Articoli, saggi, Reato -  Mottola Maria Rita - 2014-04-12

LA CORRUZIONE: REATO O MODUS VIVENDI? – Maria Rita MOTTOLA

Ogni giorno siamo assillati da dati e cifre che cambiano costantemente in una escalation quasi inarrestabile che pone la corruzione al vertice dei mali della nostra Italia.

Si è giunti a dire che il presidente di una squadra tedesca che aveva frodato 28 milioni di euro era una persona per bene perché aveva deciso di scontare la pena inflitta e non proporre appello. La notizia ci lascia il dubbio che tale decisione consenta per esempio al reo di trattenere una parte della somma così che una volta uscito dal carcere possa godere del mal tolto. Ovviamente la notizia non avrebbe dovuto essere accolta con gioia sulla scia del mal comune mezzo gaudio ma con la corretta consapevolezza che la corruzione, essendo un reato, è presente là ove è presente l'opera dell'uomo.

E allora dobbiamo chiederci che cosa sia esattamente la corruzione e che senso può avere parlarne senza ricondurre il fenomeno nel suo corretto alveo: condotta contraria a una norma di diritto, reato perseguibile penalmente o più esattamente la condotta di un pubblico ufficiale che riceve, per compiere un atto del suo ufficio,  per sé o per un terzo, in denaro o altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa, (art. 318 c.p.) o che  per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio, riceve, per sé o per un terzo, denaro od altra utilità, o ne accetta la promessa (art. 319 c.p.) Ovviamente se la condotta ha per oggetto il conferimento di pubblici impieghi o stipendi o pensioni o la stipulazione di contratti nei quali sia interessata l'amministrazione alla quale il pubblico ufficiale appartiene la pena è aumentata, così come è aumentata se la condotta è diretta a  favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo. Nella corruzione i correi sono almeno due il corrotto e il corruttore, anch'egli soggetto alle stesse pene. E qui sta il punto:  la corruzione non esiste se non vi sono imprenditori o cittadini che pur di ottenere senza averne il diritto offrono qualcosa in cambio. Perché se, viceversa, vi è solo l'opera del pubblico ufficiale allora di parla di concussione che è altra condotta e altro reato.

Ma perché si punta così tanto l'attenzione dell'opinione pubblica sulla corruzione? Perché non si ha il coraggio di affermare che la corruzione è aumentata in maniera esponenziale dopo la grande era di Tangentopoli che, in teoria, avrebbe dovuto sgominare il sistema di malversazioni? Perché non si dice mai che il famoso, o meglio sarebbe dire "famigerato" principio di sussidiarietà voluto dalle leggi europee è tendenzialmente creatore di corruzione? Perché non si ha il coraggio di spiegare che si fomentano i cittadini contro la corruzione perché è necessario gettare le premesse per avere un paese senza corruzione? O bella, ma non è desiderabile un simile paese? Certo è desiderabile come un paese in cui non ci siano i ladri o gli assassini. Ciò che occorre verificare sono i mezzi che si intendono usare, e soprattutto i fini che si perseguono con una simile azione per così dire moralizzatrice.

Le norme europee hanno indotto a costruire un sistema sostenuto dalla sussidiarietà, ciò significa che se l'ente inferiore può fare una determinata cosa l'ente superiore dovrà demandarla. Così lo Stato demanderà alle Regioni, le Regioni alle Provincie (non più fra non molto), le Provincie ai comuni, i comuni alle società private o meglio al volontariato, così almeno si ottiene un risultato, forse non professionale, forse non utile ma certamente economicamente sostenibile e cioè gratuito. Poco importa se coloro che si adoperano, spesso giovani senza lavoro, non possono condurre una vita decente, o viceversa se i volontari in pensione o con redditi medio alti non percepiscono alcun emolumento, sottraendo lavoro a coloro che hanno le professionalità o le capacità per eseguire la stessa attività. E' ovvio che quando il pubblico demanda al privato anche quello che potrebbe fare in proprio si sveste di una funzione essenziale diretta al benessere di tutti e lascia che altri se ne occupi, altri che hanno come scopo il profitto e non la salus publica. E se l'azienda che esegue l'incarico deve raggiungere un guadagno come si comporterà, tenendo conto che gli appalti pubblici sono di regola effettuati con gare di assegnazione al ribasso? Tagliando i salari, non pagando contributi o tasse, utilizzando materiale pessimo oppure mal eseguendo il lavoro assegnato. Ora, se il sistema europeo e, per converso, quello italiano ha indotto una escalation della corruzione, dobbiamo chiederci perché.

