Legislazione e Giurisprudenza, Procedura penale -  Claudia Carioti - 2017-02-17

La risposta delle Sezioni Unite sul diritto della parte civile non appellante ad ottenere la provvisionale. – Claudia Carioti.

Con sentenza in data 15/12/2016 n. 53153 le Sezioni Unite di Cassazione hanno affermato il seguente principio di diritto: "Non viola il principio devolutivo nè il divieto di reformatio in peius la sentenza di appello che accolga la richiesta di una provvisionale proposta per la prima volta in quel giudizio dalla parte civile non appellante".

Nel caso in esame, la Corte di Appello di Milano aveva concesso una provvisionale in favore della parte civile non appellante, come richiesto in sede di discussione; avverso tale capo della sentenza l"imputato aveva proposto ricorso per Cassazione, lamentando la violazione dell"art. 597, comma I, cod. proc. pen., avendo la sentenza impugnata violato il divieto di reformatio in peius in quanto era stata concessa una provvisionale, pur in mancanza di gravame proposto dalla parte civile stessa.

La Sezione Terza della Suprema Corte, assegnataria del ricorso, nel rilevare che su tale motivo di ricorso era sorto un contrasto all"interno della giurisprudenza di legittimità, con ordinanza n. 29398 del 13/07/2016 aveva rimesso la questione di diritto alle Sezioni Unite di Cassazione.

Onde procedere ad un corretto inquadramento della questione e prima di esporre le tesi giurisprudenziali che hanno originato il predetto contrasto, merita preliminarmente chiarire i concetti di devoluzione e di divieto di riforma della sentenza in peius.

L"effetto devolutivo nell'appello cognitivo risponde al principio del tantum devolutum quantum appellatum, con la conseguenza che nel giudizio di appello – a differenza che del riesame che è totalmente devolutivo in quanto l"impugnazione stessa devolve al Tribunale l"intera questione decisa in precedenza dal giudice che ha disposto l"applicazione della misura cautelare, procedendosi pertanto ad un giudizio ex novo - vi è una devoluzione parziale in forza della quale la cognizione dei Giudici di secondo grado è limitata al gravame sui punti e sui capi della sentenza. [1]

Va, pertanto, inteso per effetto devolutivo «il trasferimento, realizzato attraverso un atto impugnatorio proposto da una delle parti processuali, della cognizione totale o parziale della regiudicanda, in capo a un giudice diverso da quello che ha pronunciato il provvedimento impugnato ed avente competenza superiore». [2]

Da ciò ne deriva che per i punti non oggetto di doglianze si formerà un giudicato progressivo, vale a dire un frazionamento della regiudicanda che rende alcune parti immutabili mentre altre continuano ad essere oggetto della valutazione del giudice. Ipotesi di giudicato progressivo è quella di cui all"art. 624, comma I, cod. proc. pen. in forza del quale qualora l"annullamento pronunciato dalla Corte di Cassazione non riguardi tutte le disposizioni della sentenza, «questa ha autorità di cosa giudicata nelle parti che non hanno connessione essenziale con la parte annullata»: è dunque indubbiamente riconosciuta dalla legge l'autorità del giudicato sia ai capi che ai punti della sentenza non oggetto di annullamento; [3] parimenti, integra un"ipotesi di giudicato progressivo l"atto di appello nel quale si chieda la riforma della sentenza quoad poenam e non si presentino doglianze circa la sussistenza del fatto e la responsabilità dell"imputato.[4]

In caso di appello proposto dal solo imputato, il giudice mantiene il potere di sindacato sulla corretta qualificazione giuridica dei fatti ascrittigli, nei limiti dei punti che gli sono stati devoluti e della competenza del giudice di primo grado: i giudici di secondo grado, nel soggiacere al divieto della reformatio in peius, non potranno aumentare la pena per specie (ed in particolare, da pena pecuniaria a pena detentiva; da ammenda a multa; da arresto a reclusione) o per quantità (applicare una misura di sicurezza nuova o più grave, revocare i benefici concessi) ovvero assolvere l"imputato con una formula meno favorevole di quella adottata nella sentenza appellata.

Non risulterebbe, peraltro, violato – come affermato da una parte della giurisprudenza di legittimità - il divieto di reformatio in peius nel caso di appello proposto dal solo imputato e di riqualificazione del fatto in una diversa e più grave qualificazione giuridica, a condizione che si tratti di punto compreso nell'impugnazione, nonostante che tale diversa qualificazione implichi inevitabili effetti in ordine al tempo di prescrizione. [5]

Va, tuttavia, rilevato che l"art. 597 cod. proc. pen. va interpretato conformemente all"art. 6, paragrafo III, lett. a) CEDU e alle regole in tema di giusto processo ex art. 111 Cost., non potendosi ammettere una riqualificazione del fatto ad opera dei giudici di secondo grado, senza la garanzia del contraddittorio tra le parti, non rilevando che la pena inflitta in primo grado sia rimasta immutata: tale garanzia, rappresentando un"estrinsecazione del diritto di difesa dell"imputato, nel caso di riqualificazione del fatto di reato in uno più grave (con conseguente, eventuale, allungamento del decorso del termine di prescrizione), va interpretata come diritto in capo all"imputato di essere informato, in tempo utile, non soltanto dei fatti di reato ascrittigli ma anche della dettagliata qualificazione giuridica data a quei fatti. Con la conseguenza che, nel caso di violazione del diritto ad un processo equo, il processo – già conclusosi con l"espletamento dei  tre gradi – giudizio dovrebbe essere riaperto.[6]

Tanto premesso, occorre domandarsi se il divieto di reformatio in peius operi solo in riferimento a disposizioni di natura penale e se la domanda di provvisionale, proposta dalla parte civile non appellante, violi l"effetto parzialmente devolutivo dell"appello: se, più in particolare, nell" ipotesi nella quale il giudice di primo grado abbia pronunciato condanna in favore della parte civile ex art. 539, comma I, cod. proc. pen. e la sentenza di condanna sia stata appellata soltanto dall"imputato, risulti legittimo l"accoglimento dai giudici di secondo grado della richiesta di una provvisionale immediatamente esecutiva avanzata dalla parte civile per la prima volta in appello.

Secondo un primo orientamento la decisione, con la quale il giudice liquida in favore della parte civile non impugnante una somma di denaro su ricorso del solo imputato a titolo di provvisionale ovvero ne aumenti l"importo determinato dal giudice di primo grado, sarebbe in contrasto con il divieto di reformatio in peius, con il principio devolutivo e con le regole processuali che disciplinano l'azione civile nel processo penale in quanto l'esercizio del diritto di azione da parte del soggetto passivo del reato o del danneggiato, anche se avvenuto nel corso di un procedimento penale, è soggetto al rispetto dei principi generali di corrispondenza tra chiesto e pronunciato e del contraddittorio tra le parti, impedendo il principio devolutivo una reformatio in peius della sentenza nell"assenza di specifico gravame sul punto.[7]

Secondo altra impostazione, nel caso di condanna generica  al risarcimento del danno in primo grado, la richiesta di condanna al pagamento di una provvisionale effettuata per la prima volta in appello dalla parte civile non costituirebbe domanda nuova qualora l"istanza di risarcimento del danno non sia stata rigettata dal giudice di primo grado e non vi sia stata contestazione sull"an e sul quantum dall"imputato.

Secondo tale interpretazione, non violerebbe il divieto di reformatio in peius la sentenza di secondo grado che, in assenza di appello della parte civile in ordine alla mancata liquidazione da parte del primo giudice di una somma a titolo di provvisionale, riconosca il diritto della predetta parte, negato nel precedente grado di giudizio: si è, in particolare, osservato che il divieto previsto dall"art. 597 cod. proc. pen. riguarda esclusivamente le disposizioni di natura penale, non estendendosi alle statuizioni civili della sentenza. Non risulterebbe, peraltro, violato il principio parzialmente devolutivo che connota l'appello, in assenza di impugnazione sul relativo punto della sentenza, qualora la costituita parte civile nel corso del primo grado di giudizio non abbia chiesto il riconoscimento di una provvisionale e, per l"effetto, tale questione non abbia formato oggetto di decisione. Con la conseguenza che in capo al giudice del gravame graverebbe il dovere di pronunciarsi sulla domanda, utilizzando i criteri previsti dall'art. 539, comma II, cod. proc. pen. [8]

Le Sezioni Unite di Cassazione, nell'aderire a quest"ultimo orientamento, hanno ritenuto che, non integrando la richiesta di provvisionale una violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato previsto dall"art. 112 cod. proc. civ. e non costituendo una nuova domanda rispetto a quella originaria proposta dalla parte civile nel processo penale in funzione risarcitoria, hanno osservato che la ratio della provvisionale è quella di soddisfare esigenze di anticipazione della liquidazione del danno in favore della parte civile in dipendenza dalla durata del processo.

Il divieto di reformatio in peius, che si rivolge al potere cognitivo del giudice di appello, involge le statuizioni penali della sentenza sulla base di specifiche scelte compiute dal legislatore, la cui portata non può essere estesa, in via interpretativa, ad ipotesi diverse da quelle disciplinate dal Codice: il potere decisorio del giudice di appello, in ordine alle statuizioni civili, non risulta pertanto attinto da tale regola limitativa. Con la conseguenza che il divieto di reformatio in peius non viene in rilievo nell'ambito delle valutazioni sulla modifica della somma liquidata a titolo di provvisionale dal primo giudice e neppure per quel che attiene alla richiesta di provvisionale, formulata per la prima volta dalla parte civile non appellante nel giudizio di secondo grado.

