Legislazione e Giurisprudenza, Onore, decoro, reputazione -  Peron Sabrina - 2014-06-19

LA RESPONSABILITÀ DEL DIRETTORE DI TESTATA GIORNALISTICA Cass. 10252/2014 – Sabrina PERON

L"art. 3 L. 47/1948, prescrive che ogni giornale o periodico deve avere un direttore responsabile. Al direttore responsabile spetta il compito di delineare le direttive politiche e tecnico-professionali della redazione, quello di stabilire le mansioni dei giornalisti, nonché quello adottare le decisioni necessarie per garantire l"autonomia della testata, dei contenuti del giornale e di quanto può essere pubblicato.

Ai sensi dell"art. 57 c.p., fatta salva la responsabilità dell'autore della pubblicazione - e fuori dei casi di concorso nell'illecito da quest'ultimo commesso – sussiste la responsabilità del direttore tutte le volte in cui questi abbia omesso di esercitare, sul contenuto del periodico da lui diretto, il controllo necessario ad impedire che col mezzo della pubblicazione sia commessi dei reati.

Da ciò consegue che la responsabilità del direttore responsabile, trova fondamento nella sua posizione di preminenza, e può articolarsi: a) in responsabilità a titolo di concorso; b) responsabilità per fatto proprio, consistente nell"aver omesso di esercitare il dovuto controllo.

Dunque il direttore responsabile di un quotidiano risponde sempre in solido con il giornalista autore dell"articolo diffamatorio, tanto nell'ipotesi in cui abbia omesso la dovuta attività di controllo (nel qual caso risponderà a titolo di colpa ex art. 57 c.p.), quanto nell'ipotesi in cui abbia concorso nel reato di diffamazione ex art. 595 c.p. ai sensi dell'art. 110 c.p. (nel qual caso risponderà per dolo).

Come osservato dalla sentenza in esame la responsabilità del direttore del giornale per i danni conseguenti alla diffamazione a mezzo stampa trova fondamento nella sua posizione di preminenza che si estrinseca nell'obbligo di controllo e nella facoltà di sostituzione; conseguentemente la responsabilità sussiste se il direttore omette il controllo nell'ambito dei poteri volti ad impedire la commissione di fatti diffamatorio (in senso conforme anche Cass. n. 25157/2008).

Dati questi principi generali, la sentenza in esame chiarisce "che i poteri di controllo che devono essere esercitati dal direttore responsabile di un giornale non si esauriscono nell'esercizio di un adeguato controllo preventivo, che si esprime nella oculata scelta da parte del direttore responsabile per la redazione di una determinata inchiesta giornalistica di un giornalista che ritiene idoneo, ma anche nella vigilanza ex post, sui contenuti e sulle modalità di esposizione di essi nell'articolo destinato alla pubblicazione (oltre che sulla collocazione, sul risalto, sulla titolazione)". Osserva in proposito la Cassazione, come del controllo ex post facciano "parte la verifica che sia stata riscontrata, a seconda dei casi, la verità dei fatti o la attendibilità delle fonti (non richiedendosi ovviamente che il direttore responsabile rinnovi tutta l'attività già svolta da parte del suo giornalista), e anche la verifica più delicata e più legata alla conoscenza dell'idoneità evocativa delle parole che deve avere un direttore di giornale volta a riscontrare se alcuni fatti esposti, in sè comprovatamente veri ed altri quanto meno attendibili non siano tali, per il loro utilizzo fuori contesto, o per la suggestione ed i collegamenti impliciti che l'espressione giornalistica deliberatamente utilizzata è idonea a creare nel lettore, ad essere in concreto diffamatori".

Difatti, la sopra citata posizione di preminenza del direttore responsabile gli "consente e gli impone di intervenire tempestivamente richiedendo le modifiche adeguate per evitare di esporre un terzo ad un discredito ingiustificato e la configurabilità di una responsabilità risarcitoria in capo all'autore, al giornale e a sé stesso". Mentre l"eventuale "indiscussa professionalità del giornalista che firma l'articolo e la sua esperienza della particolare materia approfondita non possono in ogni caso esimere il direttore responsabile dall'esercizio di questi poteri. Come è stato più volte affermato dalla cassazione penale, il controllo spettante al direttore responsabile non può esaurirsi in una mera "presa d'atto", ma deve necessariamente riguardare il contenuto degli articoli da pubblicare e l'assunzione di iniziative volte a elidere eventuali profili penalmente rilevanti (Cass. pen. Sez. 1^, 19.09.2003, n. 47466) o, si può aggiungere, rilevanti sotto il profilo della responsabilità civile".

In questa materia l"orientamento costante della giurisprudenza è altresì nel senso di ritenere che la responsabilità del direttore di un periodico sia esclusiva e non delegabile, non essendo pertanto ammissibili responsabilità alternative, in quanto le figure dei responsabili delle singole pagine (ad esempio, economia, sport, cultura, ecc.) rilevano soltanto per l"organizzazione interna del lavoro, ma all'esterno sono prive di qualsivoglia rilevanza giuridica (cfr Cass. pen. 11.02. 1987, RP, 1988, p. 204; Cass. pen., 17.11. 1997, RP, 1998, p. 163. In dottrina si rinvia a M. POLVANI, La diffamazione, CEDAM, 199, p. 235 ss.). Da tale impostazione discende, inoltre, che qualora la notizia incriminata sia stata attinta da un'agenzia di stampa presieduta da un direttore responsabile, ciò non limita o esclude il dovere di controllo del responsabile del periodico che l'ha ripresa (cfr. Cass. pen., 13.02.1992, RP, 1992, p. 948).

Al direttore di una testata televisiva, invece, non è possibile imputare una responsabilità per colpa: data la specifica previsione contenuta legge sulla stampa (L.47/1948), non è possibile «estendere alle diffamazioni commesse con il mezzo televisivo della fattispecie incriminatrice di cui all'art. 57 c.p. Pertanto - poiché l'art. 30, comma 4, della L. 223/1990 prevede una applicazione quoad penam dell'art. 13 della L. 47/1948 ai soggetti di cui al comma 1 del citato art. 30 - la responsabilità degli stessi, così come quella degli autori del programma, sarà regolata dalle norme ordinarie di cui all'art. 595 c.p., ovvero a titolo di concorso del fatto delittuoso, per non aver impedito consapevolmente e volontariamente la commissione dell'illecito e non per omesso controllo (cfr. T. Milano, sez. civ., 09.03.2011, n. 3240).

Inoltre, data l"impossibilità di ricondurre il fenomeno di internet alla nozione di stampa, discende che per tutte le ipotesi di dichiarazioni diffamatorie contenute in un sito internet non si applicano né l"art. 13, L. 47/1948, che punisce la diffamazione a mezzo stampa, né l"art. 30, 4° comma, L. 223/1990, che sanziona la diffamazione commessa tramite trasmissioni radiofoniche e televisive. Essendo internet un mezzo di informazione del tutto peculiare, non può essere estesa in via analogica (stante il divieto di estensione analogica in malam partem, fondamentale estrinsecazione del principio del nullum crimen sine lege, enunciato dall'art. 25, comma 2, Cost.) la disciplina dettata per la stampa. In questo contesto non possono inoltre trovare applicazione gli articoli 57 (responsabilità del direttore responsabile), 57 bis (responsabilità dell"editore), 58 (responsabilità dello stampatore) del codice penale.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati