Articoli, saggi, Reato -  Mazzon Riccardo - 2016-06-30

La funzione della colpevolezza: presupposto e limite della reazione penale - Riccardo Mazzon

La colpevolezza, anche quando interessa particolari settori, proietta la propria luce in tutti e ciascuno degli elementi del fatto oggettivamente illecito, presupponendone pertanto il complessivo, attento, esame: le due tradizionali concezioni della colpevolezza, ossia la concezione psicologica e la concezione normativa illuminnano la funzione dell'istituto quale presupposto e limite della reazione penale.

È d"uso comune, nel parlare della colpevolezza, il descrivere le due tradizionali concezioni di essa: quella psicologica e quella normativa; di esse conviene, pertanto, dar conto anche in questa sede [anche la fondamentale pronuncia della Corte Costituzionale 364/ 88 – cfr. amplius il terzo capitolo del volume: "Responsabilità e risarcimento del danno da circolazione stradale" Riccardo Mazzon, Rimini 2014 - precisa come la prima, tradizionale, faccia riferimento ai requisiti subiettivi della fattispecie penalmente rilevante (ed eventualmente anche alla valutazione di tali requisiti ed alla rimproverabilità del soggetto agente), mentre la seconda, fuori dalla sistematica degli elementi del reato, denoti il principio costituzionale, garantista (relativo alla personalità dell"illecito penale, ai presupposti della responsabilità penale personale ecc.) in base al quale si pone un limite alla discrezionalità del legislatore ordinario nell"incriminazione dei fatti penalmente sanzionabili, nel senso che vengono costituzionalmente indicati i necessari requisiti subiettivi minimi d"imputazione senza la previsione dei quali il fatto non può legittimamente essere sottoposto a pena:

"qui si userà il termine colpevolezza soprattutto in quest"ultima accezione mentre lo stesso termine, all"infuori della prospettiva costituzionale (nell"impossibilità di ritenere "costituzionalizzata", come si preciserà fra breve, una delle tante concezioni della colpevolezza proposte dalla dottrina) verrà riferito al vigente sistema ordinario di cui agli artt. 42, 43, 47, 59 ecc. c.p.: questo sistema verrà, infatti, posto in raffronto con l"art. 27, 1° e 3° co. e con i fondamentali principi dell"intera Costituzione, al fine di chiarire come l"art. 5 c.p., incidendo negativamente sul sistema ordinario della colpevolezza (attraverso l"esclusione d"ogni rilievo della conoscenza della legge penale) fa sì che lo stesso sistema non si riveli adeguato alle direttive costituzionali in tema di requisiti subiettivi minimi d"imputazione" (Corte cost., 24 marzo 1988, n. 364, FA, 1989, 3)].

Quanto alla prima (concezione psicologica), essa riduce la colpevolezza a genus, comprensiva delle due species colpa e dolo, e la descrive come relazione soggettiva tra agente e fatto antigiuridico:

"i concetti di imputabilità e colpevolezza vanno tenuti distinti e non sono legati da alcun rapporto di presupposizione; ne consegue che gli stati psichici che costituiscono il dolo e la colpa possono riscontrarsi anche nella condotta di un soggetto infradiciottenne incapace di intendere e di volere" (Trib. min. L"Aquila, 22 maggio 1996, FI, 1997, II, 511).

Questa concezione non sembra del tutto soddisfacente, in quanto riduttiva – la colpevolezza verrebbe, in ultima analisi, ad identificarsi con dolo e colpa, risultando pertanto concetto fittizio e meramente sistematico –:

"l"imputabilità, come capacità di intendere e di volere, costituisce una qualità, un modo di essere dell"individuo, riferendosi alla sua maturità psichica e alla sua sanità mentale; essa si distingue, naturalisticamente e normativamente, dalla coscienza e volontà e dalla colpevolezza in senso stretto, le quali si riferiscono alla volontà concreta del fatto, considerato nel momento della sua attuazione" (Cass., Sez. U., 14 giugno 1980, CP, 1981, 172, 496).

