Changing Society, Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 2014-06-17

LA REPUTAZIONE PERDUTA. UNIVERSITA', RICERCA, SFERA PUBBLICA - Michele DANTINI

Disoccupazione e sottoccupazione intellettuale producono oggi in Italia quello che le "politiche identitarie" producevano nei campus degli Stati Uniti tra Ottanta e Novanta: un gioco di censure incrociate e sommarie. Il "discorso culturale" si organizza per bande rivali autocostituititesi su base anagrafica. In università specialisti over-fifties. Nei media di tendenza trenta-quarantenni. Sul mercato editoriale stagnanti blockbuster o storyteller esordienti. La circostanza ha implicazioni rilevanti: quali? Vale la pena chiedersi, mentre un"intera generazione mossa da legittimo risentimento pratica in Rete l"ideologia dell""autoformazione": tra qualche anno ci sarà ancora tra noi un pubblico colto e informato che si interessi variamente di saggistica? E più in generale: qualcosa come una "sfera pubblica"?

Il rischio è che si apra un solco sempre più ampio e profondo fra i luoghi della formazione, che spesso i giovani continuano a frequentare svogliatamente ma senza riconoscere ad essi più alcuna funzione, e un "curriculum implicito", basato sull"ideologia dell"autoformazione in rete"

Giovanni Solimine, Senza sapere, 2014

"Mi sembrava che la saggistica disponesse di maggiori energie e che in questo genere letterario fosse possibile compiere più esperimenti".

Alfonso Berardinelli, La forma del saggio, 2002

Dal punto di vista di una fiorente società della conoscenza i rapporti tra ricerca, "creatività" e consumo dovrebbero essere costanti e reciproci. Ma così non è in Italia: esiste anzi un crescente scollamento tra indagine specialistica e "opinione" culturale; tra università da un lato, editoria e media dall"altro. A mio parere tale scollamento è dannoso nei due sensi. Provo a spiegare perché.

Lo scisma dei "creativi"

Per mia collocazione professionale frequento scrittori, artisti, musicisti, designer, curatori della mia generazione, o più giovani. Mi colpisce sempre più un atteggiamento che potrei definire scismatico. All"interno di comunità convenzionalmente descritte come "intellettuali" o "cognitive" (ma non accademiche) l"università gode di ben scarso credito. Meglio: ha smesso di interessare. La si frequenta distrattamente senza considerarla una propria destinazione. Ed è ben raro che, entro le stesse comunità, una ricerca proveniente dal mondo universitario, per quanto innovativa e di largo respiro, sia segnalata per tempo o riconosciuta importante quanto un romanzo, un"opera d"arte o un film. Perché? Possiamo valutare la circostanza come meglio riteniamo, dolercene (come ritengo sia giusto fare) o ignorare. E" tuttavia indubitabile che sporadicità e disfunzionalità dei processi di reclutamento hanno creato (e continuano a creare) barriere sociali e culturali pressoché invalicabili alla circolazione di conoscenze esperte. Questo il primo problema.

La domanda è: quanto è importante, dal punto di vista di una moderna democrazia, che studiosi e ricercatori prendano parte al processo di formazione dell"opinione pubblica, dunque accedano largamente ai media mainstream, a radio, TV, web; e che le università accolgano un ampio numero ricercatori e early career? Oggi questo non avviene. La trasformazione del mercato librario e dell"informazione impone agli editori di inseguire un pubblico più giovane. Ma l"accesso alla ricerca è saldamente presidiato dalle generazioni più anziane. Esiste a mio avviso il pericolo concreto che le abnormi cesure generazionali esistenti oggi sul mercato del lavoro cognitivo si traducano in cesure di ambiti, interessi, competenze, ruoli sociali e professionali, tecnologie di apprendimento; pregiudichino la fluidità del confronto culturale e modellino le platee sulla base di immotivate esclusioni reciproche.

L"abitudine al (buon) discorso giornalistico impone concretezza e vivacità e può aiutare a combattere i gerghi. Al tempo stesso l"opinione pubblica di una democrazia liberale trae grande vantaggio dalla circolazione di competenze validate e punti di vista esterni a marketing e mode culturali. Che accade se il pensiero critico scompare dall"informazione, dalla produzione artistica e letteraria, dal dibattito politico? Non è solo un problema, mi pare, di impollinazione reciproca tra critica e estetica – impollinazione che risulta oggi interrotta. Gli strumenti dell"indagine filologica si applicano anche all"inchiesta o al reportage; e una buona formazione filosofica o scientifica aiuta a rifiutare luogo comune e pregiudizio[1].

