Changing Society, Generalità, varie -  Mottola Maria Rita - 2015-01-11

LA PAURA FA 90. ALZI LA MANO CHI NON HA AVUTO PAURA IN QUESTI GIORNI – Maria Rita MOTTOLA

La paura fa 90, recita la smorfia, ma si usa tale espressione per dire che la paura riesce a far fare come inimmaginabili e che mai faremmo in condizioni normali.

Sembra quasi che esista un'assoluta impossibilità di sottrarsi a tale sentimento. La paura è inevitabile, assale all'improvviso e normalmente porta a effetti inaspettati. Continuo a tirare verso di me la porta per uscire dall'edificio in fiamme quando è chiaramente scritto "spingere". E per questo che sono state create le porte antipanico, porte che reagiscono, correttamente, alle nostre insulse reazioni.

Mio padre, ventenne, si trovava in aeroporto in Sardegna, con la sua bella divisa azzurra come il cielo. Iniziarono i bombardamenti degli Alleati e il comandante diede un ordine eroico: scappate. Egli restò a presidiare ma i suoi ragazzi non dovevano morire per un assurda guerra, e per difendere aerei di cartone. Mio padre con i suoi compagni scappò per le campagne. Finito l'assalto tornarono sui loro passi ... ma mio padre dovette fare una strada diversa perché all'improvviso si trovò innanzi a un fossato così ampio che era impossibile da saltare. Ebbene all'andata l'aveva fatto quel salto! Ringrazio quel comandante che lasciò in vita il mio bellissimo papà, ringrazio quel comandante perché per evitare la guerra ci vogliono soldati che si rifiutano di farla.

Ricordo che oltre trent'anni fa all'aeroporto di Colombo, Ski Lanka, il nostro volo non partiva. Eravamo fermi e dovevamo affrontare oltre 13 ore di volo per ritornare a casa. Cominciarono a farci scendere e poi risalire, e poi ridiscendere e ci contavano, e poi dovemmo riconoscere ancora una volta i bagagli e poi di nuovo venimmo contati. Certo si trovavano con un bagaglio in più e proprio quel giorno era stato sferrato il primo attentato tamil, il primo in assoluto. Ero così stanca che pregai: Signore fai partire l'aereo Ti prego così potrò chiudere gli occhi e dormire. Non mi interessa che ci sia una bomba a bordo, voglio solo dormire.

La stanchezza e il desiderio di dormire, ancora più vitale e imperante della paura, aveva preso il sopravvento.

Certo per me è abbastanza facile: non ho molto spesso paura, o meglio, riesco con una certa facilità a vincerla la paura. No ... sto dicendo una sciocchezza non è così. Ho il terrore dei topi, esattamente dei topi.

E non riesco a capacitarmi di come gli animali più belli dei cartoni animati siano appunto i topi. Certamente Disney aveva qualcosa di diabolico e come si sa il demonio si fa trasportare dai topi.

Ricordo con una certa vergogna il volto sconvolto del mio giovane vicino di casa che accorse un giorno al mio grido disperato e lacerante. Probabilmente pensò che mi fossi tagliata non un dito ma la stessa mano con la mia affettatrice elettrica!

Era apparso all'improvviso un piccolissimo topetto non più di tre centimetri di orrendo corpicino marrone-rossiccio e una lunghissima, schifosissima coda, i baffetti frementi in una evidente espressione di paura. Probabilmente potrei uccidere i topi con le mie grida: morirebbero di paura.

Con il tempo anche questa paura viene in una qualche misura gestita. I gatti che vivono nella corte, meglio le gatte perché sono le femmine a vivere in comunità, mi portano ogni tanto un topetto defunto sull'uscio di casa per ricordarmi che debbo dare loro qualche bocconcino prelibato per assolvere l'antico patto stretto tra gli uomini e la loro eletta razza. Certo i gatti sono così assurdamente pieni di sé, così pronti a sentirsi al centro, o meglio, il centro dell'universo. La nostra Mafalda spesso ti guarda come per dirti con ogni movimento del suo corpo perché ti interessi a qualcosa che non sia io?

E proprio Mafalda, presuntuosa nella sua statuaria bellezza, mi preannuncia almeno una volta all'anno, l'arrivo del mostro. Si ferma immobile, la pelliccia nera lucida e setosa, la testa rotonda che nasconde in una fessura appena percettibile lo sfolgorante giallo – ambra degli splendidi occhi, il naso quello non c'è mai rincagnato, perché la razza la vuole così. La sua immobilità dura un tempo infinito anche giorni di attesa. Attesa, talvolta, tradita dall'irruenza dei due enormi cani che si agitano all'arrivo del topino tanto agognato. Ma lei immancabilmente lo agguanta e poi lo lascia lì sdegnosa. E' così certa che avrà comunque i bocconcini prelibati. Così Mafalda mi ha insegnato a non avere più paura dei disgustosi topetti. Mi fanno ancora ribrezzo, questo sì, ma il sacro terrore (terrore atavico, terrore primigenio, terrore demoniaco chi lo sa) quello ormai non lo provo più.

La paura fa novanta. Ma noi la possiamo vincere la paura innanzi tutto cercando di capire perché, quale è la molla che fa scattare la nostra paura. Ci fa paura certamente la follia, quello che non possiamo prevedere e gestire. Avemmo paura anche quando il 22 luglio 2011 vi furono due attentati terroristici in Norvegia, l'uno contro il campo estivo dei giovani del partito laburista norvegese che provocò la morte di 69 ragazzi. L'attentatore era norvegese, Anders Breivik è il suo nome, e si dichiara anti-multiculturalista, anti-marxista, sionista, anti-islamico e fondamentalista cristiano, con ideologie di estrema destra. Un folle che interpreta alla perfezione la follia di un mondo ove non vi sono più principi chiari a cui riferirsi, un mondo ove tutto è permesso, ove tutto è dilatato e rarefatto, ove si può essere tutto e il contrario di tutto.

Questo non vuol dire che se il relativismo etico e storico lasciasse il posto a una civiltà fondata su valori chiari e condivisi, la follia sparirebbe. Questo certamente no. Ma sarebbe riconoscibile, potremmo accorgercene e, forse, contenerla.

E poi esorcizziamola la nostra paura, senza negarla, come facevamo da bambini leggendo le fiabe, sollecitandola quella paura e ci sembrerà meno brutto il mostro, apparirà per tutti noi un bel gatto nero che immobile riuscirà ad agguantare il topo.



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