Ciò è ancor più corretto soprattutto dopo l"importante intervento della Corte cost. che, nella, ormai storica, sentenza n. 364 del 1988, considera, invece, la colpevolezza un cardine del nostro sistema generale.

Quanto alla seconda (concezione normativa), preferita dalla dottrina più recente, essa sembra cogliere più proficuamente la profondità del fenomeno e, individuandone una pluralità di presupposti – imputabilità, almeno potenziale relazione psicologica col fatto, normalità delle circostanze in cui si verifichi il fatto –, ne rivaluta la funzione complessiva.

La concezione normativa consente, inoltre, di graduare la responsabilità: può essere infatti considerata, a tutti gli effetti, un giudizio normativo di rimproverabilità; l"incapace di intendere e di volere, ad esempio, non imputabile, non commette reati, ma, eventualmente, fatti antigiuridici (antigiuridicità oggettiva).

Il principio di colpevolezza implica, precisa proprio la pronuncia citata, che la persona è penalmente responsabile solo per azioni da lei controllabili e mai per comportamenti che solo fortuitamente producano conseguenze parzialmente vietate e comunque

"mai per comportamenti realizzati nella inevitabile ignoranza del precetto" (Corte cost., 24 marzo 1988, n. 364, FA, 1989, 3).

È pertanto opportuno segnalare come tutto l"argomento della colpevolezza vada valutato e riletto proprio alla luce della sentenza della Corte cost. n. 364 del 1988.

Considerazioni analoghe a quelle effettuate in ordine alle diverse concezioni della colpevolezza meritano di esser effettuate riguardo la disputa circa la funzione del principio di colpevolezza; anche qui si confrontano due indirizzi: uno che privilegia la funzione di presupposto della responsabilità penale [prima d"iniziare il confronto tra l"art. 5 c.p. e la Carta fondamentale, recita la fondamentale pronuncia infra epigrafata, va, ancora, ricordato che, a seguito dell"entrata in vigore di quest"ultima, lo stesso articolo è stato oggetto di numerose, pesanti critiche; partendo da ben note premesse sistematiche (l"imperatività della norma penale); ricordata la strumentalizzazione che lo Stato autoritario aveva operato del principio dell"assoluta irrilevanza dell"ignoranza della legge penale (già nel 1930 tal principio, trasferito dal capitolo dell"imputabilità, nel quale era inserito dal codice del 1879, a quello dell"obbligatorietà della legge penale, era divenuto "cardine" del sistema); ed affermata la necessità, per la punibilità del reato, dell"effettiva coscienza, nell"agente, dell"antigiuridicità del fatto;

"è stata con forza sottolineata la stridente incompatibilità dell"art. 5 c.p., qualificato come "incivile", con la Costituzione" (Corte cost., 24 marzo 1988, n. 364, FA, 1989, 3).

È stato, tuttavia, agevole, avverte sempre la pronuncia de qua, sul versante delle premesse sistematiche, contrapporre alla tesi dell"effettiva imperatività della norma penale, la formula dell"idoneità della stessa norma a funzionare come comando e, sul versante dell"illegittimità dell"art. 5 c.p., contrapporre alla richiesta di totale abrogazione o di dichiarazione d"illegittimità costituzionale dell"intero articolo l"inesistenza, nella Costituzione, d"un vincolo, per il legislatore ordinario, di non sanzionare penalmente fatti carenti d"effettiva coscienza dell"antigiuridicità; le risposte, indubbiamente corrette, da una parte hanno, tuttavia, finito col "chiudere" ogni indagine sulla relazione tra ordinamento giuridico e soggetti, viventi in una determinata concretezza storica, in una particolare situazione sociale e d"altra parte hanno precluso, tranne lodevolissime eccezioni, ogni ulteriore esame della Costituzione, allo scopo di verificare se, in mancanza del precitato "vincolo" dell"effettiva presenza della coscienza dell"antigiuridicità, non esistessero altri vincoli, per il legislatore ordinario, mirati ad escludere l"incriminazione di fatti commessi in carenza di altre, anche se meno penetranti, relazioni tra soggetto e legge penale:

"sorge, invero, spontanea la domanda: a che vale richiedere come essenziale requisito subiettivo (minimo) d"imputazione uno specifico rapporto tra soggetto ed evento, tra soggetto e fatto, quando ogni "preliminare" esame delle relazioni tra soggetto e legge e, conseguentemente, tra soggetto e fatto considerato nel suo "integrale" disvalore antigiuridico viene eluso? (Corte cost., 24 marzo 1988, n. 364, FA, 1989, 3).

