Articoli, saggi, Obbligazioni, contratti -  Anceschi Alessio - 2015-04-03

LA TRASCRIZIONE DELL'ACCETTAZIONE TACITA DELL'EREDITA' - MINNITI Giuseppe

Nella storia ventennale del dante causa si rilevano una o più provenienze successorie. Non risulta essere stata effettuata alcuna trascrizione degli acquisti mortis causa. Sono invece state trascritte le dichiarazioni di successione.

Il notaio rogante comincia a spiegare, secondo un recente modus operandi, ritenuto doveroso e corretto, che è necessario che i venditori spendano una certa cifra per procedere ad una o più trascrizioni di accettazione tacita di eredità.

Si solleva il malcontento dei venditori, che non capiscono perchè oggi dovrebbero pagare quando:

  • già hanno regolarmente presentato le denunce di successione e profumatamente pagato;
  • già hanno venduto beni ereditati ed il notaio o, addirittura, i notai precedenti nulla hanno loro richiesto;
  • già da tempo l'INVIM è stata abolita;
  • trattasi di eredità che non riguardano la famiglia dell'attuale venditore, ma quella del suo dante causa immediato, o, che è peggio, non direttamente immediato.

Tutto ciò crea un malcontento generale. Il notaio si affanna a spiegare la differenza tra dichiarazione di successione e accettazione tacita; tra INVIM e accettazione tacita; il principio della continuità di trascrizioni; le conseguenze negative che potrebbero discendere da una catena di trascrizioni spezzata. Tutto inutile.  Tecnicismi astratti e percepiti dal cittadino come mezzo per giustificare una ingiustizia.

Alla fine, pur di concludere, il venditore a malincuore paga, estremamente insoddisfatto, convinto di aver subito un sopruso, una ingiusta vessazione, spesso a copertura di altri notai precedenti o dello stesso notaio rogante che 7\8 anni prima non aveva richiesto la medesima tassa alla giusta persona!! Ebbene, tutto ciò è più frequente di quanto non si pensi, in tutti gli studi notarili.

Nasce dalla "nuova scoperta" (ma è veramente tale?), da parte del moderno notariato, che la trascrizione dell'accettazione tacita di eredità sia necessaria,specialmente avuto riguardo alla continuità delle trascrizioni, va comunque rispettata!

Si considera il passato come una fonte di innumerevoli mancanze (ma fu veramente così ?).

Si considera la necessità di operare, nel ventennio, la continuità delle trascrizioni come fosse un obbligo di legge (ma lo è veramente?).

A me sembra, perciò, che vi siano validi motivi per non dare nulla per scontato, nè sulla necessità, nè sulla semplice possibilità, nè sugli anni che darebbero tranquillità.

Di scontato deve esserci solo la consapevolezza del professionista che, ripeto: consapevolmente decide di adottare una soluzione piuttosto che un'altra. Consapevolmente! Non intuitivamente o per seguire una tendenza che, molto poco consapevolmente, si ritiene di condividere.

E' per questo motivo che mi accingo a mettere per iscritto alcune riflessioni, per arrivare a conclusioni che riescano ad evitare lo spiacevole scenario sopra illustrato e che, se condivise in modo generalizzato, possono – lo spero – risolvere la problematica con soddisfazione di tutti.

Per ben capire tutto il meccanismo, occorre fare cenno e memoria dei principi generali, delle norme di diritto sostanziale, di quelle sulla pubblicità e delle norme speciali di cui si farà applicazione.

Le principali norme interessate: artt. 476, 534, 651, 680, 682, 1376, 2643, 2644, 2650, 2652 n. 7) 2829, 2851 c.c.

