Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Redazione P&D - 2016-04-29

La reale natura del danno non patrimoniale - Cass. 7766/16 - Natalino Sapone

La reale natura della sofferenza umana consiste nella duplice dimensione: quella interiore, quella di cui si occupa il danno morale, e quella esterna, relazionale, di cui si occupa il danno esistenziale.

Energica conferma della distinzione tra danno esistenziale e danno morale, quella proveniente da Cass. civ., III sez., 20.4.2016, n. 7766, pres. Vivaldi, rel. Travaglino.

Ogni individuo – afferma la S.C. – è, al tempo stesso, relazione con se stesso e rapporto con tutto ciò che rappresenta "altro da se", secondo dinamiche chiaramente differenziate tra loro, se è vero come è vero che un evento destinato ad incidere sulla vita di un soggetto può (e viceversa potrebbe non) cagionarne conseguenze sia di tipo interiore (non a caso, rispetto al dolore dell'anima, la scienza psichiatrica discorre di resilienza), sia di tipo relazionale, ontologicamente differenziate le une dalle altre, non sovrapponibili sul piano fenomenologico, necessariamente indagabili, caso per caso, quanto alla loro concreta (e non automatica) predicabilità e conseguente risarcibilità.

Si tratta né più né meno del fondamentale assunto sostenuto dai fautori del danno esistenziale e negato dai più consapevoli negatori della nuova figura. L"obiezione principale al danno esistenziale è sempre stata la sua inutilità e pericolosità. Inutile in quanto il lavoro che può svolgere il danno esistenziale lo può fare bene anche il danno morale; pericoloso in quanto rischia di determinare duplicazioni risarcitorie.

La sentenza in commento smentisce perentoriamente tale obiezione, affermando in modo cristallino l"imprescindibile distinzione tra aspetto interiore della sofferenza (ossia il danno morale) e aspetto esterno/relazionale (ossia il danno esistenziale). Nessun timore per la natura del danno esistenziale da qualcuno ritenuta "indefinita e atipica". Ciò, ragiona il S.C., appare la probabile conseguenza dell'essere la stessa dimensione della sofferenza umana, a sua volta, "indefinita e atipica".

Ecco dunque, continua la sentenza, i due autentici momenti essenziali della sofferenza dell'individuo: il dolore interiore, e/o la significativa alterazione della vita quotidiana; essi danno luogo a danni "diversi e perciò solo entrambi autonomamente risarcibili". La valutazione giuridica non può prescindere dal considerare la "reale natura e la vera, costante essenza del danno alla persona: la sofferenza interiore, le dinamiche relazionali di una vita che cambia". In questa distinzione la S.C. vede l"architrave per una più compiuta lettura del danno non patrimoniale. In particolare la sottolineatura della distinzione tra danno interiore e danno relazionale porta la S.C. a negare l"unicità del danno biologico.

La distinzione porta poi la S.C. ad un ardito accostamento con il danno patrimoniale: "E se un paragone con la sfera patrimoniale del soggetto fosse lecito proporre, appare delinearsi una sorta di simmetria carsica con la doppia dimensione del danno patrimoniale, il danno emergente (danno "interno", che incide sul patrimonio già esistente del soggetto) e il lucro cessante (che, di quel patrimonio, è proiezione dinamica ed esterna)". Qui l"amore di simmetria induce i giudici a compiere un passo scivoloso, poco comprensibile, e comunque poco proficuo sul piano pratico.

Infine una radicale critica agli automatismi tabellari: "E tali conseguenze non sono mai catalogabili secondo universali automatismi, poiché non esiste una tabella universale della sofferenza umana. È questo il compito cui è chiamato il giudice della responsabilità civile, che non può mai essere il giudice degli automatismi matematici ovvero delle super-categorie giuridiche quando la dimensione del giuridico finisce per tradire apertamente la fenomenologia della sofferenza".

Sembra che stia prendendo piede una giurisprudenza che tende a depotenziare il ruolo vincolante delle tabelle. L"asserto secondo cui non esiste una tabella universale della sofferenza pare collidere con la valorizzazione delle tabelle (in particolare quella di Milano) sancita da recente giurisprudenza.

Poco comprensibile poi la contrapposizione che la pronuncia sembra porre tra le categorie (ironicamente definite super-categorie) e la fenomenologia. Non vi è nessuna contrapposizione tra categorie e fenomenologia. Le due vanno in tandem. Non esiste un dato fenomenico sorpreso nella sua purezza. Qualsiasi dato osservativo va letto, colto e apprezzato alla luce di categorie. È ingenuo pensare che l"operatore giuridico possa limitarsi a prendere atto, registrare passivamente, l"elemento fenomenico. Quando si tratta di fenomeni che riguardano l"uomo, dice Givone, prendere atto è sempre, anche, giudicare. E allora applicare categorie significa giudicare in modo consapevole e ordinato.



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