"Dalla piccola dimensione i rapporti intergenerazionali si proiettano sulla scala vasta della vita sociale"[2]. Appunto. Ho non poche riserve sulle retoriche generazionali che improvvisamente dilagano nel paese. Osservo però che l"università è diventata un endemismo: è pressoché l"unica istituzione in cui i processi decisionali sono preclusi ai trenta-quarantenni. E" una discriminazione e uno spreco. E questo malgrado proprio su di loro, come con qualche ritardo si inizia a riconoscere, ricada in larga parte l"onere dell"indubbio deterioramento delle condizioni economiche, sociali e istituzionali della ricerca.

L"innovazione scientifica esige confronto e aperta discussione. Non si può (né si deve) impedire che abbia caratteri conflittuali. Talvolta – è inevitabile – passa per le ricerche dei più giovani. E" dunque una pessima idea riservare ai padri il compito esclusivo di valutare i figli, potenziali parricidi – così a mio avviso con la classificazione delle riviste e la recente ASN[3]. Se scegliamo di farlo avremo potenzialmente avviato un"infeconda catena di ritorsioni.

La tesi è: la crisi dell"università, meritata, immeritata, parzialmente meritata o immeritata che sia sotto profili reputazionali[4], indiscutibile sotto aspetti finanziari e occupazionali, mette a repentaglio l"integrità dei processi di trasmissione culturale e esaspera il processo di formazione di enclosures reciprocamente diffidenti e esclusive (accademia, editoria, web, media), artificiosamente selezionate su base anagrafica. L"allontanamento dei più giovani dalle professioni della ricerca aggiunge legittimo risentimento all"ordinaria competizione culturale tra generazioni e trasforma la discussione culturale in una contesa egemonica[5]. Niente di promettente, in altre parole.

Microinchiesta. Paesaggi editoriali con pic-nic

Allarmato dalla crescente distanza tra "opinione" e ricerca sono spinto a interrogarmi sulle difficoltà di comunicazione tra mondi divenuti innaturalmente antitetici. E trovo che un secondo problema sia l"industria editoriale. Esemplifico con riferimento a situazioni-tipo che mi sono familiari.

In una sera di sabato di questo maggio ho visitato il grande punto RED appena inaugurato a Firenze (RED sta per "Read, Eat and Dream": leggi, mangia e sogna). Sezione "arte": sugli scaffali Flavio Caroli, Renato Barilli, Gillo Dorfles, Rudolph Arnheim. Chi non abbia conoscenze storico-artistiche di prima mano penserà che questi siano gli autori più innovativi. Non immaginerà che i loro libri, ripubblicati postumi nel caso di Arnheim, comunque appartenenti a tutt"altra temperie culturale o al più classificabili sotto la categoria "varia", datano decenni e dispiegano competenze opinabili o largamente deteriorate. E" questo che intendiamo come ricerca, e che desideriamo proporre alle nuove generazioni? Trovo improvvisamente calzante l"acronimo digestivo. RED: il libro come stupefacente blando[6].

Manuali, instant, bestseller. Fatte le debite eccezioni questo sembra interessare oggi all"editoria "di cultura". Non è paradossale? "Per restare a galla nell"immediato", commenta Martina Testa, editor e traduttrice, "[si è scelto] un rimedio peggiore del male". "Non ci sono le condizioni per costruire nuove autorevolezze", mi ha confidato non molto tempo fa un editor tra i più qualificati. Il senso dell"affermazione è chiaro, per quanto spiacevole. Non pubblicheremo più saggistica di ricerca: chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. Sorprende che tale risolutezza commerciale promani dagli austeri uffici di una casa editrice di longeva reputazione. La stessa che pubblica autori legittimamente preoccupati del peso crescente delle "oligarchie". Si percepisce la molteplice circolarità del punto di vista? "Pubblichiamo solo pamphlet di attualità o blockbuster", conferma un editore attivo da lungo tempo nella pubblicazione di cataloghi e libri d"arte finanziati da banche e fondazioni. Monumentali volumi monografici a cura di questa o quella vecchia gloria fanno bella mostra alle sue spalle assieme a qualche retrivo libello antimodernista. Decisamente: la sfida editoriale è altrove.

Saggistiche "impegnate"

Esistono ricerche specialistiche recenti che sfidano l"isolamento reciproco delle comunità di destinatari e incontrano un mirabile successo editoriale? Due "storie di successo" tratte dall"ambito delle scienze umane e sociali rivelano che la riluttanza del grande pubblico può essere sì sconfitta, ma a condizioni spesso improprie, tali da piegare l"indagine scientifica alle ragioni del mito. Primo esempio.

L"attuale popolarità del discorso storico-artistico è a mio avviso connessa a un"istanza di semplificazione portata a buon termine. Da più di un decennio l"offensiva liberista contro le professioni della tutela obbliga gli storici dell"arte italiani a interrogarsi in modo semplice e diretto sull"utilità pubblica del proprio ruolo. Il processo di semplificazione nasconde tuttavia un"insidia: le attitudini riflessive del saggio storico possono essere sacrificate al fine di mobilitare politicamente le platee. E il richiamo larico sostituire l"esame critico. Che c"entrano gli "avi", "i padri costituenti", le "pietre" con il dibattito scientifico? La discussione sulle politiche di tutela diviene occasione di adesioni (o rifiuti) plebiscitari.

Secondo esempio. Nella discussione su "capitalismo" e "digitale" il punto di vista sociologico ricorrente tende a trascurare l"importanza dei contesti istituzionali di innovazione sociale, quali appunto le università, per privilegiare comunità o imprese. La scelta è rivelativa: l"università non è percepita come "progressiva" né in senso giuridico (prefigurazione di nuovi diritti) né in senso sociale (elaborazione di nuove solidarietà). Ma davvero crediamo di poterne fare a meno? Il progetto di "libere università" formulato (tra gli altri) da Sergio Bologna corrisponde a una diffusa indignazione per lo statu quo accademico. Manca però di indagare le concrete condizioni di sostenibilità economica, radicamento sociale e territoriale e longevità istituzionale cui sono vincolati i processi di trasmissione del sapere[7]. Connessioni diramate e costanti tra ricerca e attivismo sono a mio parere benefiche tanto per l"una quanto per l"altro[8].

Infine, a mo" di conclusione.

L"interesse di classe non è onnipotente, ma un"infrastruttura culturale progressista, tale da includere università, enti di ricerca, testate giornalistiche e case editrici indipendenti, musei, fondazioni pubbliche e private, biblioteche è indipensabile per combattere esclusione e pregiudizio.

A mio avviso la crisi della civiltà argomentativa è evidente ovunque in Italia, nel discorso culturale, nel giornalismo, ovviamente nel dibattito politico. Questa crisi è diffusa in tutto l"Occidente: nel nostro paese il problema è tuttavia più grave per la scarsità dei ricercatori sul totale della popolazione e un disinvestimento senza pari nelle istituzioni educative[9]. Appelli all""appartenenza" e all""emozione" prevalgono sulla discussione razionale anche nel contesto di argomentazioni che si pretendono scientifiche. Che accade se un paese rinuncia alla cultura dell"evidenza? E dove, se non in università, possiamo maturare un"ostinata attitudine alla concatenazione e alla verifica[10]?

Dissuase dall"impegnarsi in durevoli progetti di ricerca, intere generazioni disertano o progettano di disertare l"università il più velocemente possibile. E" in questa cornice civilmente regressiva che occorre inquadrare le infrazioni anche minori del principio di uguaglianza: ad esempio la raccomandazione di un ex ministro delle politiche europee da parte di un ex presidente del Consiglio in un concorso per ordinario di diritto costituzionale può sembrare (e ammetto che mi sembra) inaccettabile. Ad altri, più devoti di me al rito dell"autoriproduzione, sembrerà invece un"inezia.

E" inevitabile che i limiti di una formazione mutila e breve, scevra di responsabilità individuali e di necessità di scelta, modellino gli atti comunicativi di una sfera pubblica litigiosa e dogmatica. Riduzione delle opportunità di studio post-lauream e opacità nei processi di reclutamento impongono costi sociali formidabili: davvero non basta, per sanarli, levare callosi e convenzionali compianti sulle "generazioni perdute".

Michele Dantini

L'Autore è professore associato di storia dell"arte contemporanea presso l"Università del Piemonte orientale e visiting professor presso prestigiose università nazionali e internazionali.

Tratto da ROARS (Return on Academic ReSearch)

[1] Ne hanno discusso recentemente Giulio Ferroni e Michele Mari su La Lettura, supplemento domenicale del Corriere della sera, 16.2.2014, p. 5. In precedenza era apparso un acuto intervento di Valerio Magrelli, La solitudine del lettore, in: la Repubblica, 12.1.2014, pp. 50-51. Cfr. anche Paolo Di Stefano, Le classifiche dei libri discriminano la qualità, in: Corriere della sera,13.5.2014, p. 37; Franco Cordelli, La palude degli scrittori, in: La Lettura, 25.5.2014, p. 10; Emanuele Trevi, Il nuotatore di Kafka non sapeva nuotare, ibid., 1.6.2014, p. 12: "a dispetto dell"apparente varietà di trame e personaggi è innegabile la sensazione che tutti i libri di successo si assomiglino profondamente. Considerato come artigiano del plot, il tipo oggi dominante di scrittore deve procedere ricorrendo sempre più all"elemento "impersonale"… [rintracciabile] negli stolidi precetti che si impartiscono nelle cosiddette scuole di scrittura". La progressiva scomparsa del saggio critico è insieme premessa e conseguenza della normalizzazione editoriale cui accenna Trevi.