Vi è una spiegazione complessa. Se si induce l'opinione pubblica a detestare il sistema perché corrotto sarà più facile imporre un nuovo ordine diretto, all'apparenza ad escludere la corruzione, in realtà a renderla inutile. In altre parole un sistema politico oligarchico interamente dominato dalla plutocrazia obbedirà agli ordini delle grandi multinazionali e in genere ai centri di potere economico senza necessità di alcun esborso di denaro o di favori.

"Il meccanismo è perfetto. Si vuole creare una società per gestire lo studio delle problematiche tecniche di certe opere pubbliche, a livello regionale o di grande comune; si trova il dirigente (politicamente scelto a ampissima discrezionalità) che ne approva lo schema tecnico, la giunta che lo delibera, i capitali forniti dalla banca vicina alla fondazione a sua volta "vicina" alla maggioranza che delibera...e induce nei tecnici pubblici dipendenti le scelte a valle, et voilà... Avrò capitali, controlli limitatissimi (al massimo a posteriori e in termini di efficienza, ma sprovvisti di vera sanzione ostativa del disegno), libertà di aggiustare – spesso con trattative private determinate da urgenze divenute insindacabili, ovvero con bandi su misura- la scelta dei soci privati, dei destinatari degli appalti (dato che la società tenderà a calibrare studi di fattibilità e bandi sulle caratteristiche, politicamente e inevitabilmente "volute", del soggetto creato ad hoc tra imprese amiche e prestanome dei politici). I politici saranno soci (azionisti), mediante prestanome o colleghi di secondo piano, o "tecnici" di area (senza selezione che non sia la vicinanza politica) dello stesso ente che forma la società. Soci espressione di grandi imprese diverranno anch'essi parte della compagine e sosterranno quella parte politica: se l'andamento della società è in deficit, gli stessi soci potranno liquidare a condizioni vantaggiose le loro partecipazioni, lasciando ai bilanci, incontrollati nelle forme pubbliche ormai abolite, di aggiustare valori e stime degli assets e delle prospettive di redditività. I debiti contratti per capitalizzare e i deficit saranno ripianati, indirettamente o direttamente, prima o poi, dal centro (lo Stato), -sotto la pressione del ricatto sul "paventato collasso" dei servizi per anziani e infanzia-, da amministratori centrali parte della stessa cricca politica che controlla le nomine nella società, o a cui viene dato il potere di farne per partecipare alla spartizione, garantendosi comunque anche la continuità del credito effettuato dagli amici banchieri in cordata con le fondazioni bancarie (controllate dalla stessa politica locale e centrale). Il meccanismo ha applicazioni multiple e variate. L'abilità sta proprio nella convergenza delle leggi verso questo obiettivo di sistema. La corruzione diviene un fatto conforme alle regole: solo gli sprovveduti e gli arroganti incorrono negli strali della magistratura. I più abili giungono a controllare, tramite profitti da aggiudicazione di appalti e di servizi pubblici locali, vere e proprie holding. Solo la Corte dei conti ogni anno lamenta l'andazzo fallimentare per i soldi pubblici (strutture e finanziamenti immessi nel circuito, ripianamenti delle perdite) e per l'aumento delle tariffe. Intanto, decine di migliaia di consiglieri di amministrazione, direttori generali e figure varie costituiscono una classe paraprivata di gestori e fruitori di emolumenti e potere decisionale che si esprime in pilotaggi di appalti e assunzioni senza concorso nelle strutture di nuova creazione. La rendita da monopolio "locale" e i patti di liquidazione, soddisfano gruppi privati "partner", e li legano sempre più alla complicità con le parti politiche autrici del disegno. La commistione di forme private e pubbliche, la demenziale complicazione delle regole di scelta europee, consente una facciata impenetrabile di "regolarità" al tutto e le vecchie mazzette vanno in pensione, trasformandosi in decisioni di scambio di favori: il figlio del tizio-dirigente o assessore (in consonanza tra loro) viene assunto di qua, o fa carriera (magari universitaria ) di là, dato che magari un tizio ulteriore, che controlla le decisioni di carriera, è stato nominato nel cda della società stessa in quota "x". Le holdings, al riparo dalla concorrenza sostanziale, e sotto l'egida della "aggiustata" concorrenza europea, prosperano e si rafforzano; le imprese tagliate fuori vanno sempre più in difficoltà, rimanendo in crescente difficoltà creditizia sia per...l'Europa (euro) sia perché non facenti parte del cerchio magico...delle linee di credito erogate dalle banche (con dentro le fondazioni). Le applicazioni, una volta consolidate le posizioni, sono infinite; soggetti di questo tipo, anche se le gare vengono rese formalmente più rigorose, hanno un vantaggio schiacciante in termini di requisiti di qualificazione e di standards di legittimazione professionale e finanziaria richiesti dai successivi bandi." (A. Bagnai Il Tramonto dell'euro, 2012, ma la teoria è ampiamente affrontata e risolta similmente anche da Luciano Barra Caracciolo in Euro e(o) democrazia? 2013)