Da qui è stato affermato il seguente principio di diritto: "Non viola il principio devolutivo nè il divieto di reformatio in peius la sentenza di appello che accolga la richiesta di una provvisionale proposta per la prima volta in quel giudizio dalla parte civile non appellante".

[1] Si intende per capo della sentenza quella parte del provvedimento che si riferisce a ciascun fatto di reato oggetto di un autonomo rapporto processuale, mentre per punto della sentenza va intesa ciascuna statuizione in fatto o in diritto di cui consta un capo, estraibile dalla lettura del dispositivo e suscettibile di autonoma valutazione.

[2] GAETA, MACCHIA, L'appello, in Spangher (a cura di), Trattato di procedura penale, vol. V, Le impugnazioni, Torino, 2009, 307.

[3] Come affermato da Cass. pen., Sez. VI 19/12/2013, n. 2324 «qualora venga rimessa dalla Corte di cassazione al giudice di rinvio la sola determinazione della pena, è da considerarsi definitiva la formazione del giudicato progressivo riguardante l'accertamento del reato e la responsabilità dell'imputato».

[4] Il giudicato progressivo – che concerne un medesimo procedimento penale in fasi consecutive - va poi distinto dal c.d. giudicato implicito che è da riferirsi a due procedimenti connessi, dei quali uno solo si è concluso con sentenza divenuta irrevocabile. Si pensi al caso nel quale due soggetti siano stati imputati in ordine al delitto di violenza sessuale di gruppo ex art. 609 octies cod. pen. (precisando, al riguardo, che ormai è pacifico in giurisprudenza che il delitto de quo possa configurarsi – nel silenzio legislativo – anche quando gli autori del fatto siano soltanto due) ed uno dei due si sia avvalso del rito abbreviato.

Capita di frequente nelle aule di giustizia che due giudizi sullo stesso fatto di reato, dinanzi l"uno al GUP e l"altro al giudice del dibattimento si concludano con esiti diversi: appare evidente come la sentenza di assoluzione in favore dell"imputato, ad esempio, in ordine al reato di cui all"art. 609 octies cod. pen. ,  che si sia avvalso del rito abbreviato, dispieghi un effetto di giudicato implicito in favore del secondo imputato concorrente nel reato nel caso nel quale il giudice del dibattimento abbia maturato il proprio convincimento sulla penale responsabilità del prevenuto, con la conseguenza che andrà certamente riqualificata l"ipotesi delittuosa contestata in violenza sessuale ex art. 609 bis cod. pen.

[5] Si segnala la recentissima sentenza della Suprema Corte, Sez. VI, 27/01/2017, n. 4124, secondo la quale la Corte di Appello può, nell"attività di ricostruzione storico fattuale del caso, giungere ad una diversa o più grave qualificazione giuridica del fatto; in senso conforme, Cass. pen., Sez. IV, 24/01/2013, n. 11490, che ha affermato che «non sussiste la violazione del divieto di reformatio in peius qualora, ancorché sia proposta impugnazione da parte del solo imputato, il giudice di appello, senza aggravare la pena inflitta, attribuisca al fatto una diversa e più grave qualificazione giuridica, a condizione che si tratti di punto compreso nell'impugnazione, nonostante tale diversa qualificazione implichi inevitabili effetti in ordine al tempo di prescrizione. Del resto, la riqualificazione così operata in appello non contrasterebbe con i principi del processo "equo" e con la garanzia del contraddittorio, potendo pur sempre l'imputato, che non abbia in ipotesi interloquito sul punto per essersi provveduto alla riqualificazione solo in sentenza, ricorrere per cassazione.»

[6] Corte Europea dei diritti dell'uomo, Sez. II, 11/12/2007, n. 25575/04, Drassich – Italia.

[7] In tal senso, Cass. pen., Sez. I, 30/10/2014 n. 50709; Cass. pen., Sez. IV, 1/10/2008, n. 42134; Cass. Pen., Sez. IV, 7/05/2003, n. 35584.

[8] Tra le altre, Cass. pen., Sez. III, 7/05/2015 n. 42684; Cass. pen., Sez. V, 18/10/2012, n. 8339 che ha specificamente precisato che «il principio del divieto della reformatio in peius, nel caso di appello della sentenza da parte del solo imputato, trova la propria fonte normativa, con riferimento al processo penale, nel precetto dell"art. 597 c.p.p., comma 3, che lo modula con riferimento alla pena, a eventuali misure di sicurezza o alla causa di proscioglimento, ossia alle statuizioni che concernono l"esito della azione penale e senza che il limite devolutivo della domanda, di cui all"art. 112 c.p.p., possa considerarsi regola automaticamente applicabile nel processo penale: ciò che si desume anche dagli approdi giurisprudenziali che hanno ammesso il dovere del giudice di pronunciarsi sugli effetti civili quando riformi la sentenza assolutoria di primo grado su appello del PM e non anche della stessa parte civile».



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