Legislazione e Giurisprudenza, Responsabilità oggettiva, semioggettiva -  Mazzon Riccardo - 2014-07-28

LA RESPONSABILITA' INDIRETTA DEL DATORE DI LAVORO TUTELA ANCHE I DIPENDENTI? - Riccardo MAZZON

Qualora sussista contratto di lavoro, non è solamente l'articolo 2087 del codice civile a tutelare i dipendenti

"dal momento che l'art. 2087 c.c. impone al datore di lavoro di tutelare i lavoratori dall'azione criminosa di terzi a prescindere dall'origine del comportamento lesivo, la responsabilità aziendale opera anche per i fatti colposi o dolosi posti in essere da soggetti terzi (nella specie non completamente estranei all'impresa) dei quali quest'ultima si sia avvalsa nell'adempimento dell'obbligazione, essendo sufficiente che le attività assegnate ai terzi abbiano agevolato e reso possibile il fatto illecito e l'evento dannoso, anche se questi ultimi abbiano operato oltre i limiti delle rispettive incombenze" (App. Milano, sez. lav., 17 ottobre 2007, n. 933, RCP, 2008, 12, 2515 - cfr., amplius, il volume "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012 -)

ma anche l'articolo 2049, stesso codice - interessantissima, a tal proposito, la recente sentenza 9 settembre 2008, n. 22858, ove la Suprema Corte, nel cassare la sentenza impugnata, ha rilevato che il giudice di merito aveva valutato le condotte in termini non solo incompleti ma anche con un approccio meramente atomistico e non in una prospettiva unitaria, con sottovalutazione della persistenza del comportamento lesivo, durato per un periodo di sei mesi, più che sufficiente ad integrare l'idoneità lesiva della condotta nel tempo, che - nella sostanziale inerzia del datore di lavoro - era consistita nell'inopinato trasferimento, da parte di un altro dipendente gerarchicamente sovraordinato, di una dipendente (incaricata della trattazione di un progetto aziendale di rilevanza europea) dal proprio ufficio in un'area open, senza che venisse munita di una propria scrivania e di un proprio armadio, con sottrazione delle risorse utili allo svolgimento dell'attività, con creazione di reiterate situazioni di disagio professionale e personale per aver dovuto trattare in un luogo aperto al passaggio di chiunque, attività riservate e per essere stata, in più occasioni, insultata con espressioni grossolane:

"integra la nozione di "mobbing" la condotta del datore di lavoro protratta nel tempo e consistente nel compimento di una pluralità di atti (giuridici o meramente materiali, ed, eventualmente, anche leciti) diretti alla persecuzione o all'emarginazione del dipendente, di cui viene lesa - in violazione dell'obbligo di sicurezza posto a carico dello stesso datore dall'art. 2087 c.c. - la sfera professionale o personale, intesa nella pluralità delle sue espressioni (sessuale, morale, psicologica o fisica); né la circostanza che la condotta di mobbing provenga da un altro dipendente posto in posizione di supremazia gerarchica rispetto alla vittima vale ad escludere la responsabilità del datore di lavoro - su cui incombono gli obblighi ex art. 2049 c.c. - ove questi sia rimasto colpevolmente inerte nella rimozione del fatto lesivo, dovendosi escludere la sufficienza di un mero (e tardivo) intervento pacificatore, non seguito da concrete misure e da vigilanza" (Cass. civ., sez. lav., 9 settembre 2008, n. 22858, GC, 2009, 11, 2412; GCM, 2008, 9, 1331; RCP, 2009, 2, 285; GDir, 2008, 46, 83) -

in particolare quando il datore di lavoro non si attivi per la cessazione dei comportamenti scorretti posti in essere dai colleghi di lavoro del dipendente; ad esempio, è stato deciso che, in ipotesi di atti di libidine violenti e di violenza carnale, commessi in danno di lavoratrice subordinata dal superiore diretto, non sussiste una concorrente responsabilità del datore di lavoro in ordine alle domande risarcitorie avanzate dalla lavoratrice per avere egli omesso, in violazione dell'art. 2087 c.c., di adottare le cautele necessarie a evitare danni all'integrità personale e alla dignità della propria dipendente, qualora gli atti posti in essere dal superiore siano risultati non prevedibili e non sia emerso in altro modo un comportamento negligente da parte del datore di lavoro; sussiste peraltro nel caso di specie

"la responsabilità in solido del datore di lavoro e dell'autore dei fatti delittuosi ai sensi dell'art. 2049 c.c., ricorrendo una situazione di occasionalità necessaria tra la posizione lavorativa attribuita all'autore dei fatti delittuosi e il compimento dei medesimi" (Trib. Milano 9 maggio 2003, RCDL, 2003, 649; GMil, 2004, 19).



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