Al fine di trovare una soluzione al problema posto ("è necessaria sempre e comunque la trascrizione dell'accettazione tacita di eredità?"), mi è sembrato utile analizzare, caso per caso, le problematiche che possono sorgere quando c'è in gioco, in un ventennio, un acquisto a causa di morte:

a) la trascrizione: a chi giova?

b) la continuità delle trascrizioni, ovverosia: non producono effetto le successive trascrizioni o iscrizioni a carico dell"acquirente;

c) conflitto tra l'avente causa dall'erede apparente e l'erede o il legatario vero;

d) conflitto tra l'avente causa dall'erede apparente e l'avente causa dall'erede vero;

e) conflitto tra l'avente causa dall'erede e l'avente causa dal de cuius;

f) mancata operatività della pubblicità sanante;

g) possibilità di effettuare valida pubblicità (iscrizione o trascrizione o annotamenti) ancora contro il defunto;

h) possibilità di realizzare l'usucapione abbreviata;

i) la garanzia per evizione;

l) interferenza del DL 78\2010 – conformità catastale.

La trascrizione a chi giova ? Bisogna immediatamente ricordare che il sistema pubblicitario del nostro ordinamento è fondato su base personale e la pubblicità è meramente dichiarativa e non costitutiva (salvo che per le iscrizioni ipotecarie), rendendo così le trascrizioni non un obbligo ma un onere a carico di chi è effettivamente interessato.

Come si concilia quest'ultima affermazione con il dettato legislativo: art. 2643 c.c.: "Si devono rendere pubblici.."; art. 2645 c.c.: "Deve del pari rendersi pubblico..."; art. 2648 co. 1° c.c.: "Si devono trascrivere...."?

La risposta è negli artt. 2650 e 2671 c.c. Il primo regola la continuità delle trascrizioni ed avverte che, in mancanza delle trascrizioni precedenti le successive non hanno effetto. Fermo restando, dunque, l'onerosità della trascrizione, il 2650 ci avverte che "si deve trascrivere" pena l'inefficacia.

Il secondo sancisce un vero e proprio obbligo, ma non a carico delle parti bensì del Pubblico Ufficiale. Costui è tenuto ad effettuare la trascrizione degli atti prescritti, perchè le conseguenze della sua inattività non resterebbero nell'ambito della disciplina pubblicitaria, ma si estenderebbero alla sua responsabilità professionale e patrimoniale, ovvero disciplinare e civilistica.

Fatta questa premessa di carattere generale occorre rilevare come vi sia una differenza terminologica nei citati articoli, che coinvolge e differenzia gli acquisti tra vivi e mortis causa:

art. 2643 c.c.: "Si devono rendere pubblici.." (atti tra vivi);

art. 2645 c.c.: "Deve del pari rendersi pubblico..." (atti tra vivi);

art. 2648 co. 1° c.c.: "Si devono trascrivere...." (mortis causa);

art. 2648 co. 3° c.c.: "....si può richiedere la trascrizione" (mortis causa).

Che valenza dare alla diversa formulazione del citato terzo comma?

Fermo restando il principio ermeneutico secondo cui il legislatore mai utilizza una diversa terminologia per puro caso (mi sia consentito rammentare il caso emblematico, a tutti i notai ben noto, circa la differenza tra "sottoscrizione" e"firma" di cui all'art. 51 L.N.), nonché il principio oneroso di tutte le trascrizioni, perchè il legislatore sembra aver scelto un gradino inferiore per le accettazioni tacite di eredità?

Il semplice dato testuale contenuto nell'art. 2648 c.c., vale ad escludere il caratterenecessario (nella valenza sopra ricordata) alla trascrizione dell'accettazione tacita. La coesistenza all'interno dello stesso articolo di prescrizioni obbligatorie (si devono trascrivere…) e prescrizioni onerose (chi acquista tacitamente può...), non può essere casuale.

Tale coesistenza non è certamente frutto di un capriccio immotivato del legislatore, ma è frutto di una intelligente elaborazione del testo, in perfetta armonia con l'intero sistema che si occupa di disciplinare gli acquisti mortis causa per fatti concludenti.

La risoluzione dei conflitti che coinvolgono acquisti mortis causa, non è rimessa alle sole regole pubblicitarie (come avviene per gli acquisti tra vivi) e, pertanto, così si giustifica la possibilità prevista dal legislatore, in alternativa con la necessità, correlata al perfetto funzionamento dei meccanismi previsti dal 2650 (continuità delle trascrizioni), principi non sempre utilizzabili quando i conflitti coinvolgono acquisti a causa di morte.

In altri termini, qui si sostiene la valenza letterale della norma, contro la diversa impostazione che interpreta la possibilità, data dal legislatore, come una possibilità rivolta non alla volontà della parte, ma al genere di atto da trascrivere. Secondo questa tesi il legislatore ha voluto solo consentire una trascrizione anomala e cioè quella dell'accettazione tacita in base ad un atto (quello di disposizione) che non ha ad oggetto né diretto, né indiretto, l'acquisto dell'eredità, ma solo ne dà la conferma.

Ebbene, riesaminando la tecnica usata dal legislatore e la terminologia usata agli artt. 2643 e 2645 c.c. e confrontata con quella di cui all'art.2648 c.c., si smentisce la tesi sopra ricordata.

art. 2643 c.c..: "Si devono rendere pubblici.."; art. 2645 c.c.: "Deve del pari rendersi pubblico..."; art. 2648 co. 1° c.c.: "Si devono trascrivere...."; art. 2648 co. 3° c.c.: "....si può richiedere la trascrizione".

Se fosse stato solo il riconoscimento della possibilità di trascrivere sulla base di unatto particolare, il legislatore ben avrebbe potuto utilizzare la medesima terminologia già utilizzata nell'avvicinare i casi del 2645 a quelli di base del 2643. L'aver differenziato, l'aver sottolineato la possibilità, non fa altro che confermare la lucidità del disegno complessivo del legislatore che ha intelligentemente elaborato testi codicistici in perfetta armonia con l'intero sistema che si occupa di disciplinare gli acquisti mortis causa per fatti concludenti.

Se, dunque, per le parti è pur sempre un onere (pur nella diversa scala di importanza, ai fini di una completa operatività dei principi sanzionatori di cui all'art. 2650 c.c., pienamente applicabile alle provenienze per atti tra vivi e solo parzialmente alle provenienze morti causa, come sarà più avanti chiarito), resta da comprendere se un vero e proprio obbligo alla trascrizione dell'accettazione tacita di eredità possa essere stato previsto non in capo al soggetto interessato (che è solo onerato) ma in capo all'ufficiale rogante.

Mi riferisco all'obbligo previsto dalla legge, in tema di trascrizioni, e già sopra in generale trattato, sancito dall'art. 2671 c.c..

Il nodo da sciogliere, dunque, è: il notaio, a cui si rivolge il citato art. 2671 c.c., è obbligato ad effettuare la trascrizione tacita dell'eredità nel caso in cui stipuli un atto che comporti, quale logica conseguenza della disposizione immobiliare, l'inequivoca volontà di considerarsi erede?

Dalla lettura del citato articolo sembra agevole rispondere negativamente poiché l'obbligo alla trascrizione è circoscritto al solo atto che il notaio ha ricevuto o ha autenticato, e non anche agli atti che – ex lege - ne conseguono quale, appunto,"l'atto" di accettazione tacita di eredità. Ricostruzione letterale confermata da quella sistematica, sol che si consideri il diverso trattamento giuridico che, altrimenti, si avrebbe tra le accettazioni tacite direttamente conseguenti all'atto stipulato e le accettazioni tacite non dallo stesso conseguenti ma, tuttavia, rinvenute nel ventennio e, comunque, mai trascritte.

Si può, dunque, superati come sopra i possibili dubbi interpretativi, agevolmente concludere che la trascrizione si conferma un mero onere per la parte interessata e che la parte interessata, in un rapporto traslativo, non è la parte alienante ma quella ricevente, la quale è l'unica ad avere interesse a consolidare il proprio acquisto.

Tale ultima affermazione non deve, però, essere fraintesa: non si sta sostenendoche l'onere della trascrizione tacita dell'eredità deve essere ribaltato dalla parte venditrice sulla parte acquirente. Per arrivare a ciò bisognerà superare una serie di ostacoli, tutti affrontati nei successivi paragrafi, al termine dei quali – si anticipa –non si sosterrà la necessità del predetto ribaltamento, bensì la necessità di valutare caso per caso, senza alcuna formula preconfezionata che mal si concilia con una esercizio consapevole dell'attività intellettuale, che siamo chiamati a svolgere.

La continuità delle trascrizioni. E' questa la paura fondamentale, il motivo di base che ha portato a ritenere essenziale ed indifferibile la trascrizione tacita dell'eredità, ponendola – a mio giudizio – ingiustamente e apoditticamente a carico del dante causa, anche se non coinvolto minimamente dalla vicenda successoria (contro la prassi pluriennale adottata dai notai nei decenni precedenti): la mancanza della continuità delle trascrizioni, che andrebbe a coinvolgere la stabilità dell'acquisto.

Occorre, ovviamente, ripercorrere, sia pur brevemente, la disciplina e richiamarne la portata normativa, avvertendo sin da ora che sussiste notevole diversità se nella catena vi sono solo acquisti inter vivos ovvero vi si trovino anche acquisti mortis causa.

La norma è disciplinata dall'art. 2650 c.c.

E' fuori discussione il fatto che il detto articolo disciplini anche il caso in cui una catena di trasferimenti contenga anche un acquisto a causa di morte. Bisogna, però, vedere e considerare come e quando tale disciplina operi in presenza di un acquisto mortis causa.

L'art. 2650 c.c. detta tre regole:

  1. non sono efficaci le trascrizioni e le iscrizioni successive se non è sanata la catena delle trascrizioni precedenti;
  2. l'inefficacia delle trascrizioni e delle iscrizioni non è assoluta ma si dispone che queste acquistino pienamente la loro efficacia, secondo il loro ordine cronologico, una volta sanata la continuità (principio della prenotazione);
  3. viene fatto salvo il disposto dell'art. 2644 c.c, ovvero il principio di prevalenza tra due aventi causa da uno stesso dante causa.

Questo terzo principio, che in apparenza è una eccezione, secondo la formulazione letterale dell'articolo in oggetto, è la vera chiave di volta per comprendere a pieno il funzionamento dell'art. 2650 c.c.

Innanzi tutto occorre ricordare che l'art. 2644 fa espresso richiamo agli atti di cui all'art.2643 (ed art. 2645 c.c.), tra i quali non c'è l'acquisto a causa di morte. Ne consegue, in armonia con altre norme del sistema, che in caso di acquisto mortis causa o valgono le norme sostanziali (e non quelle sulla pubblicità) oppure valgono norme speciali (ad esempio l'art. 2652 n.7 c.c.).

E' questo un passaggio molto importante da considerare: ritenere, o meno, applicabile l'art.2644 c.c ai titoli mortis causa fa cambiare totalmente la prospettiva, facendo giungere a conclusioni diverse rispetto a quelle qui prospettate.

Personalmente ritengo particolarmente convincente quella dottrina che ritiene non applicabile ai trasferimenti mortis causa l'art.2644 c.c. , basandosi sul fatto che non è concepibile l'apertura delle successioni sulla base di due delazioni, e che quando vi sia un conflitto del genere lo stesso debba essere risolto non già ricorrendo a criteri diversi (quelli sulla pubblicità) rispetto ai criteri propri del diritto successorio (diritto sostanziale 680 e 682 c.c.) e che, conseguentemente, prevale l'ultimo chiamato e non il primo che ha trascritto.

Ed infatti, in applicazione di detto principio, che è volto a garantire il favor testamenti, né l'art. 2643 c.c. né l'art. 2645 c.c. (a cui rinvia l'art. 2644 c.c.) contengono casi riconducibili ai trasferimenti mortis causa. Sarebbe veramente frustrante per il cittadino sapere che la sua ultima volontà potrebbe essere sottomessa a mere regole pubblicitarie, mentre è assolutamente diverso il caso di un medesimo dante causa, tra vivi, che trasferisca a due diversi sub acquirenti: qui gli interessi in gioco sono ben diversi, e ben si comprende come il conflitto sia da risolvere sulla base delle regole non sostanziali ma pubblicitarie.

(segue)

Giuseppe Minniti: Notaio a Siracusa.



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