Changing Society, Intersezioni -  Sisto Patrizio - 2015-05-12

LA CURA DELLANIMA NELLA VITA QUOTIDIANA. LA PSICOTERAPIA AL DI FUORI DELLA PSICOTERAPIA (PRIMA PARTE) – Patrizio SISTO

"Terapia" è una parola densa, pregnante e in parte anche problematica. Onnipresente nei discorsi quotidiani di tutti noi, si fa via via più frequente e diventa un dato di fatto inevitabile proferirla e ascoltarla con partecipazione e crescente interesse con l"avanzare degli anni, quando la giovinezza lascia spazio all"età adulta e alla vecchiaia. Naturalmente il pensiero corre immediatamente all"ambito medico, della cura, dell"alleggerimento dei sintomi di una qualche malattia organica e, quando possibile, anche della completa guarigione fisica.

Al contempo il prefisso "psico" però qualifica la parola "terapia" in modo più specifico, richiamando nell"immaginario comune, a poco più di cento anni dalla nascita del termine, diversi tipi di pratiche, che perlopiù si riconducono, semplificando, all"interazione fra due persone o fra un gruppo di persone attraverso l"uso principe della parola, la talking cure di cui parlò Freud agli albori della psicoanalisi per definire l"allora nascente disciplina.

Se nell"accezione medica si può considerare prevalente la connotazione del risanare, del restaurare, con un effetto riparativo, di ricostituzione di una ipotetica situazione di partenza in vario modo alterata, compromessa, ferita, diminuita, lesa, nel caso della terapia della psiche si ha invece a che fare con realtà differenti. Anche senza ricorrere alle riflessioni dell"antipsichiatria di Laing o di Basaglia si può capire che il modo medico di intendere la cura come restituzione alla persona di una originaria supposta integrità implicherebbe un"imposizione di standard astratti e in qualche modo ideologici, che presuppongono una definizione a priori di ciò che è malattia e ciò che è salute, in modo svincolato dal concreto vivere e soffrire dei singoli soggetti interessati al processo di cura.

Al contrario approcci di altro tipo, che possiamo chiamare evolutivi, appaiono più aderenti a quanto accade realmente in ambito psicoterapeutico, quando il processo è ben condotto. Il "rebus bene gestis" freudiano nel suo significato più rivoluzionario indica proprio l"assenza di una meta precostituita e delineata a priori, a favore del recupero e dell"attivazione di processi di crescita che permettano ai soggetti destinatari delle cure di riprendere un cammino di crescita interrotto, inibito o bloccato e di trovare nuove possibilità, che prima erano loro invisibili o precluse, di stare nel mondo.

In questa prospettiva risulta anche più facile pensare a forme di terapia alternative, che estendano il raggio di applicazione delle tradizionali forme di psicoterapia, pur con tutti i dovuti distinguo, a pratiche che assumono valore anche preventivo o complementare rispetto alle classiche modalità psicoterapeutiche strutturate e riconosciute, quelle dotate di un preciso setting, di consolidati apparati teorici e di definiti corredi di regole e procedure operative.

Occorre ricordare allora che "terapia" contiene in sé anche significati più ampi ed estensivi da un lato e più profondi dall"altro, rispetto a quello medico, perché coinvolgono una possibilità connaturata all"essere umano come tale, il prestare attenzione a qualcosa o a qualcuno.

L"originario etimo greco infatti evidenzia tutta una serie di valenze che alludono, con diverse sfumature, a questa direzione semantica: "therapeuo" rimanda di volta in volta a espressioni come "mi occupo di", "ho cura di", "rivolgo i pensieri a" , "sono intento a", "coltivo".

Seguendo queste catene associative si apre allora uno spazio che più che alternativo si potrebbe definire complementare alla psicoterapia come forma istituzionalizzata e definita di cura, una nebulosa di forme e pratiche terapeutiche che ultimamente si sentono sempre più spesso citare come esempi della pluralità di modi in cui la cura di sé può prendere forma e di fatto si attua nel nostro contesto socioculturale.

Circolano infatti diverse espressioni con il suffisso "terapia", da quelle che possiedono una storia più di lunga data e che ormai risuonano come naturali, quali l"arteterapia e la musicoterapia, ad altre comunque già familiari come la pet therapy che nella sua formulazione linguistica denuncia l"originaria provenienza anglosassone, al filone delle pratiche occupazionali che includono l"orto-terapia e la giardino-terapia, ad altre che si sono consolidate in ambienti alternativi di matrice new age senza possedere avvalli dalla scienza ufficiale, come la cromoterapia e l"aromaterapia, fino a pratiche di recentissima diffusione, quali la biblioterapia e la cineterapia.

Evidentemente, sembra non porsi limite ai confini dei modi di curare e, aggiungiamo anche, di curarsi, dato che in molte di queste pratiche è implicita una possibile valenza di autoterapia. Proprio per tale motivo è legittimo che possano emergere anche dubbi sulla fondatezza di queste estensioni, per cui a ben vedere tutto può alla fine diventare psicoterapia, in una effettiva assenza di reali distinzioni fra ciò che cura e ciò che invece non ha un reale statuto terapeutico, fino a svuotare così di significato e incidenza il termine stesso di terapia.

Ma è anche vero che si potrebbe ricordare, avvicinandosi alla questione da un"altra prospettiva, il celebre detto di Eraclito secondo cui per quanto "si possa camminare, e neppure percorrendo intera la via", si potranno mai "trovare i confini dell'anima, così profondo è il suo lógos"

In tal senso si può provare a vedere dentro a ognuna di queste pratiche di terapia più o meno spontanee e informali che si riversano in normali pratiche di vita quanto di anima sia presente, che cosa ci sia di terapeutico nelle diverse accezioni citate del termine, quale sia il fine che si prefiggono, tramite quali strade e da quali presupposti muovano.

In modo da orientarsi un po" di più, avvicinarle eventualmente in modo più consapevole e a ragion veduta, considerando le loro promesse e i loro limiti e soprattutto il modo di coltivare la psiche che è loro inerente.

Sempre ricordando però, come avvertiva un antico adagio cinese, che "se l"uomo sbagliato usa il metodo giusto, allora il metodo giusto agisce nel modo sbagliato"…



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