Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Todeschini Nicola - 2014-03-28

L'AVVOCATO COME IL MEDICO: ANCHE IL RISULTATO INCIDE, CASS. 2863/2014 - Nicola TODESCHINI

L'accusa che spesso i sanitari hanno rivolto alla Corte di Cassazione lamentando un trattamento di apparente maggior favore verso la valutazione della responsabilità dell'avvocato, diversamente da quanto sarebbe accaduto giudicando invece la loro prestazione, sembra proprio destinata ad essere privata delle ragioni che pur potevano apparire per taluni aspetti fondate.

Sullo sfondo di tale polemica, in verità assai poco produttiva, v'è sempre l'accusa, da alcuni sanitari avanzata, di aver trasformato la loro obbligazione, che sarebbe stata solo di mezzi, in obbligazione di risultato.

Nonostante sin dal 2008 pure le Sezioni Unite abbiano chiarito quanto la miglior dottrina già sosteneva da decenni, mettendo definitivamente un pensione la dogmatica distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultati, in molte pronunce, pure di merito. alcuni magistrati hanno fatto pedissequo riferimento alla suddetta distinzione, continuando a creditare quantomeno l'impressione che ad essa dedicassero attenzione riconoscendole un ruolo nel giudizio di responsabilità.

L'atteggiamento paternalistico che avrebbe voluto applicato il criterio di diligenza alle sole obbligazioni di mezzi, e quello di risultato di cui all'art. 1218 alle obbligazioni appunto cosiddette di risultato, è stato spesso vantato a protezione della categoria dei professionisti. E' responsabile anche della scarsa reputazione che la figura del professionista (in tal caso mi riferisco in particolare all'avvocato) ha goduto presso l'opinione pubblica e che, per certi versi, può essere ricordata, senza scomodare la nota performance di Gigi Proietti dai più conosciuta, nella risposta che l'avvocato, accusato dal proprio cliente di aver sbagliato e di aver perso la causa, rivolga al suo cliente: "Ma io non ero tenuto a farle vincere la causa".

Un tanto vale anche per il medico che poteva rispondere "Ma io non ero tenuto a vincere la malattia!".

Tale impostazione paternalistica avrebbe nel tempo ricevuto, a corredo della sua ispirazione di protezione della categoria, la conseguenza che sarebbe spettato sempre al cliente-paziente di dimostrare in che termini il professionista avesse mai potuto sbagliare, con l'effetto di rendere l'affermazione della sua responsabilità una sorta di miraggio irraggiungibile o quasi.

Tanto che l'obbligazione di risultato, asseritamente fondata sull'art. 1218, che prevede come noto in tema di responsabilità contrattuale l'inversione dell'onere della prova in ipotesi di eccepito inadempimento, sarebbe stata vista come una soluzione invece punitiva, per il professionista, ed una sorta di panacea per ogni male per il cliente-paziente.

Così che, nel tentativo di riequilibrare la posizione, anche alcune sentenze hanno indugiato nel rispolverare la rilevanza della distinzione dando occasione di far intendere che, in alcuni casi -basti ricordare quelli del dentista e del chirurgo estetico- l'obbligazione del sanitario si trasformerebbe in obbligazione di risultato aprendo le porte alla disciplina prevista dall'art. 1218 e rendendo quindi la vita più facile al cliente del professionista.

Come premesso, peraltro, anche la Corte di Cassazione ha invitato ad abbandonare definitivamente tale rilievo, ben consapevole che il criterio di diligenza, stabilito dall'art. 1176, II comma, c.c. è stato previsto a disciplina dell'adempimento di tutte le obbligazioni, e non solo di alcune di esse, e che in ipotesi di responsabilità contrattuale l'art. 1218 vada comunque applicato e non alternativamente ripescato, (rispetto all'art. 1176), a seconda dell'inquadramento dell'obbligazione in una piuttosto che in un'altra dogmatica -e sconosciuta al codice civile- distinzione tra obbligazione di mezzi e di risultati.