Come è possibile che un numero elevato di politici, di dirigenti, di funzionari pubblici si pieghi a una tale perversa pressione?

Anche in questo caso la domanda richiede una risposta complessa. La corruzione se rimane un atto contra ius, resta pur sempre e solo un reato (un peccato si dovrebbe meglio dire) e il reo potrà sempre cambiare vita, ricostruire una rete di rapporti corretta, scontare una pena ricostituendo così la lacerazione che la condotta criminosa ha creato nel procedere della vita sociale. Ma se il corrotto a poco a poco si "abitua" alla sua corruzione, la giustifica, la condivide con altri suoi pari, non sente più il peso della colpa, la responsabilità che nasce dalla violazione della norma, se allontana da sé la consapevolezza dei danni che il suo agire produce nella vita di tanti, allora si corrompe definitivamente. Senza possibilità di resipiscenza, senza via d'uscita. E con la sua condotta perversa inquina irrimediabilmente anche l'ambiente circostante, le relazioni e gli affetti, il luoghi di lavoro, le espressioni della vita sociale.

"La corruzione porta a perdere il pudore che custodisce la verità e che rende possibile l'autenticità della verità. Il pudore che custodisce, oltre alla verità, la bontà, la bellezza e l'unità dell'essere... Insieme a questo essere misura del giudizio c'è un altro tratto. Ogni corruzione cresce e allo stesso tempo si esprime in un'atmosfera di trionfalismo. Il trionfalismo è il brodo di coltura ideale per gli atteggiamenti corrotti, poiché l'esperienza dice che questi atteggiamenti danno risultati, e così il corrotto si sente un vincitore, trionfa. Si conferma e contemporaneamente avanza in un ambiente trionfale. Tutto va bene. E da questo respirare il bene, da questo avere il vento in poppa, si riordinano e si ricostruiscono le situazioni secondo valutazioni erronee. Non è trionfo, ma trionfalismo ... E' precisamente questo trionfalismo, nato dal sentirsi misura di qualsiasi giudizio, che permette al corrotto di abbassare gli altri alla propria misura trionfale. Mi spiego: un ambiente di corruzione, una persona corrotta non permette di crescere in libertà. Il corrotto non conosce la fraternità o l'amicizia, mala complicità. Per lui non vale il precetto dell'amore ai nemici o quella distinzione alla base della legge antica: amico o nemico. Egli si muove nei parametri di complice o nemico. Per esempio, quando un corrotto esercita il potere, coinvolgerà sempre gli altri nella sua corruzione, li abbasserà alla sua misura e li farà complici della sua scelta di stile (José Maria Bergoglio, Guarire dalla corruzione, 2013).

Non vi è più speranza? Mai abbandonare la speranza di un mondo diverso e migliore, è il fondamento della dignità umana. "Non avere paura ... non temere che cosa? Non temere la speranza ... e la speranza non delude" (Rm, 5,5).



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati