Legislazione e Giurisprudenza, Matrimonio, famiglia di fatto -  Mazzotta Valeria - 2014-01-23

LA CONVIVENTE NON DEVE RESTITUIRE LE ELARGIZIONE RICEVUTE DALL'EX - Cass. 1277/2014 - V. MAZZOTTA

Non è tenuta alla restituzione delle elargizioni di denaro ricevute dall"ex compagno la donna che ha rinunciato alla propria redditizia carriera per amore.

Le contribuzioni di un convivente in favore dell"altro rappresentano adempimenti che la coscienza sociale ritiene doverosi nell'ambito di un consolidato rapporto affettivo, che implica collaborazione, assistenza morale e materiale.

Il principio è affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 1277 del 22 gennaio 2014, la quale ha accolto il ricorso di una donna contro la decisione della Corte di Appello di Torino che l"aveva condannata a restituire all"ex compagno il denaro da questi messole a disposizione.

Gli Ermellini rilevano che l'erogazione della somma pretesa in restituzione era stata effettuata in adempimento di una obbligazione naturale sorta nell'ambito della convivenza more uxorio e relativa, in particolare, alla creazione di una disponibilità finanziaria in favore della donna, anche per compensare la perdita di reddito derivante dall"attività di dirigente d"azienda a cui aveva rinunciato per seguire il proprio compagno in Cina: testualmente, "I doveri morali e sociali che trovano la loro fonte nella formazione sociale

costituita dalla convivenza more uxorio refluiscono sui rapporti di natura patrimoniale, nel senso di escludere il diritto del convivente di ripetere le eventuali attribuzioni patrimoniali effettuate nel corso o in relazione alla convivenza: si attribuisce in tal modo alla nozione di obbligazione naturale fra conviventi una valenza marcatamente indennitaria che, soprattutto quando le dazioni siano avvenute non alla fine del rapporto, ma nel corso di esso, non le appartiene, in quanto l'assistenza materiale fra conviventi, nel rispetto dei principi di proporzionalità e adeguatezza - può affermarsi indipendentemente dalle ragioni che abbiano indotto l'uno o l'altro in una situazione di precarietà sul piano economico. Eventuali contribuzioni di un convivente all'altro vanno intese, invero, come adempimenti che la coscienza sociale ritiene doverosi nell'ambito di un consolidato rapporto affettivo che non può non implicare, pur senza la cogenza giuridica di cui all'art. 143, comma 2, Cc, forme di collaborazione, e di assistenza morale e materiale".

testo della sentenza tratto da www.cassazione.net



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