Legislazione e Giurisprudenza, Danno esistenziale -  Redazione P&D - 2015-06-27

LA VERA ESSENZA DEL DANNO ALLA PERSONA - Cass. 11851/15 - Natalino SAPONE

- Il danno alla persona ha due dimensioni.

- Una è interiore e l"altra è esterna/relazionale.

- Si tratta di danni diversi e autonomamente risarcibili

Cassazione civile, sez. III, del 9.6.2015, n. 11851, pres. Segreto, rel. Travaglino, definendo una controversia avente ad oggetto il risarcimento dei danni non patrimoniali patiti dal marito e dal figlio – in conseguenza della malattia e del successivo decesso della rispettivamente moglie e madre degli attori, affetta da un carcinoma maligno all'utero che, tempestivamente diagnosticato, avrebbe potuto essere adeguatamente curato – ha dato un ulteriore contributo di approfondimento all"elaborazione del danno alla persona.

La S.C., dopo avere ricordato che il danno esistenziale trova una base normativa nelle norme di cui agli artt. 138 e 139 del codice delle assicurazioni private (D.Lgs. n. 209 del 2005), e il danno morale la trova nel D.P.R. n. 31 del 2009 e in quello n. 191 del 2009, osserva che "al di là e a prescindere dal formalismo delle categoria giuridiche, troppo spesso il mondo del diritto, intriso di inevitabili limiti sovrastrutturali che ne caratterizzano la stessa essenza, ha trascurato l'analisi fenomenologica del danno alla persona, che altro non è che indagine sulla fenomenologia della sofferenza.

Il semplice confronto con ben più attente e competenti discipline (psicologiche, psichiatriche, psicoanalitiche) consente (consentirebbe) anche al giurista di ripensare il principio secondo il quale la persona umana, pur considerata nella sua "interezza", è al tempo stesso dialogo interiore con se stesso, ed ancora relazione con tutto ciò che è altro da se. In questa semplice realtà naturalistica si cela la risposta (e la conseguente, corretta costruzione di categorie) all'interrogativo circa la reale natura e la vera essenza del danno alla persona: la sofferenza interiore, le dinamiche relazionali di una vita che cambia".

Una riprova di ciò la S.C. la rinviene nel disposto dell'art. 612-bis c.p., che, sotto la rubrica intitolata "Atti persecutori", punisce chiunque minaccia o molesta taluno "in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura (ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva), ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita".

Sembrano efficacemente scolpiti, in questa disposizione di legge, nota la S.C. "i due autentici momenti essenziali della sofferenza dell'individuo: il dolore interiore, e/o la significativa alterazione della vita quotidiana.

Danni diversi e perciò solo entrambi autonomamente risarcibili, ma se, e solo se, rigorosamente provati caso per caso (…)".

Ricorda poi la sentenza che la recente pronuncia della Corte costituzionale, n. 235/2014, predicativa della legittimità costituzionale dell'art. 139 del codice delle assicurazioni, afferma

che "la norma denunciata non è chiusa, come paventano i remittenti, alla risarcibilità anche del danno morale: ricorrendo in concreto i presupposti del quale, il giudice può avvalersi della possibilità di Incremento dell'ammontare del danno biologico, secondo la previsione e nei limiti di cui alla disposizione del comma 3 (aumento del 20%)".

Rimarca la S.C. la sottolineatura della Corte Costituzionale secondo cui il meccanismo standard di quantificazione del danno attiene al solo, specifico e limitato settore delle lesioni di lieve entità.

Ad avviso della S.C., in questo modo viene definitivamente sconfessata, al massimo livello interpretativo, la tesi predicativa della "unicità del danno biologico".

"Anche all'interno del micro-sistema delle micro-permanenti, osserva la Corte di Cassazione – resta ferma (né avrebbe potuto essere altrimenti, non potendo le sovrastrutture giuridiche ottusamente sovrapporsi alla fenomenologia della sofferenza) la distinzione concettuale tra sofferenza interiore e incidenza sugli aspetti relazionali della vita del soggetto".

La S.C. discorre poi di "doppia dimensione fenomenologica del danno, quella di tipo relazionale, oggetto espresso della previsione legislativa in aumento, e quella di natura interiore, da quella stessa norma, invece, evidentemente non codificata e non considerata, lasciando così libero il giudice di quantificarla nell'an e nel quantum con ulteriore, equo apprezzamento". E più avanti osserva: "Ogni vulnus arrecato ad un interesse tutelato dalla Carta costituzionale si caratterizza, pertanto, per la sua doppia dimensione del danno relazione/proiezione esterna dell'essere, e del danno morale/interiorizzazione intimistica della sofferenza".

È compito quindi del giudice valutare sia la sofferenza morale interiore sia l'alterazione dei precedenti aspetti dinamico-relazionali della vita del soggetto leso.

Dunque la S.C. affronta frontalmente, senza timore e senza ritrosia, il nodo dei nodi del danno non patrimoniale: l"interrogativo sulla reale natura e sulla vera essenza del danno alla persona. E a tale quesito fornisce una risposta chiara: la sofferenza interiore e le dinamiche relazionali di una vita che cambia. Quindi l"essenza del danno alla persona ha una duplice stoffa: una interiore e una esteriore. Dunque vi è una doppia dimensione: c"è il danno relazione/proiezione esterna dell'essere (ossia esistenziale), e c"è il danno morale/interiorizzazione intimistica della sofferenza.

Si tratta di danni diversi e perciò solo – dice la S.C. – entrambi autonomamente risarcibili, se, e solo se, rigorosamente provati caso per caso, senza automatismi.

Si potrebbe quindi dire che la vera essenza del danno alla persona sta nella dialettica interiore/esteriore, emotivo/relazionale, morale/esistenziale e dunque nella non piena convertibilità (in astratto) dell"uno nell"altro.

Questa doppia dimensione è desunta dalla S.C. sulla scorta di puntuali riferimenti normativi, ma, al contempo, in un fecondo circolo ermeneutico, costituisce la chiave di lettura delle norme sparse nell"ordinamento e la prospettiva da cui affrontare in generale il problema della determinazione del danno non patrimoniale.

Il giudice dovrà dunque sempre effettuare una duplice indagine. Se appura che una tabella, legale o convenzionale, non include uno dei sue aspetti, il giudice dovrà risarcire, fuori tabella, l"altro aspetto. E se una precisa norma non contempla uno dei due aspetti, questo non autorizza il giudice a negare il risarcimento dell"altro. Tutt"al contrario, impone al giudice  di verificare e determinare l"altra componente al di fuori dei limiti previsti dalla norma.

È la doppia dimensione (interiore/esteriore) del valore-uomo ad assurgere al ruolo di Grundnorm (non kelsenianamente ma contenutisticamente intesa) in sede di determinazione del danno non patrimoniale. Non è la doppia dimensione a dover essere confermata volta per volta dalle singole norme che disciplinano i danni alla persona, ma saranno le singole norme a dover essere lette ed applicate alla luce di tale principio, nel senso che dalla previsione, da parte di una specifica norma, della risarcibilità di una sola delle due componenti non consegue l"irrisarcibilità dell"altra (componente), ma la sua risarcibilità al di fuori dei limiti e presupposti stabiliti dalla norma.



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