Legislazione e Giurisprudenza, Riservatezza, privacy -  Colussi Ilaria Anna - 2013-12-24

LA TUTELA DELL'INTEGRITÀ INTIMA DEL MINORE: IL CASO SÖDERMAN v. SVEZIA - Ilaria Anna COLUSSI

Con la decisione adottata il 12 novembre 2013, la Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo ha rovesciato la sentenza della Sezione V della medesima Corte che, in data 12 giugno 2012, aveva negato tutela alla ricorrente, Eliza Söderman, la quale, nel 2002, all'età di 14 anni, aveva smascherato il tentativo del patrigno di riprenderla nuda.

La recente sentenza della Grande Camera ha ravvisato violazione dell'art. 8 della CEDU - che tutela il diritto alla vita privata - nella mancata previsione nel diritto svedese sia di un rimedio penale sia di un rimedio civilistico, tali da consentire alla ricorrente di ottenere una protezione efficace contro la violazione della sua integrità personale e tali da essere in linea con le obbligazioni positive spettanti allo Stato.

Questi i fatti.

Nel 2002, il patrigno di Eliza aveva occultato nel cesto della biancheria del bagno di casa una videocamera, accesa e orientata per riprendere la parte della stanza in cui la ragazza era solita spogliarsi per fare la doccia. La ricorrente, insospettita dall'aggirarsi del patrigno nella stanza e dal rumore di sottofondo della videocamera, si era accorta della "trappola" e aveva consegnato la videocamera alla madre. Quest'ultima aveva distrutto il filmato immediatamente, senza accertarsi che contenesse immagini della ragazza nuda. La denuncia alla polizia, invece, era stata fatta due anni dopo. Il patrigno veniva accusato di molestia sessuale ed Eliza chiedeva il risarcimento per la lesione della propria «personal integrity». Nel giudizio di primo grado, l'imputato che aveva confessato di avere nascosto la telecamera veniva condannato per molestia sessuale e al risarcimento del danno cagionato alla vittima. Successivamente, però, veniva assolto dalla Corte d'Appello, in virtù del fatto che non era individuabile un reato di molestia sessuale poiché non vi era la volontà del patrigno di essere scoperto, ma al massimo si poteva ravvisare un tentativo di pornografia minorile che, tuttavia, non era stato sollevato. Ad ogni modo, mancava nell'ordinamento svedese un espresso divieto di riprendere un individuo senza il suo consenso.

Anche il ricorso per cassazione veniva rigettato. Da qui, la volontà della ricorrente di adire la Corte di Strasburgo per violazione, da parte della Svezia, dell'art. 8 in tema di rispetto della vita privata, non avendo accordato tutela alla vittima di un atto lesivo.

La sentenza de quo si incentra sulla nozione di privacy, intesa originariamente come diritto ad essere lasciati soli e sviluppatasi poi come diritto alla riservatezza, a controllare il flusso di informazioni che riguardano il soggetto. Le statuizioni della Corte EDU innovano e ampliano il portato di questa nozione, affermando che la tutela della sfera di riservatezza debba valere anche con riguardo a soggetti minori, rispetto a lesioni che si possono generare tra le mura di casa da parte di persone conviventi, ossia da soggetti coi quali sussiste una comunione di vita, lesioni anche non implicanti contatto fisico. La sfera personale protetta dall'art. 8 CEDU comprende in generale elementi come l'identificazione sessuale, il nome, l'orientamento e la vita sessuale, come pure le informazioni riguardanti la salute di una persona, l'identità etnica, il diritto allo sviluppo personale nonché quello di stringere e di sviluppare relazioni con i suoi simili ed il mondo esterno. In un'epoca in cui gli abusi e le violenze domestiche aumentano a vista d'occhio, è importante allargare la nozione di privacy alla protezione dell'individualità, intimità e dignità dei soggetti in formazione (i minori), per condannare le violazioni commesse da parte di conviventi, pure in assenza di violenza o minaccia e senza contatto fisico.

La Corte, quindi, ravvisa l'esigenza di tutela del bene della riservatezza in quanto tale, a prescindere dal danno, e censura il fatto molesto della violazione della privacy, anche isolato o in forma tentata, senza indagare né la possibile diffusione del materiale prodotto, né se la giovane vittima sia stata effettivamente ripresa senza veli.

Pertanto, poichè la legislazione svedese in vigore al momento della commissione dei fatti non prevedeva la possibilità di concepire le azioni criminose del patrigno come reato di violenza sessuale o di tentata pornografia, tale assenza di rimedi ha fatto propendere i giudici per l'individuazione di una lesione dell'art. 8 da parte della Svezia, carente nell'emanazione di misure adeguate alla protezione della sfera di riservatezza fisica e sessuale del minore.

Così facendo, la sentenza sul caso Söderman rappresenta un monito per tutti i Paesi del Consiglio d'Europa a munirsi di adeguate misure che tutelino le vittime di reati a sfondo sessuale e pornografico, in nome di quella zona di riservatezza di cui anche il minore, come il soggetto adulti, è pienamente titolare.



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati