Legislazione e Giurisprudenza, Filiazione, potestà, tutela -  Mottola Maria Rita - 2014-08-29

LA RICERCA DELLE ORIGINI. TRA DIRITTO ALLANONIMATO E DIRITTO ALLA CONOSCENZA DI SE – Maria Rita MOTTOLA

E' notizia di alcuni giorni fa. Una donna cinquantenne cerca da anni i genitori biologici. Il Tribunale dei Minori di Firenze emette un'ordinanza che consentirà la ricerca dei genitori che anni fa, probabilmente perché minori all'epoca dei fatti e a ciò indotti dai loro parenti, non avevano  riconosciuto la piccola che era stata dichiara a loro morta alla nascita. Questo avveniva, secondo la ricostruzione dell'interessata, a Bergamo. La piccola veniva adottata da una coppia di siciliani che non ritennero di dover spiegare alla figlia le sue origini e la triste vicenda. Solo dopo anni una zia volle raccontare almeno in parte ciò che era accaduto.

La notizia è rilevante su diversi piani.

La legge consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell'Ospedale dove è nato affinché sia assicurata l'assistenza e anche la sua tutela giuridica. Il nome della madre rimane per sempre segreto e nell'atto di nascita del bambino viene scritto "nato da donna che non consente di essere nominata". All'epoca della nascita dell'interessata alla vicenda qui trattata tale norma, sempre ritenuta di tutela della madre, non era ancora stata approvata ed era ancora in vigore l'ordinamento di stato civile nel vecchio testo dell'art. 70 prima della modifica apportata dalla Bassanini bis.

Quindi la piccola venne registrata all'anagrafe come figlia di genitori ignoti e per questo motivo adottabile perché la tutela dell'anonimato della madre venne introdotta dalla l. 184/1983 al fine di assicurare alla madre la possibilità di partorire senza doversi assumere gli oneri della nascita e consentire al piccolo tutti i diritti connessi all'adozione nel minor tempo possibile.

La tutela della madre e del nascituro è strettamente collegata all'interesse pubblico di dissuadere l'interruzione volontaria della gravidanza o l'abbandono dei neonati.

Nella vicenda si innesta la sentenza della Consulta con la quale è stata, recentemente, l'incostituzionalità parziale dell'art. 28 comma 7 l. 184/1983, modificato dall'art. 177 comma 2 del D.lgs n. 196/2003, nella parte in cui non prevedeva, attraverso un procedimento, stabilito dalla legge, che assicuri la massima riservatezza – la possibilità per il giudice di interpellare la madre – che abbia dichiarato di non voler essere nominata su richiesta  del figlio, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione.

La legge n. 184/1983, in materia di adozione prevede che il minore adottato è informato di tale sua condizione ed i genitori adottivi vi provvedono nei modi e termini che essi ritengono più opportuni. Tale indicazione della legge non trova alcuna sanzione ed è lasciata alla libera decisione dei genitori adottanti.  L'adottato, raggiunta l'età di venticinque anni, può accedere a informazioni che riguardano la sua origine e l'identità dei propri genitori biologici. Può farlo anche raggiunta la maggiore età, se sussistono gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica. L'istanza deve essere presentata al tribunale per i minorenni del luogo di residenza e l'accesso alle informazioni non è consentito nei confronti della madre che abbia dichiarato alla nascita di non volere essere nominata. In realtà non vi è una esclusione bensì una secretazione degli atti ai sensi dell'art. 93 del D.lgs n. 196/2003 per la durata di cento anni dalla nascita, che, di fatto, preclude al figlio ogni conoscenza dei dati identificativi.

Sono venute meno le motivazioni che avevano sorretto il legislatore nel 1983 a tutelare l'anonimato della madre? Pensiamo di no. E' ancora opportuno dare la possibilità alla donna di scegliere tra il trauma dell'aborto e la consapevolezza che il figlio appena nato potrà trovare il conforto di una famiglia che lo accetta con affetto e dedizione.

Del resto la sentenza della Consulta agevola definitivamente il desiderio del figlio di conoscere le proprie origini pur contemperandolo con il desiderio della madre che potrà qualora richiesta di dare il proprio consenso. Tale soluzione appare quanto mai ragionevole. Il decorso del tempo, le modifiche che la vita, inevitabilmente, può portare possono indurre la madre a revocare la decisione assunta tanto tempo prima. Nessuna ulteriore forzatura sembra possibile o auspicabile.

E' necessario ovviamente intervenire con una disposizione di legge idonea a regolamentare l'ipotesi di premorienza della madre allorquando il consenso non può più essere modificato o in relazione all'inevitabili conseguenze della revoca in capo al padre, rimasto anch'egli sconosciuto.

Prima dell'intervento della nostra Corte Costituzionale la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (sentenza Godelli c/ Italia del 25 settembre 2012 aveva così deciso: "il diritto di conoscere la propria ascendenza rientra nel campo di applicazione della nozione di "vita privata" che comprende aspetti importanti dell'identità personale di cui fa parte l'identità dei genitori. (..) l'art. 8 [CEDU] tutela un diritto all'identità ed allo sviluppo personale e quello di allacciare e approfondire relazioni con i propri simili ed il mondo esterno. A tale sviluppo contribuiscono la scoperta dei dettagli relativi alla propria identità di essere umano e l'interesse vitale, tutelato dalla Convenzione, ad ottenere delle informazioni necessarie alla scoperta della verità riguardante un aspetto importante dell'identità personale, ad esempio l'identità dei propri genitori. La nascita, e in particolare le circostanze di quest'ultima, rientra nella vita privata del bambino, e poi dell'adulto, sancita dall'art. 8 della Convenzione che trova così applicazione nel caso di specie. In queste condizioni, la Corte ritiene che l'Italia non abbia cercato di stabilire un equilibrio ed una proporzionalità tra gli interessi delle parti in causa ed abbia dunque oltrepassato il margine di discrezionalità che le è stato accordato. Pertanto, conclude la Corte, vi è stata violazione dell'art. 8 della Convenzione.

Ora si attende di leggere per esteso l'ordinanza del T.M di Firenze. Il caso de quo infatti non può essere deciso in accordo con la legge 184 perché regolamenta per un tempo posteriore alla nascita dell'interessata. Probabilmente è proprio l'assenza del diritto all'anonimato all'epoca della nascita che ha indotto i giudici a disporre le indagini sulla madre.

Resta la solita difficoltà da parte di scrive a comprendere la "schizofrenia" dell'opinione pubblica, della giurisprudenza e del legislatore. Là ove diventa un diritto rilevantissimo, tanto da interessare la P.A. direttamente, la ricerca delle origini, poi si costruisce la possibilità per la nascita di figli di cui non sarà mai possibile conoscere la vera identità (inseminazione eterologa), se da un lato si riconosce la necessaria consapevolezza di sé e della famiglia biologica, anche quando altri genitori hanno svolto splendidamente il compito difficile di educare, dall'altro si costruisce artificiosamente un rapporto non biologico e per alcuni versi irreversibile.



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