[2] Gustavo Zagrebelsky, Chi ha tradito l"antico patto tra padri e figli, in: la Repubblica, 24.5.2014, p. 44. Concordo con la tesi generale dell"articolo – il requisito generazionale è vuoto. Difficile però seguire Zagrebelsky sul sentiero dell"egotismo e dell"autocommiserazione. "Oggi le idee retrocedono e avanza la generazione. Chi viene dal passato s"adegui o almeno taccia! Se non lo si mangia o lo si cosparge di miele per darlo in pasto alle termiti, come in certe tribù delle civiltà precolombiane, lo si mummifica in qualche accademia". L"affermazione tradisce una qualche difficoltà a considerare lo sconforto della mummia dal punto di vista del ricercatore a tempo determinato o del giornalista a contratto. Inviterei dunque volentieri il prestigioso studioso e editorialista a mostrare maggiore equilibrio e sensibilità sociale.

[3] Salvatore Settis, Così vincono i peggiori, in: l"Espresso, 19, LX, 15.5.2014, p. 39. L"età media dei membri del Consiglio direttivo ANVUR è di 63,714 anni. Quattro membri hanno tra 69 e 70 anni. Solo due membri hanno meno di 60 anni. Il più giovane, Andrea Bonaccorsi, ne ha 52. L"età media dei professori ordinari in Italia è di 59,4 anni.

[4] Giuseppe De Nicolao, Università: miti, leggende e realtà – Collector"s edition! in: ROARS, 4.12.2013, online qui.

[5] E" corretto avvertire delle distorsioni indotte dall""ideologia dell"autoformazione". Occorre però aggiungere che questa stessa "ideologia" elabora in parte il trauma dell"inaccessibilità universitaria, effettiva o percepita. Cfr. Giovanni Solimine, Senza sapere, Laterza, Bari Roma 2014, pp. 82 e ss.; 99-100. Sul tema cfr. anche Umberto Eco, I modi della moda culturale, adesso in: Il costume di casa, Bompiani, Milano 2012 (1973), p. 48. Le cesure generazionali qui discusse impediscono che la Rete garantisca da sola una maggiore "ampiezza" ai processi di partecipazione culturale. Il "sogno di comunicare con la massima precisione, rapidità e ampiezza" in Italia rischia dunque di infrangersi prima ancora di iniziare. Sul punto cfr. Marino Sinibaldi, Un millimetro in là, Laterza, Roma|Bari 2014, p. 6.

[6] Stefano Bartezzaghi, La fabbrica dei guru, in: la Repubblica, 25.5.2014, pp. 48-49: "la doppia platea dei maitres à penser era costituita dal cerchio stretto degli studenti e da quello più ampio della parte colta della società: lettori di riviste culturali, frequentatori di librerie e biblioteche. Questo secondo cerchio risulta oggi schiacciato da quello, esterno e immenso, della cultura di massa, che applica codici di ricezione completamente diversi e privilegia l"intrattenimento sulla profondità, lo storytelling sull"originalità, l"emozione sull"analisi". Potremmo forse immaginare lo Stato nel possibile ruolo di risk taker a riguardo di un"industria artistica tra le altre, forse più importante delle altre, come appunto quella libraria? In molti paesi occidentali esistono agenzie governative a sostegno della traduzione in lingua inglese delle pubblicazioni locali (narrativa e saggistica) ritenute più meritorie di diffusione internazionale.

[7] Sergio Bologna, I volontari della conoscenza, in: Il Manifesto, 10.3.2012, p. 10; Michele Dantini, Patriarchi e vati, in Humanities e innovazione, Doppiozero, Milano 2012, pp. 2-3, 30-32. 12.12.2013, online @

[9] Troppe università, troppi laureati? Nel 2004 l"Italia occupava la quart"ultima posizione in Europa per percentuale di giovani laureati (25-34 anni) sul totale della popolazione: il 14% circa. Nel 2013 detiene saldamente l"ultima posizione. Anche così si distruggono opinione pubblica indipendente, platee di lettori colti e "mercati". Devo l"informazione a Giuseppe De Nicolao.

[10] "In nessun paese al mondo", ha osservato Umberto Eco in occasione del discorso inaugurale alle matricole tenuto all"università di Bologna nel 2009, "uno studente che ha fatto tre anni di università viene chiamato dottore. [Dobbiamo] imparare a cancellare dalla memoria ciò che non serve… Come costruirsi questa arte della discriminazione?". Sul punto dell"opportunità di costruire un "antidoto alla cultura di Google" cfr. anche qui e soprattutto qui.



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