Legislazione e Giurisprudenza, Risarcimento, reintegrazione -  Redazione P&D - 2014-04-16

LA TRAGEDIA DEL CERMIS E IL RISARCIMENTO DEL DANNO - Cass. 25.02.2014, n. 4439 - Martina GERBI

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione torna ad occuparsi di danno non patrimoniale.

L'occasione questa volta la fornisce l'epilogo di uno dei processi conseguiti all'incidente occorso nell'ormai lontano 1998, allorché un velivolo di proprietà degli Stati Uniti d'America, decollato dalla base NATO di Aviano, in volo a bassa quota per un'esercitazione, intercettò e tranciò i cavi di una funivia, facendo precipitare una cabina passeggeri e provocando la morte di venti persone.

Infatti, sebbene, in base alla Convenzione tra gli Stati partecipanti al Trattato del Nord Atlantico ratificata dall'Italia con Legge 30.11.1955 n. 1335, fosse stata sottratta alla giurisdizione italiana la decisione in ordine alle responsabilità dell'accaduto, proprio in ossequio alla medesima normativa internazionale, restò in carico allo Stato italiano l'onere di provvedere al risarcimento dei danni cagionati ai terzi.

Nella vicenda giudiziaria che culmina con la sentenza in commento, a formulare la propria richiesta di risarcimento di tutti i pregiudizi patiti per ed in conseguenza del ricordato evento (sia di natura patrimoniale sia di natura non patrimoniale), era stata l'amministrazione di uno dei Comuni sul territorio del quale si era verificato l'incidente.

Questo, infatti, aveva dovuto sostenere degli ingenti esborsi, in conseguenza dei fatti de quo, "per riqualificare il proprio territorio, attraverso la realizzazione di opere idonee a distaccare, nell'immaginario collettivo, il nome del comune dal ricordo della sciagura".

La domanda era stata accolta in primo grado dal Tribunale di Trento, sebbene limitatamente solo a parte del richiesto danno patrimoniale.

In parziale riforma di tale pronuncia, la Corte d'Appello della medesima città aveva ritenuto risarcibili all'amministrazione comunale appellante a titolo di danno patrimoniale, in più ed in aggiunta a quanto già liquidato dal giudice di prime cure, anche i costi per remunerare i vari studi preliminari ed i vari progetti di riqualificazione del territorio urbano ed aveva ritenuto di dovere risarcire, altresì, il danno non patrimoniale, sub specie di danno all'immagine, liquidandolo in misura pari ad un milione di Euro.

Ricorrevano per la cassazione della sentenza sia il Comune sia il Ministero della Difesa (nessuno dei i motivi posti a fondamento dei due ricorsi –3 del comune e 7 del ministero- verrà accolto dalla Corte di Cassazione).

In particolare, il Ministero della Difesa, con il primo ed il secondo motivo del proprio ricorso incidentale, sosteneva la nullità della sentenza della Corte d'Appello tridentina per violazione, rispettivamente, dell'art. 112 c.p.c. e dell'art. 342 c.p.c., assumendo che essa avesse accordato al Comune il risarcimento del danno non patrimoniale all'immagine, senza che l'amministrazione ne avesse mai in precedenza allegato l'esistenza e domandato il ristoro e senza che, oltretutto, di danno all'immagine il Comune avesse mai scritto nel proprio atto di appello, all'interno del quale, a dire del Ministero, lo stesso si era limitato solo ad impugnare la decisione del Tribunale avente ad oggetto il rigetto del danno ambientale.

Nel dichiarare entrambi tali motivi di ricorso infondati, con espresso richiamo alle SS.UU. 2008, la Suprema Corte chiarisce che "anche se può manifestarsi in molti modi diversi, il danno non patrimoniale è una categoria unitaria ed omnicomprensiva, al pari del resto di quello patrimoniale, che non muta la propria natura sol perché si sia abbattuto su beni di natura diversa". Secondo la Corte "da questa qualificazione sostanziale, consegue, sul piano processuale, che chi invoca il risarcimento del danno non patrimoniale non ha alcun onere di adottare l'una piuttosto che l'altra delle varie formule di qualificazione elaborate nella prassi, ma ha semplicemente l'onere di allegare il concreto tipo di pregiudizio non patrimoniale patito".

Sebbene, dunque, nei propri scritti difensivi il Comune effettivamente avesse fatto riferimento al tipo di pregiudizio subito con espressioni verbali del tipo danno da reato e danno ambientale, per la Suprema Corte ciò che rileva, in verità, è solo che lo stesso avesse descritto compiutamente le conseguenze pregiudizievoli di cui domandava ristoro e che la Corte d'Appello di Trento avesse effettivamente ristorato dei pregiudizi rientranti nell'ambito di quelle stesse conseguenze lamentate dal Comune.

Ma la pronuncia appare interessante anche per quanto la stessa afferma en passant, per motivare la sostenuta infondatezza dell'ultimo motivo posto dal Ministero della Difesa a sostegno del proprio ricorso incidentale.

Questo lamentava, infatti, ai sensi dell'art. 360 c.p.c. n. 5, un vizio di motivazione della sentenza della Corte d'Appello di Trento, per avere essa stimato il danno non patrimoniale subito dal Comune in misura addirittura pari a 5 volte il danno patrimoniale accertato in favore dello stesso, assumendo che "la lesione dell'immagine del Comune riguardava aspetti unicamente economici" (per le ripercussioni negative della tragedia sul turismo quale principale fonte di ricchezza del Comune).

In risposta a tale assunto, la Corte di Cassazione chiarisce che "non esiste alcuna corrispondenza biunivoca tra l'entità del danno patrimoniale e quella del danno non patrimoniale: ad ingenti pregiudizi economici possono associarsi lievi o nulli pregiudizi non patrimoniali, e viceversa. Dunque non è erronea una motivazione sol perchè i due ambiti del danno vengano monetizzati in quantità non omogenee di denaro".

Se il principio così come espresso, con specifico riguardo, cioè, alla legittimità della quantificazione del danno non patrimoniale discendente da un evento in misura molto maggiore rispetto al danno patrimoniale liquidato in conseguenza di quello stesso fatto, appare certamente condivisibile, resta del tutto aperta, invece, la discussione in ordine ai confini ontologici tra tali due tipologie di pregiudizio.

Questione che, tuttavia, richiedendo implicitamente una rilettura delle circostanze concrete non può essere oggetto del giudizio della Corte di Cassazione.

la Corte di Cassazione torna ad occuparsi di danno non patrimoniale.

L'occasione questa volta la fornisce l'epilogo di uno dei processi conseguiti all'incidente occorso nell'ormai lontano 1998, allorché un velivolo di proprietà degli Stati Uniti d'America, decollato dalla base NATO di Aviano, in volo a bassa quota per un'esercitazione, intercettò e tranciò i cavi di una funivia, facendo precipitare una cabina passeggeri e provocando la morte di venti persone.

Infatti, sebbene, in base alla Convenzione tra gli Stati partecipanti al Trattato del Nord Atlantico ratificata dall'Italia con Legge 30.11.1955 n. 1335, fosse stata sottratta alla giurisdizione italiana la decisione in ordine alle responsabilità dell'accaduto, proprio in ossequio alla medesima normativa internazionale, restò in carico allo Stato italiano l'onere di provvedere al risarcimento dei danni cagionati ai terzi.

Nella vicenda giudiziaria che culmina con la sentenza in commento, a formulare la propria richiesta di risarcimento di tutti i pregiudizi patiti per ed in conseguenza del ricordato evento (sia di natura patrimoniale sia di natura non patrimoniale), era stata l'amministrazione di uno dei Comuni sul territorio del quale si era verificato l'incidente.

Questo, infatti, aveva dovuto sostenere degli ingenti esborsi, in conseguenza dei fatti de quo, "per riqualificare il proprio territorio, attraverso la realizzazione di opere idonee a distaccare, nell'immaginario collettivo, il nome del comune dal ricordo della sciagura".

La domanda era stata accolta in primo grado dal Tribunale di Trento, sebbene limitatamente solo a parte del richiesto danno patrimoniale.

In parziale riforma di tale pronuncia, la Corte d'Appello della medesima città aveva ritenuto risarcibili all'amministrazione comunale appellante a titolo di danno patrimoniale, in più ed in aggiunta a quanto già liquidato dal giudice di prime cure, anche i costi per remunerare i vari studi preliminari ed i vari progetti di riqualificazione del territorio urbano ed aveva ritenuto di dovere risarcire, altresì, il danno non patrimoniale, sub specie di danno all'immagine, liquidandolo in misura pari ad un milione di Euro.