E come è possibile, si chiede, ancora, la Corte Costituzionale, risolvere i quesiti attinenti alla c.d. costituzionalizzazione (salve le osservazioni che, in proposito, saranno prospettate in seguito) del principio di colpevolezza, intesa quest"ultima come relazione tra soggetto e fatto, quando, non "rimuovendo" il principio d"assoluta irrilevanza dell"ignoranza della legge penale, sancito dall"art. 5 c.p., vengono "stroncate", in radice, le indagini sulle metodiche d"incriminazione dei fatti e quelle sulla chiarezza e riconoscibilità dei contenuti delle norme penali nonché sulle "certezze" che le norme penali dovrebbero assicurare e, pertanto, sulle garanzie che, in materia, di libertà d"azione, il soggetto attende dallo Stato?

"allo scopo d"un attento approccio all"esegesi dell"art. 27, 1° co., Cost, occorre preliminarmente accennare al valore ed alla funzione che il momento subiettivo dell"antigiuridicità penale, il personale contrasto con la norma penale, assume nel sistema della vigente Costituzione. Si noti: una parte della dottrina richiede anche un mutamento terminologico, valido a distinguere la concezione della colpevolezza quale fondamento etico della responsabilità penale dalla concezione che ne accentua la sua funzione di limite al potere coercitivo dello Stato" (Corte cost., 24 marzo 1988, n. 364, FA, 1989, 3)];

l"altro che la considera limite e misura della reazione penale [è illegittimo, conclude infatti la Corte Costituzionale, l"art. 5 c.p. nella parte in cui non esclude dall"inescusabilità dell"ignoranza della legge penale l"ignoranza inevitabile, atteso il combinato disposto del 1° e 3° co. dell"art. 27 Cost., nel quadro delle fondamentali direttive del sistema costituzionale desunte soprattutto dagli artt. 2, 3, 25, 2° co., 73, 3° co., Cost., le quali pongono l"effettiva possibilità di conoscere la legge penale quale ulteriore requisito minimo d"imputazione, che viene ad integrare e completare quelli attinenti alle relazioni psichiche tra soggetto e fatto, consentendo la valutazione e, pertanto,

"la rimproverabilità del fatto complessivamente considerato" (Corte cost., 24 marzo 1988, n. 364, FA, 1989, 3)].

In realtà, e la sentenza su citata lo conferma e chiarisce, il principio di colpevolezza, quale cardine metodologico per l"attribuzione di un fatto antigiuridico ad un soggetto, non può che comprendere in sé entrambe le funzioni – presupposto e limite della reazione penale –: ecco perché la Corte Costituzionale ci tiene a precisare, per quanto, forse, superfluo, che la colpevolezza costituzionalmente richiesta, come avvertito dalla più recente dottrina penalistica, non costituisce elemento tale da poter esser, a discrezione del legislatore, condizionato, scambiato, sostituito con altri o paradossalmente eliminato:

"limpidamente testimonia ciò la stessa recente, particolare accentuazione della funzione di garanzia (limite al potere statale di punire) che le moderne concezioni sulla pena attribuiscono alla colpevolezza. Sia nella concezione che considera quest"ultima "fondamento", titolo giustificativo dell"intervento punitivo dello Stato sia nella concezione che ne accentua particolarmente la sua funzione di limite allo stesso intervento (garanzia del singolo e del funzionamento del sistema) inalterato permane il "valore" della colpevolezza, la sua insostituibilità" (Corte cost., 24 marzo 1988, n. 364, FA, 1989, 3).



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