Di risultato quindi si può discorrere -senza tema di essere considerati leali all'asserito rilievo dell'obbligazione di risultato- poiché in tutte le obbligazioni in fondo, ed in particolare in quelle che animano l'operato del professionista, è ben possibile individuare un risultato, ed inoltre perché il criterio di responsabilità rimane comunque ancorato a quanto stabilisce l'art. 1176, II comma, c.c. così come completato dall'art. 2236 c.c. e perché, come è noto, allorché sia evocata la responsabilità contrattuale sia eccependo l'inadempimento che invocando la risoluzione del contratto ovvero chiedendo l'accertamento dell'inadempimento altrui, valgono le regole stabilite dall'art. 1218 in tema anche di onere della prova, senza distinzione tra dogmatiche categorie di obbligazioni.

V'è inoltre da aggiungere, come già in un mio precedente contributo (QUI pubblicato) su questa stessa rivista, che ogni sentenza, pure della Corte di Cassazione, salvi casi nei quali i redattori si soffermino, come è accaduto nella recente 1361 (QUI commentata) ad esaminare approfonditamente un argomento, rispondono pur sempre ad istanze di parte, finendo per approfondire alcuni aspetti, e non altri, non tanto e non solo in funzione del credo giuridico del redattore, ma dovendo offrire risposte pertinenti ai motivi dei quali la Corte venga interessata.

Accade così che alcune massime, in special modo, se lette in modo scoordinato rispetto alla pronuncia che le contiene e con riguardo al caso che ne ha motivato l'espressione, finiscono per offrire, tanto più nell'attuale ingravescente spettacolarizzazione pure di alcuni blog giuridici caduti nel peggior stile giornalistico, a suggerire conclusioni anche fuorvianti.

Vi sono peraltro occasioni, come quella in precedenza ricordata (si veda il commento alla 4781/2013) ed in parte pure con riferimento alla pronuncia qui commentata (2863/2014), nelle quali emerge l'imbarazzo per il pedissequo richiamo al rilievo della distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato e si staglia, all'orizzonte, con sempre maggior chiarezza, la necessità di uniformare il criterio di responsabilità fondato sull'art. 1176, II comma per tutti i professionisti e allontanandosi, in modo definitivo, dal presunto rilievo della distinzione in commento, nel segno di un'attenzione anche per il risultato al quale la prestazione è comunque sottesa.

Accade così, come nel caso di specie, che l'avvocato che si rivolge alla Corte di Cassazione nella speranza di emendare i risultati della sentenza di seconde cure (che aveva liquidato il suo compenso in misura inferiore valutando pure il risultato della sua azione) invochi l'inquadramento della sua prestazione in quella di mezzi, proprio nel tentativo di screditare il rilievo che avrebbe il risultato nella valutazione della sua prestazione e contando quindi in una liquidazione di spese più importante, pur se il risultato conseguito dia la misura di un'opera professionale non certo straordinaria.

Si legge, nella stringata ordinanza del 17/12/2013 – 07/02/2014, della Sezione VI, che pure nella valutazione della congruità del compenso che spetta all'avvocato per la sua prestazione professionale (richiesto così come aumentato del doppio in applicazione dell'art. 5, comma III, della tariffa stragiudiziale forense) la valutazione dei risultati e dei vantaggi conseguiti dal cliente debba essere tenuta in debita considerazione, screditando così la tesi, adombrata dall'avvocato, secondo la quale sarebbe stato violato il principio secondo cui l'obbligazione del professionista sarebbe obbligazione di mezzi e non di risultato.

E' evidente, anche in tale fattispecie, il significato che vorrebbe attribuirsi all'affermazione del rilievo della considerazione dell'obbligazione professionale con le obbligazioni di mezzi ed il timore che, considerandola invece di risultato, la posizione di vantaggio conseguita nel primo caso sarebbe del tutto perduta.

Nonostante un risultato ed un vantaggio non conseguiti per nulla dal cliente, l'avvocato pretende che la valutazione del suo compenso possa addirittura essere valorizzata conseguendo un aumento del doppio, slegando quindi la valutazione della sua diligenza completamente dall'interesse che il cliente abbia al risultato al quale pur l'obbligazione del professionista tenda, essendo per definizione finalizzata alla protezione di un diritto del cliente medesimo.

Ma non è così, nemmeno per lui, come per il medico, e l'auspicato riallineamento della responsabilità delle due figure professionali sembra ben avviato.



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