Articoli, saggi, Rapporti patrimoniali fra coniugi -  Redazione P&D - 2016-02-16

LA INTERFERENZA DEL PROVVEDIMENTO DI ASSEGNAZIONE DELLA CASA CONIUGALE GIA CONCESSA IN COMODATO – Antonio ARSENI

- La prevalenza della disciplina del comodato su quella propria  della assegnazione

- I contrasti giurisprudenziali

- L"attuale approdo interpretativo (da ultimo, Cassazione 1666/2016)

Da tempo si assiste nel nostro Paese ad un aumento esponenziale dei processi di separazione e divorzio, soprattutto nelle regioni centro-settentrionali. Ciò ha avuto, come conseguenza, la emersione di ulteriori problematiche connesse a quello che viene visto come un preoccupante fenomeno di disgregazione della c.d. famiglia legittima.

Accade sovente che il Tribunale, investito di uno dei suddetti giudizi, proceda ad assegnare la casa, dove i coniugi avevano stabilito la loro residenza, ad uno di essi, di preferenza a chi ivi rimane ad abitare con i figli minori, in ragione della opportunità di collocarli in quello che viene definito habitat familiare, ritenendo più consono per la educazione che siano  a loro assicurate  le normali  abitudini di vita.

Se la abitazione però era stata concessa in uso gratuito (comodato), ad esempio dai genitori di uno dei coniugi, prima di separarsi o divorziarsi, si è sempre discusso sugli effetti dei provvedimenti del Tribunale che interviene, per così dire, a gamba tesa su detti rapporti, condizionandone le sorti.

Lo schema è semplicemente il seguente: uno dei coniugi ottiene da un terzo (normalmente un genitore) in comodato precario, cioè senza determinazioni di tempo, un proprio immobile affinché venga destinato (o che, in ogni caso viene destinato) ad abitazione familiare; il matrimonio entra in crisi ed in sede di separazione o divorzio la casa viene assegnata all"altro coniuge al quale, a questo punto, si rivolge il proprietario/comodante per chiederne la restituzione.

Quid iuris, può farlo ed a quali condizioni?

Orbene, sulla vexata quaestio si sono contrapposti in dottrina e giurisprudenza due orientamenti, il primo, che ha come suo autorevole referente le S.U. della Cassazione,13603/2004 e l"altro, che prende le mosse dalla diversa sentenza della III Sezione n. 15986/2010.

La pronuncia delle Sezioni Unite del 2004 interviene in un contesto giurisprudenziale rappresentato sostanzialmente dalla decisione della Sez. I , n.10977/1996 e da altre, precedenti e successive, di segno diametralmente opposto (Cass. 1258/1993; Cass. 5236/1994; Cass. 929/1995; Cass. 6458/1996; Cass. 2405/1998). Con la prima, la Cassazione reputava di dare la precedenza alla disciplina propria della  assegnazione per cui il comodante non poteva chiedere ad nutum la restituzione dell"alloggio in quanto il precedente rapporto di comodato doveva ritenersi assorbito dalle successive vicende, che avevano interessato il bene stesso in forza del provvedimento del Tribunale adottato in sede di separazione o divorzio.

Una soluzione, questa, che però non aveva seguito nella giurisprudenza di legittimità, rimanendo del tutto isolata in ragione della circostanza che andava ad incidere negativamente ed in modo diretto, modificandola, su una situazione preesistente come quella facente capo ad un soggetto estraneo al giudizio che subiva l"assegnazione; una soluzione, peraltro, che non spiegava plausibilmente i motivi per cui una crisi coniugale debba essere idonea ad incidere sulla disciplina del rapporto di comodato, modificandola a suo favore, attraverso l"assegnazione al coniuge del comodatario.

Con l"opposto indirizzo, rappresentato dalle altre decisioni suindicate, veniva, invece, opportunamente chiarito che il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa coniugale, che abbia l"effetto di escludere uno dei coniugi dalla utilizzazione del bene a favore della persona assegnataria, dovesse essere regolato dalla disciplina del comodato entro gli stessi limiti che segnano il godimento da parte della famiglia in costanza di matrimonio.

