Changing Society, Opinioni, ricerche -  Sisto Patrizio - 2013-12-02

LA FANTASIA AL SAPERE. I NUOVI TEST DI ACCESSO AL LAVORO E ALLO STUDIO – Patrizio SISTO

Il tema della misurazione dell"intelligenza e delle prestazioni in differenti tipi di compiti di problem solving o esecuzione di abilità complesse caratterizza da tempo la storia delle aziende e delle università, per l"assunzione dei dipendenti o per l"ammissione degli studenti ai diversi corsi di laurea. Ma l"approccio classico alla selezione è sempre avvenuto sulla base di un presupposto indiscusso, che è parso criterio unico di riferimento, con pochissime eccezioni: si è cercato di calibrare la logica della misurazione di capacità e attitudini dei candidati attraverso le cosiddette domande chiuse, che prevedono determinate specifiche risposte come soluzioni univoche a quanto richiesto. Inoltre la finalità esplicita sottesa a queste modalità di misurazione è sempre stata quella di valutare tipi di capacità definite e circoscritte, ritenute le uniche indispensabili per riuscire nello studio come nell"ambito professionale: prime su tutte quella logico-matematica, verbale-linguistica, percettivo-spaziale e nozionistica, relativa quest"ultima all"apprendimento di un bagaglio di concetti e informazioni che disegnano un perimetro culturale acquisito e condiviso.

Un quadro valutativo, insomma, nel cui contesto finiva per risultare molto chiaro cosa fosse giusto, adeguato a risultati già preventivati perché nella norma, e cosa invece rappresentasse uno scarto da tali standard, assimilabile perciò a una inadeguatezza nelle capacità e prestazioni espresse dai candidati, poco funzionale e penalizzante se non destabilizzante rispetto agli scopi di misurazione e alle richieste di cui i candidati stessi erano oggetto.

Una divertente scena del film "Ratataplan" di Maurizio Nichetti esemplifica bene questo dato di fatto: il protagonista, novello Charlie Chaplin nella parte di un neoingegnere appena laureato, al colloquio di assunzione di fronte alla richiesta di disegnare un albero è l'unico a essere rifiutato dall"azienda a differenza degli altri candidati, perché il suo disegno invece di essere diligentemente monocromatico e stilizzato in conformità alle aspettative dei capi, appare colorato, rigoglioso e imprevedibilmente personalizzato, dunque decisamente troppo originale e bizzarro, nella sua fresca e appassionata diversità.

Ma rispetto a questo scenario, che ha contraddistinto la realtà effettiva degli ultimi anni nel mondo del lavoro e accademico, appare una svolta storica la recente tendenza impostasi nelle università statunitensi, a introdurre test che intendono rilevare le capacità creative e la propensione individuale alla fantasia. Da un lato la rivista "The Atlantic" è tra i primi a insinuare il dubbio se sia proprio quello dei test tradizionali il modo migliore per valorizzare la meritocrazia, mentre dall"altro anche le applications, domande per l"ammissione degli studenti ai college, prevedono tracce di temi dai titoli stravaganti. Due fra tutti: la domanda al giovane esaminato se preferirebbe essere allevato da un alieno, da un robot o da un dinosauro, oppure la domanda su dove vorrebbe andare e perché se dovesse trascorrere il prossimo anno in un momento a sua scelta del passato o del futuro.

Questo cambiamento di rotta nelle valutazioni per la selezione mostrando di superare una concezione omologata dell"intelligenza può prospettare una effettiva rivoluzione copernicana verso una visione più duttile ed evolutiva delle caratteristiche e capacità individuali, che sollecita tre brevi considerazioni.

La prima riguarda la molla che ha favorito questo mutamento: verosimilmente, possiamo pensare, la complessità della realtà attuale e il momento di crisi, che in quanto tale mette alla prova gli approcci tradizionali ai problemi rendendoli spesso desueti e inservibili, spingendo a cogliere nuove opportunità finora nascoste nelle pieghe della realtà come siamo stati abituati a vederla. La complessità degli eventi sociali attuali in termini di velocità delle informazioni, contaminazioni fra culture, ordini simbolici, ambiti del sapere, potrebbe insomma essere un potente propulsore per la creatività, intesa come capacità di oltrepassare gli schemi di pensiero consolidati e convenzionali del passato.

La seconda mette in luce il fatto che per poter esprimere un"attitudine di pensiero creativa occorre anche che l"individuo metta in gioco componenti emozionali non scontate: l"assunzione del rischio, la motivazione a sfuggire alla routine e ripetitività del già noto e del familiare, il coraggio dell"indipendenza e autonomia nella visione e definizione delle cose e degli eventi, che implica a sua volta uno sviluppato senso di responsabilità personale.

La terza corrisponde alla domanda su quali saranno di fatto i criteri valutativi della capacità immaginativa e della fantasia creativa: cosa effettivamente si intende individuare con le nuove prove e test e fino a quale limite l"ordine mentale in fondo sovversivo sollecitato da tali richieste potrà risultare assimilabile alla logica di funzionamento di istituzioni standardizzate come le aziende e l"università. Qui il discorso si sposta su un piano politico e prima ancora culturale più ampio e sulla capacità di sistemi complessi di aprirsi a variazioni non prevedibili a priori, nel recepire l"apporto dell"individuo e nel disciplinarlo e canalizzarlo entro adeguati percorsi di sviluppo. Che si spera continuino poi, appunto, a favorire e stimolare la crescita reale di forme di creatività, capaci di perseguire impostazioni alternative ai problemi e configurare idee nuove.



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