Changing Society, Generalità, varie -  Ricciuti Daniela - 2016-04-26

La Consulta etica per le persone fragili di Paolo Cendon - Daniela Ricciuti

Paolo Cendon, da sempre impegnato nella tutela dei soggetti fragili e nella messa a punto di un diritto sensibile alla persona e alla sua sfera esistenziale, ci parla della sua ultima novità: la "Consulta etica per le persone fragili".


Man mano che procedono gli sforzi di mettere a punto nuovi modelli per la gestione della fragilità a livello amministrativo, sta sempre più manifestandosi l'opportunità di istituire una "Consulta etica per le persone fragili" a livello di Comune.

Il modello, se vogliamo, è un po' quello della Consulta di Bioetica che c'è presso gli ospedali e che opera ogni qual volta si tratta di prendere decisioni delicate sul conto di qualche paziente che sta molto male e non si sa bene se i trattamenti sanitari siano inopportuni in relazione ad alcune indicazioni generali che emergono nell'universo normativo.

Questa "Consulta etica per le persone fragili" (la bioetica non è l'unica cosa: perciò "etica", più ampiamente) è pensata soprattutto per l'Amministrazione di Sostegno, ma potrebbe essere allargata in realtà a tutta la fragilità, sarebbe da coordinare e da mettere a punto.

Di che si tratta? Come opera?

E' un ente di tipo cooptatorio, messo in piedi dal Sindaco, dall'Assessore per le politiche sociali, dalle forze politiche. Non troppo un "baraccone".

Di cui facciano parte persone esperte, ma non troppe; che valuti come stanno andando le cose a livello di Comune per quanto concerne l'assistenza, il sostegno, il supporto, la cura di tutte le persone fragili in generale, e in particolare dei beneficiari dell'Amministrazione di sostegno.

Mi spiego meglio.

Mi sembra di poter dire che la chiave di volta di 100 anni di assistenza (non "Cent'anni di solitudine" ...anzi "Cent'anni di solitudine" assistenziata!) sia il fatto che - da molto tempo a questa parte, forse anche da ben più di 100 anni - l'ente pubblico, la Pubblica Amministrazione, lo Stato le Regioni le Province i Comuni, hanno pensato di gestire la fragilità con dei modelli soprattutto di assistenza, del tipo: "Stai male, ti diamo qualche cosa per farti stare meno peggio".

Il che ha una sua linea, una sua nobiltà, una sua impeccabilità, ma è essenzialmente povera per il fatto che tratta un po' tutti allo stesso modo, ha un taglio molto paternalistico, prescinde dal riscontro di quelle che sono effettivamente le peculiarità dell'interessato, prescinde dal progetto specifico che si faccia sul suo conto.

Assistenza sì, ma è chiaro che non poteva bastare.

E infatti, secondo me, la stagione successiva che si è inaugurata - non solo con l'Amministrazione di sostegno, ma certamente anche con l'Amministrazione di sostegno, che ha dato a questa nuova frontiera un colpo umano e decisivo - è stata all'insegna del Diritto civile.

Da un modello assistenzialistico a un Diritto civile della fragilità?

Si, il passo successivo è stato il Diritto civile, che poi è stato il punto di partenza, la miscela di base per ricomporre il tema della fragilità a livello di diritti della persona.

Quindi non più una concezione di assistenza come una generosa distribuzione di denaro o di qualcos'altro dallo Stato, ma il riconoscimento di una serie di diritti che l'interessato fragile ha, di cui è titolare: ad essere supportato, sostenuto, rispetto a un piano di diritti, di aspettative e di bisogni, che sono i suoi.

Di qui il discorso dell'ascolto, del progetto, che sono un po' il cuore di tante leggi recenti, e che sono appunto diritti civili.

Il diritto di vivere, il diritto di essere, i diritti costituzionali, alla salute, all'affetto, alla residenza che la persona preferisce, alla cultura, alla realizzazione...

Dunque montare un sistema di prerogative intorno a quello che l'interessato dice, sogna, auspica per se stesso.

Questo, che è un po' il centro dell'Amministrazione di sostegno, comporta un salto dal linguaggio amministrativistico al linguaggio civilistico. Un salto che è forte.

E nel momento in cui si fa questo passo, col passaggio dall'alto al basso, dall'amministrativo al civile, si crea, però, un vero e proprio terremoto, un grosso sballo della attenzione e anche dell'intensità e della fragranza di ciò che si deve considerare e valorizzare.

Tutto diventa molto più impegnativo, più difficile, più oneroso.

Perchè tutto è più difficile?

E' molto più complicato far camminare questi diritti: chi li ascolta, chi li valuta, chi li porta avanti, chi se ne occupa? che garanzie ci sono, che rischi, che difficoltà, che ombre in agguato? ecc. ecc.

E soprattutto ci si accorge che nel momento in cui si alza lo sguardo in questo modo, molte sono le persone di cui non ci si era mai accorti, molte sono le peculiarità di un singolo che si erano poco considerate.

E questo boom, questa frastagliatura potente irruente deficitaria di suoni, di voci, di grida di dolore, che arrivano...

Il diritto civile fa la sua parte, perchè rende incandescente il riscontro di tutto ciò; ma poi bisogna sostenerlo in qualche modo.

Come sostenerlo?

In primis le amministrazioni di sostegno dovrebbero crescere molto: è infatti bassa la percentuale di applicazione della misura di protezione rispetto al numero di soggetti fragili, che sono alcuni milioni di persone in Italia. Ogni Comune ne ha parecchi.

Ma la macchina della giustizia già non ce la fa a gestire adeguatamente le amministrazioni di sostegno attualmente aperte.

Non ci sono abbastanza giudici togati, non ci sono neanche abbastanza amministratori di sostegno.

Tutto è molto complicato, tenuto conto anche del fatto che le persone, una volta incontrate, non smettono più di muoversi, di vivere, e che segnalano, rimandano e infondono nuove linfe di bisogni, di necessità e di esigenze.

E l'Amministrazione di sostegno è concepita per corrispondervi: per questo è uno strumento di tutela modificabile, flessibile, elastico, aperto.

E difatti si differenzia dallo schema rigido, fisso, ingessato dell'interdizione, che priva l'interessato della capacità di agire e con essa dei diritti civili una volta per tutte, e che pertanto richiede molto meno impegno, fatica, lavoro, al sistema e quindi al giudice che, se interdice, può "buttare la chiave" e non occuparsene più.

Come gestire la complessità necessaria e indefettibile che pone l'opzione (l'unica possibile in uno Stato civile) dell'Amministrazione di sostegno?

Per gestire tutto questo, il problema deve ricadere sull'apparato amministrativo.

Un ritorno al diritto amministrativo, dunque?

Si. Prima ho parlato del salto dal diritto amministrativo al diritto civile, che rende incandescente e effettivo il riscontro della fragilità, emancipandola da un'ottica meramente assistenzialistica e paternalistica, per ragionare in termini nuovi.

Poi però, se si vuole che i diritti civili funzionino, si pone per la Pubblica Amministrazione un problema forte di riconversione, di rilancio, di reimpegno, proprio per far camminare questi benedetti diritti civili.

Quindi ecco che occorre attrezzarsi.

Come bisogna attrezzarsi?

Per esempio noi, sul terreno dell'Amministrazione di sostegno, proponiamo il modello di un Ufficio - Sportello, istituito a livello di Assessorato alle politiche sociali, e che dovrebbe convogliare tutta la parte viva di risorse pubbliche e private che c'è all'interno del Comune, metterle dentro un contenitore efficiente e fargli fare un po' tutto ciò che occorre fare.

Un Ufficio-Sportello triangolare che operi come interfaccia:

1) con la cittadinanza: per informarla aiutarla sostenerla;

2) con il giudice: per fare per suo conto il lavoro "sporco", il lavoro di base, di riscontro, di istruttoria, di raccolta delle informazioni, di attenzione;

3) con gli amministratori di sostegno: per consentire loro di fare tutto ciò che è possibile, senza impegnarli direttamente.

Come è nata l'idea della Consulta?

Partecipando a conferenze in giro per l'Italia ed anche nell'ambito del lavoro di redazione delle Linee Guida sull'Amministrazione di sostegno, per conto dell'Osservatorio nazionale sulle persone con disabilità: da molte parti arrivano segnalazioni che denunciano che tra il mondo ideale che Cendon tratteggia e promuove e la realtà corre una differenza enorme.

Quello che dovrebbe essere non è affatto quello che è.

Vi sono mille momenti, mille filamenti di disinteresse, di abbandono: amministratori di sostegno che se ne fregano oppure che non ci sono, certi non hanno mai neanche visto in faccia l'amministrato, gestioni solo burocratiche; i giudici per metà sono "bravi", per metà invece anche loro "cattivi", non ci vedono, fanno aspettare le persone, ecc.

E potrebbe continuare a lungo questa triste lista dei dolori.

Allora per cercare quanto meno di rendere edotto il Comune di quel che sta succedendo, perchè quanto meno il Sindaco sappia di tale lista continua di mancanze, di soprusi, di soperchierie, di tristezze, occorre istituire questa nuova figura, questo nuovo ente: la "Consulta etica per le persone fragili".

Come immagina questa nuova figura?

Un organismo che dovrebbe essere istituito dalle Regioni e dai Comuni, che operi a livello di Comune, con mandato del Sindaco o come si vuole.

Potrebbe durare in carica 4/5 anni e poi rinnovato ogni tanto.

Dovrebbe essere composto da persone adatte. Ci potrebbe essere un giurista, un medico, uno psicologo, un operatore sociale, forse un commercialista. Comunque non troppe persone, 3 o 4, non dovrebbe essere troppo corpulento.

Sarebbe l'ente raccoglitore, l'ente selezionatore, l'ente spugna, a cui vanno tutte le lamentele e che a sua volta però si attiva per rispondere alle domande e per valutare la situazione del Comune di riferimento.

Per vedere come sta andando il Comune di Roma per esempio: a Roma i soggetti fragili sono protetti? i beneficiari sono accuditi? c'è qualcuno che è abbandonato, che viene lasciato per proprio conto? Gli amministratori di sostegno lavorano discretamente? fanno il loro? ricevono la loro indennità? I giudici fanno abbastanza? Come funziona la macchina?

Questa Consulta Etica sarebbe un po' il supervisore, il supercontrollore trasversale.

Quindi un ente che controlli lo stato delle Amministrazioni di Sostegno nel Comune di riferimento?

Non solo.

Questo per quanto riguarda l'Amministrazione di sostegno.

E già sarebbe un pacchetto di impegni sufficiente a giustificare l'esistenza di questa Consulta che noi vogliamo e auspichiamo.

Ma non c'è solo questo, naturalmente.

Si potrebbe allargare a tanti altri filamenti di fragilità, momenti vibranti...

Allora diventerebbe una cosa enorme, però, forse troppo grande.

Si potrebbe perciò cominciare con l'Amministrazione di sostegno, e poi andare avanti.

Per il momento voglio soltanto buttare un sasso nell'acqua.

Buttare un sasso nell'acqua per?

Per suggerire un nuovo modello di Pubblica Amministrazione: questa Consulta Etica dovrebbe avere in sè - come dire - un rinsanguamento, una polpa culturale, un approccio diverso da quello che normalmente ha la Pubblica Amministrazione.

Dovrebbe essere più calda, più sincera, più dotata di strumenti; capace di vedere la realtà effettiva delle persone, di scorgere le storture, di cogliere gli errori.

Insomma dovrebbe essere sensibile al momento esistenziale dei cittadini, al di là di tutte le grigliature di tipo amministrativo.

Dovrebbe essere in grado di vedere: quella certa persona, che dovrebbe avere bisogno di quelle certe cose per stare bene, che vita sta facendo? il suo progetto di vita si realizza?

Cercare di chiederglielo, di vedere, di parlare con le persone, istruire anche dei casi esemplari per la cittadinanza.

Non potrà vedere tutto neanche questa Consulta, non sarà onnipotente evidentemente.

Ma ciò che conta comunque è che sia deputata a domandarsi: stanno andando bene le cose? ciò che succede è quello che dovrebbe succedere? è ciò che vorrebbero le persone, dentro di sè e fuori di sè, per la vita che fanno?

Una Pubblica Amministrazione attenta al momento esistenziale, al momento psicologico, al momento smanioso, proiettivo, quotidiano, di effervescenza, di realizzazione delle persone: ecco la "Consulta etica per le persone fragili".



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