Il contrasto giurisprudenziale veniva composto, per l"appunto, con la decisione della Corte Regolatrice  13603/2004,  in un caso in cui il Giudice di merito aveva espressamente affermato di volere discostarsi dall"orientamento espresso da Cass. 10977/1996 .

Questi, sinteticamente, i principi affermati.

Quando un terzo abbia concesso in comodato un bene immobile di sua proprietà perché sia destinato a casa familiare, il successivo provvedimento – pronunciato nel giudizio di separazione o di divorzio – di assegnazione in favore del coniuge affidatario di figli minorenni o convivente con figli maggiorenni non autosufficienti senza loro colpa, non modifica né la natura né il contenuto del titolo di godimento sull"immobile. Infatti, l"Ordinamento non stabilisce una "funzionalizzazione assoluta" del diritto di proprietà del terzo a tutela di diritti che hanno radice nella solidarietà coniugale o post-coniugale, con il conseguente ampliamento della posizione giuridica del coniuge assegnatario. In questo senso, come anche affermato dalla Corte Costituzionale 454/1989,  il Giudice della Separazione non crea un titolo di legittimazione ad abitare per uno dei coniugi, ma conserva la destinazione dell"immobile con il suo arredo nella funzione di residenza familiare "essendo l"effetto precipuo del provvedimento di assegnazione quello di stabilizzare, soprattutto (se esistente) a tutela della prole minorenne o maggiorenne non autosufficiente, la preesistente organizzazione che trova nella casa familiare il suo momento di aggregazione ed unificazione, escludendo uno dei coniugi da tale contesto e concentrando la detenzione in favore dell"altro, oltre che della prole stessa".

In buona sostanza, il provvedimento di assegnazione, lungi dall"attribuire al coniuge separato un diritto di godimento non fa altro che escludere l"altro coniuge dall"utilizzazione del bene, con conseguente concentrazione della detenzione sul primo e, quindi, rimanendo giocoforza immutato il regime negoziale così come originariamente disciplinato.

La conformazione della posizione del coniuge assegnatario a quella del coniuge comodatario escluso, viene giustificata in ragione della circostanza,  già evidenziata,  per cui non potrebbe ipotizzarsi una funzionalizzazione assoluta del diritto di proprietà del terzo a tutela di diritti che hanno radici nella solidarietà coniugale o post-coniugale, non potendo essere consentita una compressione  dei diritti del dominus, il quale non è stato parte del giudizio in cui il provvedimento di assegnazione è stato adottato,  né un ampliamento della posizione giuridica del coniuge assegnatario nei confronti dello stesso proprietario, rispetto a quella vantata dall"originario comodatario.

Quindi, allorché il comodato sia stato convenzionalmente stabilito a termine indeterminato, il comodante è tenuto a consentire la continuazione del godimento per l"uso previsto nel contratto, salva la ipotesi di sopravvenienza di un urgente ed imprevisto bisogno ex art. 1809, II co. CC.

Più in particolare il comodato stipulato senza limiti di durata in favore di un nucleo familiare già formato o in via di formazione, si atteggia a tempo indeterminato, caratterizzato dalla non prevedibilità del momento in cui la destinazione del bene verrà a cessare, dato che in tal caso le parti avrebbero impresso allo stesso un vincolo di destinazione alle esigenze abitative familiari (e perciò non solo e non tanto a titolo personale del comodatario) idoneo a conferire all"uso – cui la cosa deve essere destinata – il carattere implicito della durata del rapporto, anche oltre la crisi coniugale e senza possibilità di far dipendere la cessazione del vincolo esclusivamente dalla volontà, ad nutum, del comodante, salva la facoltà di quest"ultimo di chiedere la restituzione nell"ipotesi di sopravvenienza di un bisogno, ai sensi dell"art. 1809, 2° co. CC, segnato dai requisiti della urgenza e della non previsione.

Inoltre,  nel comodato senza la determinazione di un termine finale, l"individuazione del vincolo di destinazione in favore delle esigenze abitative familiari non può essere desunta sulla base della mera natura immobiliare del bene, concesso in godimento dal comodante, ma implica un accertamento in fatto, di competenza del Giudice del merito, che postula una specifica verifica della comune intenzione delle parti, compiuta attraverso una valutazione globale dell"intero contesto nel quale il contratto si è perfezionato, della natura dei rapporti tra le medesime, degli interessi perseguiti e di ogni altro elemento che possa far luce sulla effettiva intenzione di dare e ricevere il bene allo specifico fine della sua destinazione a casa familiare.

Dalla sentenza delle S.U. del 2004 possono ricavarsi in pratica  i seguenti postulati.

Può accadere che al comodato sia apposto convenzionalmente un termine di durata, in tal caso il comodatario dovrà restituire il bene alla scadenza (art. 1809 ,I co. CC). Ma può anche accadere che un termine faccia difetto, allora in questo caso il comodatario dovrà restituire la casa a semplice richiesta del comodante (comodato precario o senza determinazione di durata). Vi è da dire che il termine di durata può risultare indirettamente dalla destinazione della casa data in comodato e dall"uso fattone in ragione di detta destinazione, con la conseguenza che il comodato dovrà durare tutto il tempo necessario per realizzare siffatto uso.

Quindi se nella convenzione di concessione di un immobile in comodato le parti si accordino per imprimere allo stesso un vincolo di destinazione alle esigenze abitative familiari e quindi non a titolo personale del comodatario, da tale accordo si ricava il carattere implicito della durata del comodato, oltre la crisi coniugale e senza la possibilità di far cessare il rapporto sulla base della esclusiva volontà del comodante - ad nutum -.

Ciò induce a ritenere che il termine indiretto di durata del rapporto venga a coincidere con l"abitazione della casa familiare da parte della famiglia del comodatario. Un termine che può anche apparire eccessivamente lungo ma non inconciliabile con la natura del comodato, la cui durata, secondo la giurisprudenza, può protrarsi finché il beneficiario è in vita. Ciò non toglie che il rapporto di comodato può farsi cessare ex art. 1809, 2° comma CC, quando sopravvenga un urgente ed imprevedibile bisogno.

Sembra di poter affermare che quanto sopra (termine di durata che coincide con l"abitazione della casa familiare) riguardi, nella pronuncia delle S.U. del 2004, non solo le ipotesi in cui le parti abbiamo espressamente convenuto nel contratto di comodato la destinazione del bene ad abitazione familiare, ma anche quando di fatto il bene sia stato destinato a tale scopo con la conseguenza che anche in questo secondo caso, sarebbe preclusa al comodante, in mancanza di un termine espressamente determinato, la possibilità  di chiedere la restituzione ad nutum e la necessità di rispettare la destinazione della casa fino all"esaurimento di tale funzione.

Arrivati (non senza fatica) a questo punto, vi è da dire che la strada tracciata dalla Cassazione 13603/2004 ha avuto considerevole e prevalente seguito nella giurisprudenza successiva, apparendo in grado di contemperare, nel miglior modo possibile, gli interessi delle parti, in particolare quello del comodante, che non vede mutata la propria posizione, potendo apparire compromessa in ragione della ritenuta prevalenza del provvedimento di assegnazione capace di sacrificare troppo il suo diritto di proprietà sull"immobile concesso in comodato;  e quello del coniuge assegnatario del bene, non esposto al rischio di una connivenza tra comodante e comodatario (v. ad es. Cass. 6278/2005; Cass. 13260/2006; Cass. 3072/2006; Cass. 19939/2008; Cass. 18619/2010; Cass. 4917/2011; Cass. 13592/2001 – che ha esteso la applicazione dei suddetti principi al nucleo familiare di fatto – Cass. 21103/2012; Cass. 16769/2012).

Rimaneva l"interrogativo, in quanto non espressamente chiarita la relativa questione, se la precarietà del comodato, idonea a legittimare la richiesta di restituzione ad nutum ex art. 1810 cc, fosse da intendere riferita anche alla ipotesi in cui la destinazione dell"immobile al soddisfacimento delle esigenze familiari fosse impressa non solo convenzionalmente ma anche di fatto, come sembra emergere da Cass. 3168/2011 e Cass. 5907/2011.

