Changing Society, Opinioni, ricerche -  Sisto Patrizio - 2015-05-20

LA CURA DELLANIMA NELLA VITA QUOTIDIANA. LA PSICOTERAPIA AL DI FUORI DELLA PSICOTERAPIA. (SECONDA PARTE) – Patrizio SISTO

Un breve excursus tra quelle forme di terapia della psiche che si pongono al di fuori del setting e delle cornici strutturate classiche della psicoterapia permette di incontrare alcune grandi famiglie di pratiche e tecniche che in modi differenti risultano potenzialmente complementari e integrative rispetto alla psicoterapia stessa propriamente intesa.

La prima famiglia si può fare corrispondere alle artiterapie, che meritano il titolo anche di terapie espressive. Coprono innanzitutto le diverse varianti delle arti visive, quindi le pratiche che utilizzano il tratto grafico e visivo, come il disegno, il colore, la creazione di forme attraverso il modellamento e la scultura, ma anche il collage. In ogni caso, sorvolando sulle pur importanti differenze, assumendo una prospettiva psicodinamica che ne è una ispiratrice primaria si può affermare che questi approcci facilitano l"espressione libera, sciolta da controlli razionali rigidi, di contenuti emozionali e ideativi interni, che intessono il mondo interiore e le fantasie del soggetto. La loro rappresentazione consente più risultati, da un effetto catartico immediato, a una facilitazione di processi di autoconoscenza e al contempo di comunicazione e condivisione con altri del proprio mondo interno. A questi si aggiunga un senso di padroneggiamento che il soggetto così sperimenta sulle proprie dinamiche emozionali profonde, riuscendo a dar loro una concreta forma compiuta, in quanto risultato del proprio operato e quindi espressione di sé, ma anche d"altra parte in quanto prodotti che si traspongono, adeguatamente distanziati, sulla superficie del foglio, della tela o nella materia.

In secondo luogo ricordiamo la musicoterapia, che coinvolge il senso del ritmo e una comunicazione che ha caratteri primigeni per l"essere umano, avendo a che fare con l"emissione e modulazione di suoni, il canto, la melodia, come ben rivelato dalle pratiche rituali e sciamaniche delle antiche tradizioni, in culture anche diversissime fra loro. Il soggetto può porsi in posizione di fruitore, nell"ascolto, o di produttore di sonorità, attraverso l"uso di strumenti tratti dal quotidiano o di veri e propri strumenti musicali, o anche l"uso della propria voce, da solo o in un contesto di gruppo, ma spesso i confini fra queste distinzioni si fanno labili e fluidi. In ogni caso il rapporto con la musica instaura canali immediati e creativi di contatto con se stessi e con le proprie emozioni più profonde e inespresse. Il ritmo in particolare ha una importante funzione di risintonizzazione e comunicazione preverbali rispetto a se stessi e agli altri, richiamando espressioni primordiali ontogeneticamente radicate nella vita stessa del feto prima della nascita, quando il battito cardiaco materno scandisce il tempo prenatale. Con questi presupposti si può comprendere come i campi di applicazione della musicoterapia siano estremamente ampi, dimostrandosi un efficace coadiuvante e strumento di sostegno psicologico per la cura dei disturbi da deficit motorio, dei disturbi correlati al Parkinson, e all"Alzheimer, delle ludopatie, fino all"autismo, ai disturbi schizofrenici e per esempio anche alle tendenze al ritiro in sé e all"isolamento che possono interessare l"anziano.

In terzo luogo la teatroterapia o drammaterapia, che può avvalersi di una tradizione che percorre l"intera storia del pensiero occidentale, offre la possibilità di sperimentarsi in un"ampia gamma di forme e modalità espressive, sul piano corporeo, gestuale, vocale, non verbale e verbale, e di interagire sulla scena con l"altro da sé lasciandosi mettere in gioco secondo diversi ruoli e maschere alternative che corrispondono a componenti differenziate e spesso oscurate della personalità di ognuno. Con valenze di disvelamento di parti di sé, di aumentata autostima e di esplorazione di modi differenti di stare nel rapporto con altri, in un processo evolutivo che per la sua natura intrinseca diventa condiviso con i compagni di esperienza. Diviene allora possibile, tramite la pratica della teatroterapia, la ricerca ed esplorazione di modelli espressivi di sé più liberi e consapevoli rispetto alle costrizioni in funzione di atteggiamenti e ruoli rigidi subite nel corso della storia del singolo, per aprirsi alla ricerca di una più ampia identità dai tratti polifonici. E come sosteneva Moreno, il fondatore dello psicodramma, pervenire a una sorta di terza via fra l"agire comportamenti stereotipati e impulsivi, sperimentando una dimensione di spontaneità alternativa, dagli importanti risvolti non solo terapeutici ma anche sociali ed educativi.

Una seconda famiglia di terapie sui generis è quella che ha a che fare con la narrazione di storie. Se le forme di recente acquisite sotto le etichette di biblioterapia e cinematerapia appaiono frutti del contesto socioculturale attuale, occorre però rimarcare che questo filone di pratiche prima di essere esplicitate in questa veste vanta già di per sé una lunga importante ascendenza nella storia delle culture e sul piano antropologico.