Ricorrevano per la cassazione della sentenza sia il Comune sia il Ministero della Difesa (nessuno dei i motivi posti a fondamento dei due ricorsi –3 del comune e 7 del ministero- verrà accolto dalla Corte di Cassazione).

In particolare, il Ministero della Difesa, con il primo ed il secondo motivo del proprio ricorso incidentale, sosteneva la nullità della sentenza della Corte d'Appello tridentina per violazione, rispettivamente, dell'art. 112 c.p.c. e dell'art. 342 c.p.c., assumendo che essa avesse accordato al Comune il risarcimento del danno non patrimoniale all'immagine, senza che l'amministrazione ne avesse mai in precedenza allegato l'esistenza e domandato il ristoro e senza che, oltretutto, di danno all'immagine il Comune avesse mai scritto nel proprio atto di appello, all'interno del quale, a dire del Ministero, lo stesso si era limitato solo ad impugnare la decisione del Tribunale avente ad oggetto il rigetto del danno ambientale.

Nel dichiarare entrambi tali motivi di ricorso infondati, con espresso richiamo alle SS.UU. 2008, la Suprema Corte chiarisce che "anche se può manifestarsi in molti modi diversi, il danno non patrimoniale è una categoria unitaria ed omnicomprensiva, al pari del resto di quello patrimoniale, che non muta la propria natura sol perché si sia abbattuto su beni di natura diversa". Secondo la Corte "da questa qualificazione sostanziale, consegue, sul piano processuale, che chi invoca il risarcimento del danno non patrimoniale non ha alcun onere di adottare l'una piuttosto che l'altra delle varie formule di qualificazione elaborate nella prassi, ma ha semplicemente l'onere di allegare il concreto tipo di pregiudizio non patrimoniale patito".

Sebbene, dunque, nei propri scritti difensivi il Comune effettivamente avesse fatto riferimento al tipo di pregiudizio subito con espressioni verbali del tipo danno da reato e danno ambientale, per la Suprema Corte ciò che rileva, in verità, è solo che lo stesso avesse descritto compiutamente le conseguenze pregiudizievoli di cui domandava ristoro e che la Corte d'Appello di Trento avesse effettivamente ristorato dei pregiudizi rientranti nell'ambito di quelle stesse conseguenze lamentate dal Comune.

Ma la pronuncia appare interessante anche per quanto la stessa afferma en passant, per motivare la sostenuta infondatezza dell'ultimo motivo posto dal Ministero della Difesa a sostegno del proprio ricorso incidentale.

Questo lamentava, infatti, ai sensi dell'art. 360 c.p.c. n. 5, un vizio di motivazione della sentenza della Corte d'Appello di Trento, per avere essa stimato il danno non patrimoniale subito dal Comune in misura addirittura pari a 5 volte il danno patrimoniale accertato in favore dello stesso, assumendo che "la lesione dell'immagine del Comune riguardava aspetti unicamente economici" (per le ripercussioni negative della tragedia sul turismo quale principale fonte di ricchezza del Comune).

In risposta a tale assunto, la Corte di Cassazione chiarisce che "non esiste alcuna corrispondenza biunivoca tra l'entità del danno patrimoniale e quella del danno non patrimoniale: ad ingenti pregiudizi economici possono associarsi lievi o nulli pregiudizi non patrimoniali, e viceversa. Dunque non è erronea una motivazione sol perchè i due ambiti del danno vengano monetizzati in quantità non omogenee di denaro".

Se il principio così come espresso, con specifico riguardo, cioè, alla legittimità della quantificazione del danno non patrimoniale discendente da un evento in misura molto maggiore rispetto al danno patrimoniale liquidato in conseguenza di quello stesso fatto, appare certamente condivisibile, resta del tutto aperta, invece, la discussione in ordine ai confini ontologici tra tali due tipologie di pregiudizio.

Questione che, tuttavia, richiedendo implicitamente una rilettura delle circostanze concrete non può essere oggetto del giudizio della Corte di Cassazione.

Tratto da LiderLab

http://www.lider-lab.sssup.it/lider/it/odp/in-evidenza/467-la-tragedia-del-cermis-ed-il-risarcimento-del-danno-patrimoniale-e-non-patrimoniale.html



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