Di qui la critica alle Sezioni Unite del 2004,  esplicitata da Cassazione 17/06/2013 n° 15113, la quale rimproverava il fatto che in quella decisione non si capirebbe bene "quando l"indicato vincolo di destinazione viene concretamente ad insorgere né quale sia il momento della relativa cessazione".

Veniva così provocato un nuovo intervento delle S.U. che, con sentenza 29/09/2014 n° 20448, affermavano il seguente importante  principio: "Il coniuge affidatario della prole minorenne, o maggiorenne non autosufficiente, assegnatario della casa familiare, può opporre al comodante, che chieda il rilascio dell"immobile, l"esistenza di un provvedimento di assegnazione, pronunciato in un giudizio di separazione o divorzio, solo se tra il comodante e almeno uno dei coniugi (salva la concentrazione del rapporto in capo all"assegnatario, ancorché diverso) il contratto in precedenza insorto abbia contemplato la destinazione del bene a casa familiare. Ne consegue che, in tale evenienza, il rapporto, riconducibile al tipo regolato dagli artt. 1803 e 1809 cod. civ., sorge per un uso determinato ed ha – in assenza di una espressa indicazione della scadenza – una durata determinabile per relationem, con applicazione delle regole che disciplinano la destinazione della casa familiare, indipendentemente, dunque, dall"insorgere di una crisi coniugale, ed è destinato a persistere o a venire meno con la sopravvivenza o il dissolversi delle necessità familiari (nella specie, relative a figli minori) che avevano legittimato l"assegnazione dell"immobile".

In pratica attraverso il nuovo intervento nomofilattico, le S.U. hanno spiegato che nel nostro Ordinamento esistono due forme di comodato: quello in senso stretto, regolato dagli artt. 1803 e 1809 CC e quello precario, regolato dall"art. 1810 CC.

La differenza sta nella previsione o meno di un termine di scadenza, esplicito o individuabile per relationem, cioè quando il comodante potrà dire che la consegna della cosa è stata eseguita per un uso che per l"appunto consente di stabilire la scadenza contrattuale. Solo nel comodato precario sarebbe possibile richiedere il bene in ogni momento mentre, nell"altro caso, esclusivamente in ragione della sopravvenienza di un urgente ed imprevisto bisogno, sempreché, in quest"ultimo caso (notasi bene) risulti che tra le parti si sia voluto costituire un comodato che abbia contemplato la destinazione del bene quale casa familiare senza altri limiti e pattuizioni. In tal caso, salvo espressa previsione di una scadenza, il termine sarà desumibile dall"uso per cui la cosa è stata consegnata. Alla ricorrenza di tali condizioni è subordinata la possibilità di opporre efficacemente, al comodante, il provvedimento di assegnazione della casa coniugale emesso dal Giudice della separazione in una fattispecie, per l"appunto, in cui la Cassazione era stata chiamata a risolvere una vicenda ove occorreva stabilire se la separazione dei coniugi comportasse di per sé la legittima cessazione del comodato.

Con un successivo intervento, la Cassazione (ordinanza 21/11/2014 N° 24838), sulla scia della pronuncia di poco precedente, ha richiamato l"attenzione sul fatto, precisandolo, che laddove non risultino chiare, perché non provate, le esigenze familiari che sottendono alla conclusione del contratto di comodato (per cui occorre far riferimento al momento genetico della formazione della volontà contrattuale), va favorita ("per il sospetto ed il disvalore con cui il nostro ordinamento considera i trasferimenti gratuiti di beni e dei diritti sui beni") la soluzione della cessazione del vincolo dovendosi desumere che non vi sia stata determinazione del termine di scadenza, con la conseguenza che il comodante può in ogni momento chiedere la restituzione della cosa, non condizionata alla presenza degli urgenti bisogni idi cui sopra si è detto.

L"approdo interpretativo definitivo (!?) è , quindi, quello segnato dalle S.U. del 2014 alle cui determinazioni hanno mostrato di aderire un numeroso gruppo di decisioni successive, citandosi, a titolo esemplificativo, Cass. 11/09/2015 n° 17921; Cass. 03/12/2015 n° 24618; Cass. 17/12/2015 n° 25356; Cass. 17/12/2015 n° 25359.

Si riporta in particolare  la massima di Cass.  n. 24618/15 in quanto fissa sinteticamente e con molta chiarezza i termini della problematica in discussione.

"Il comodato, stipulato senza prefissione di termine, di un immobile successivamente adibito, per inequivoca e comune volontà delle parti contraenti, ad abitazione di un nucleo familiare di fatto, costituito dai conviventi e da un figlio minore, non può essere risolto in virtù della mera manifestazione di volontà "ad nutum" espressa dal comodante ai sensi dell"art. 1810, comma 1, ultima parte, CC, dal momento che deve ritenersi impresso al contratto un vincolo di destinazione alle esigenze abitative familiari idoneo a conferire all"uso cui la cosa è destinata il carattere implicito della durata del rapporto, anche oltre la crisi familiare tra i conviventi. Ne consegue che il rilascio dell"immobile, finché non cessano le esigenze abitative dei familiari cui esso è stato destinato, può essere richiesto, ai sensi dell"art. 1809,comma 2, CC, solo nell"ipotesi di un bisogno contrassegnato dall"urgenza e dall"imprevedibilità."

Il trend appare inarrestabile, considerato che con una recentissima sentenza della S.C.,  29/01/2016 n. 1666,  viene ribadita "la configurabilità, nel nostro ordinamento, delle due forme di comodato anzidette, ossia quello propriamente detto, regolato dagli artt. 1803 e 1809 CC e il c.d. precario, al quale si riferisce l"art. 1810 CC, sotto la rubrica comodato senza determinazione di durata; solo nel caso di cui all"art. 1810 CC, connotato dalla mancata pattuizione di un termine e dalla impossibilità di desumerlo dall"uso cui doveva essere destinata la cosa, che è consentito di richiedere ad nutum il rilascio al comodatario. L"art. 1809 CC concerne, invece, il comodato sorto con la consegna della cosa per un tempo determinato o per un uso che consente di stabilire la scadenza contrattuale ed è caratterizzato dalla facoltà del comodante di esigere la restituzione immediata solo in caso di sopravvenienza di un urgente e imprevisto bisogno (art. 1809 comma 2 CC). A questo tipo contrattuale va, quindi, ricondotto il comodato di immobile che sia stato pattuito per la destinazione di esso a soddisfare le esigenze abitative della famiglia del comodatario, da intendersi in tal caso anche nelle sue potenzialità di espansione. Si tratta, infatti, di contratto sorto per un uso determinato e, dunque, come è stato osservato, per un tempo determinabile per relationem, che può esser cioè individuato in considerazione della destinazione a casa familiare contrattualmente prevista, indipendentemente dall"insorgere di una crisi coniugale. Ed è grazie a questo inquadramento che risulta senza difficoltà applicabile il disposto dell"art. 1809 comma 2, norma che riequilibra la posizione del comodante ed esclude distorsioni della disciplina negoziale."

Puntualizza Cass. 1666/2016 che" spetta al coniuge separato, convivente con la prole minorenne o maggiorenne non autosufficiente ed assegnatario dell"abitazione già attribuita in comodato, che opponga alla richiesta di rilascio del comodante l"esistenza di un comodato di casa familiare con scadenza non prefissata, l"onere di provare, anche mediante le inferenze probatorie, desumibili da ogni utile fatto secondario allegato e dimostrato, che tale era la pattuizione attributiva del diritto personale di godimento. Si stratta di un problema di prova, risolvibile grazie al prudente apprezzamento del Giudice di merito in relazione agli elementi (epoca dell"insorgenza della nuova situazione, comportamenti e dichiarazioni delle parti, rapporti intrattenuti, tempo trascorso ecc.) che sono sottoponibili al suo giudizio. mentre spetta a chi invoca la cessazione del comodato per il raggiungimento del termine prefissato, dimostrare il relativo presupposto per il sopraggiungere del termine fissato per relationem e, dunque, l"avvenuto dissolversi delle esigenze connesse all"uso familiare."



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