Varie, Persona, famiglia -  Redazione P&D - 2014-05-31

LA PRESENZA DI UN DIVERSO SOSTRATO CULTURALE E LA CONDIZIONE DI CLANDESTINITÀ NON RILEVANO AL FINE DELLA CONFIGURABILITÀ DEL REATO DI CUI ALL'ART. 572 C.P. - Cass. pen., sez. VI, 19 marzo - 13 maggio 2014, n. 19674, - Sara PERINI

Con la sentenza impugnata, la Corte d'Appello confermava la pronuncia di primo grado che condannava un uomo per il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi, ex art. 572 c.p., commessi a danno della moglie, la quale, subendo violenze fisiche e psicologiche, era costretta a vivere in uno stato di sottomissione, a svolgere lavori domestici per tutti i membri della famiglia e a non poter vedere altre persone.

Avverso tale sentenza l'imputato proponeva ricorso per Cassazione, deducendo il vizio di erronea applicazione della legge penale per avere la Corte d'Appello trascurato di considerare il fatto che l'intera vicenda processuale mostrava i connotati di un sostrato culturale chiaramente estraneo a quello europeo. In particolare, a parere della difesa, non si trattava di maltrattamenti, ma di incompatibilità caratteriali tra i due coniugi, praticamente estranei e costretti, per la condizione di clandestinità della moglie, a dividere un piccolo appartamento con i suoceri.

La Suprema Corte ritiene il ricorso inammissibile. A parere dei giudici di legittimità, infatti, devono essere considerati del tutto irrilevanti, al fine della configurabilità della fattispecie incriminatrice di cui all'art. 572 c.p., la presenza di un sostrato culturale chiaramente estraneo a quello europeo e la condizione di clandestinità della persona offesa.

Con la pronuncia in esame, la Corte di Cassazione ha ribadito un principio affermato ormai da tempo in giurisprudenza, secondo cui non possono assumere alcuna incidenza in senso scriminante eventuali pretese o rivendicazioni legate all'esercizio di particolari forme di potestà in ordine alla gestione del proprio nucleo familiare, ovvero specifiche usanze, abitudini e connotazioni di dinamiche interne a gruppi familiari che costituiscano il portato di concezioni in assoluto contrasto con i principi e le norme che stanno alla base dell'ordinamento giuridico italiano e della concreta regolamentazione dei rapporti interpersonali, tenuto conto del fatto che la garanzia dei diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali, cui è certamente da ascrivere la famiglia (artt. 2, 29 e 31 Cost.), nonché il principio di eguaglianza e di pari dignità sociale (art. 3 Cost.), costituiscono uno sbarramento invalicabile contro l'introduzione di diritto o di fatto nella società civile di consuetudini, prassi o costumi con esso assolutamente incompatibili (ex multis, Cass. pen., sez. VI, 26 novembre – 16 dicembre 2008, n. 46300, in Giur. it., 2010, 416).

Di conseguenza, i giudici di legittimità non ritengono rilevi nemmeno il credo religioso dell'autore delle condotte, non potendo ritenersi che l'adesione ad un credo, che non sancisca la parità dei sessi nel rapporto coniugale, giustifichi i maltrattamenti in danno della moglie (Cass. pen., sez. VI, 26 marzo - 12 agosto 2009, n. 32824, in Cass. pen., 2010, 12, 4231).

Allo stesso modo, la Suprema Corte, confermando la condanna per maltrattamenti nei confronti di un marito che intendeva giustificare la sua condotta alla luce di una condizione socio-culturale in cui versava e in forza della quale la moglie doveva considerarsi come un oggetto di sua esclusiva proprietà, ha sostenuto che «non rileva, ai fini dell'esclusione del dolo del delitto di maltrattamenti in famiglia, la circostanza che il marito abbia agito sulla base della convinzione della superiorità della figura maschile all'interno della famiglia e della conseguente legittimità di atteggiamenti "padronali" nei confronti della moglie» (Cass. pen., sez. VI, 26 aprile - 5 luglio 2011, n. 26153, in Cass. pen., 2012, 5, 1741).

Invero, è ormai consolidato in giurisprudenza il principio secondo cui il delitto previsto dall'art. 572 c.p. è integrato dalla condotta dell'agente che sottopone la moglie ad atti di vessazione reiterata e tali da cagionarle sofferenza, prevaricazione ed umiliazioni, in quanto costituenti fonti di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con normali condizioni di esistenza (Cass. pen., sez. VI, 8 novembre 2002 – 8 gennaio 2003, n. 55, in Riv. pen., 2003, 220). Infatti, il delitto di maltrattamenti non è integrato soltanto dalle percosse, lesioni, ingiurie, minacce, privazioni e umiliazioni imposte alla vittima, ma anche dagli atti di disprezzo e di offesa alla sua dignità, che si risolvano in vere e proprie sofferenze morali (da ultimo, Cass. pen., sez. VI, 8 ottobre – 6 novem-bre 2013, n. 44700, in Guida dir., 2013, 47, 80).



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