Si pensi infatti, su un primo versante alla funzione del pensiero narrativo come ricostruzione rituale e donazione di senso a esperienze e vicende individuali e collettive, e al riconoscimento della natura catartica delle tragedie a partire dalle considerazioni di Aristotele sugli effetti che si producono negli spettatori che si identificano nei personaggi di un dramma. Su altro versante ancora, il racconto di sé come ricostruzione delle proprie vicende biografiche rimanda sia alle riflessioni freudiane sulle costruzioni in analisi dove il fattore decisivo della terapia non è tanto il ritrovamento di eventi accaduti di per sé, quanto una nuova narrazione capace di sciogliere i nodi irrisolti nella storia individuale, sia anche agli esiti più recenti delle teorie costruttiviste, che enfatizzano l"apporto della soggettività nella co-costruzione dell"esperienza, come processo di messa in forma che emerge dall"interazione fra individuo e ambiente. Senza dimenticare le fondamentali riflessioni di un filosofo come Paul Ricoeur che ha assegnato al racconto di sé che si snoda lungo l"asse della temporalità una vera e propria funzione fondante nella costruzione della soggettività che ci costituisce e nel reperimento della nostra identità, in un continuo processo di rielaborazione narrativa.

Nel caso specifico della biblioterapia la narrazione si declina come racconto che attraverso la mediazione del pensiero cognitivo e riflessivo suscita processi identificativi, di confronto e riconoscimento di sé nelle situazioni descritte, nelle emozioni vissute dai protagonisti, nelle dinamiche interpersonali rappresentate.

La biblioterapia, nata agli inizi del "900 negli Stati Uniti, quando lo psichiatra William Menninger dopo aver suggerito la lettura di libri ai suoi pazienti osservò miglioramenti della loro condizione, si pone come un"importante modalità di autocomprensione soggettiva dal punto di vista sia clinico che più ampiamente esistenziale.

Si è dimostrata efficace per disturbi d"ansia e depressivi, e anche per pazienti psichiatrici e oncologici, ed è estensibile a soggetti adulti ma anche, con opportuni aggiustamenti, all"età adolescenziale e nell"infanzia, per disturbi del comportamento alimentare e manifestazioni di bullismo. Infatti la biblioterapia non solo crea una facilitazione dello sviluppo di risorse personali stimolando attenzione e riflessione e l"adattamento alla realtà da punti di vista nuovi, attraverso il rispecchiamento in situazioni e personaggi altri da sé con i quali si possono creare meccanismi di identificazione ed empatia, ma può anche favorire su un piano cognitivo l"attitudine al problem solving,. La lettura condivisa rappresenta inoltre un importante ausilio per gli operatori e per creare legami dei pazienti fra loro, con i propri familiari e con gli operatori stessi, nel contesto di appositi laboratori di formazione. In tal modo si favoriscono anche l"alleanza terapeutica e una capacità condivisa di gestione del disagio, sia uscendo dall"isolamento solipsistico, sia conoscendo ed elaborando insight specifici e adeguate strategie per affrontare problemi che apparivano prima insormontabili.

Con la cinematerapia ci addentriamo poi in un territorio ancora un po" diverso, nel quale la dimensione della narrazione si avvale della multi medialità che coinvolgendo più canali sensoriali simultaneamente si approssima con il tramite del movimento e del suono in modo emozionalmente più diretto a una rappresentazione mimetica della vita reale.

Attraverso la visione cinematografica i processi identificativi diventano quindi più immediati e sollecitano un coinvolgimento emozionale che possiamo tutti aver sperimentato durante la visione di un film che abbia toccato corde particolarmente sensibili della nostra costituzione psichica individuale e della nostra specifica esperienza di vita.

Secondo l"efficace espressione di Edgar Morin, antropologo e studioso delle culture, il cinema è una espressione esemplare della "incarnazione dell"immaginario nella realtà esterna", dove il ruolo delle immagini, il rapporto che intratteniamo con le vicende rappresentate, come spettatori fisicamente passivi ma al contempo partecipi sul piano emotivo, e la consequenzialità fra immagini e parole rivelano molte profonde similarità con l"esperienza del sogno. Tutte queste prerogative del cinema sono solo alcuni degli elementi che lo rendono un terreno elettivo di utilizzo per percorsi di crescita interiore o anche di affiancamento alla psicoterapia, proprio a partire dalla sua caratteristica di essere un modo unico e originale di pensare in termini cognitivi e affettivi attraverso immagini in movimento.

Superando il facile approccio a volte evocato dai mass media della ricetta magica che prevede la somministrazione di un determinato film per ogni particolare patologia e sofferenza dell"anima, in realtà la cinematerapia si presenta come una vera e propria modalità di lavoro su di sé, che implica impegno da parte dei partecipanti, e attenzione e specifiche competenze da parte dei conduttori dei laboratori in cui si attua. Le finalità, sfruttando la capacità dei film di porsi come realtà intermedia fra la realtà e la fantasia, sono quelle di realizzare una progressiva rielaborazione delle emozioni grezze suscitate dalla visione filmica, con un lavoro che agisce sui processi di identificazione, proiezione, regressione e simbolizzazione attivati negli spettatori, per arrivare a mediare i conflitti interni entrati in risonanza con le immagini e aprire possibilità anche impensate di ricomporli in prospettive nuove.



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