astensione dalla votazione della delibera con la quale si approvava il compenso spettante ai membri del nucleo di valutazione, nonostante venissero in rilievo gli interessi economici della sorella. Il giudice di secondo grado aveva, infatti, ritenuto decisivo il profilo inerente al mancato possesso, da parte dei soggetti nominati, dei requisiti previsti dl regolamento comunale. Fatto che configurava un"obiettiva violazione del regolamento comunale del nucleo di valutazione.

La corte di Cassazione, respingendo il ricorso, chiarisce come il reato di abuso d"ufficio sia integrato quando il provvedimento di nomina dei componenti la struttura di supporto tecnico consultivo e propositivo del Sindaco sia adottato in favore di persone palesemente prive, all"atto della scelta, dei requisiti necessari. Ritenendo, dunque, che la nomina di parenti membri del proprio staff che siano privi di requisiti soggettivi non è solo censurabile per il Sindaco di un Comune come familismo amorale ma anche come reato di abuso d"ufficio perché comporta uno scollamento rispetto al fine di perseguire l"interesse pubblico.

Non solo: l"assenza di un"adeguata istruttoria così come l"assoluta carenza di motivazione dei provvedimenti di nomina, in ordine alla verifica del possesso dei requisiti soggettivi richiesti dalle norme regolamentari porta necessariamente a concludere "nel senso che le relative determinazioni furono viziate da un criterio selettivo diverso da quello stabilito dalla norma regolamentare e segnatamente dalla prevalente considerazione di aspetti legati alla comune militanza politica, ovvero alla prossimità parentale dei nominati con esponenti della medesima coalizione politica che sosteneva il Sindaco". Con ciò la Suprema corte conferma il contenuto della parte motiva della sentenza emessa dal giudice di secondo grado.

Quanto alla condotta integrante la violazione di legge, la Corte ha più volte ribadito che: "in tema di abuso d"ufficio, è idonea a integrare la violazione di legge, rilevante ai fini della sussistenza del reato, l"inosservanza da parte dell"amministratore pubblico del dovere di compiere un adeguata istruttoria […], infatti, l"istruttoria amministrativa è comunque imposta da una norma generale sul procedimento, cioè dall"art. .3 della l. 7 agosto 1990 n. 241, ed incide direttamente nella fase decisoria in cui i diversi interessi devono essere ponderati". (Così Cass. pen., sez. VI, 4 novembre 2004, n. 69, in Ced Cass. Pen. n. 230901). In senso conforme anche Cass. pen. sez. VI, 27 ottobre 1999, n. 13341, in Cass. Pen., 2001, 124; Cass. pen. sez. VI, 7 aprile 2005, n. 18149, in Ced Cass. pen. n. 231341.

Quanto alla violazione dell"obbligo di astensione la Corte ha affermato che "la norma che incrimina l"abuso d"ufficio, nella parte relativa all"omessa astensione in presenza di un interesse proprio dell"agente o di un prossimo congiunto, ha introdotto nell"ordinamento, in via diretta e generale, un dovere di astensione per i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico sevizio che si trovino in una situazione di conflitto di interessi. Dunque l"inosservanza di tale dovere comporta l"integrazione del reato anche quando faccia difetto, per il procedimento ove l"agente è chiamato a operare, una specifica disciplina dell"astensione". (Cass. pen., sez. VI, 19 ottobre 2004, n. 7992, in Cass. pen., 2005, 3313).



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