Varie -  Redazione P&D - 2017-05-31

Lavvocato senza prole può occuparsi di diritto minorile? - Franco Longo

La domanda contenuta nel titolo di questo contributo può apparire provocatoria e forse un pochino lo è, ma appare in ogni caso interessante, involgendo aspetti non solo giuridici ma anche di altro stampo e significato. Lo spunto delle presenti osservazioni mi è stato dato definitivamente dall"ultima frase di Jean Marie  Le Pen in una intervista pubblicata sul settimanale L"espresso recentemente.

Si finiva di discutere sul fatto che la figlia Marine lo aveva espulso dal partito e gli si chiedeva quali fossero i loro rapporti ("le voglio bene comunque, ma non ci parliamo") e riferendosi ad altro uomo politico francese che non ha figli, Jean Marie Le Pen ha affermato  "lui deve stare zitto in quanto non ha figli e non può capire".

Spesso si sente dire nella vita di tutti i giorni a chi non ha prole che non può capire i problemi della prole. E ciò a volte trapela velatamente anche con riferimento a giuristi o avvocati che si occupano di diritto di famiglia e minorile.

Ebbene, la risposta, a mio avviso, non può che essere affermativa.

E" evidente che i settori del diritto di famiglia e del diritto minorile (oramai, quest"ultimo, da considerarsi un ramo del diritto autonomo), richiedono una attitudine extra tecnica particolare.

Sensibilità, predisposizione all"ascolto, alla immedesimazione, alla ricerca dell"accordo o della limitazione massima delle sofferenze, delle depressioni.

Culture, queste, che devono caratterizzare l"avvocato, tanto più oggi giorno che assistiamo a una degiurisdizionalizzazione nel settore civile con contestuale attribuzione agli avvocati di procedure alternative di composizione delle liti.

Ci si riferisce, in particolare, alla negoziazione assistita, la quale, secondo le ultime stime, funziona e ha esito positivo soprattutto in relazione alle separazione e ai divorzi e, quindi, alla tutela dei minori della famiglia in crisi, scopo primario di tutta la disciplina della separazione dei coniugi o dei conviventi di fatto dopo le leggi 54 /2006 prima e alla legge 219/2012 e al d. lgs. 154/2013 dopo.

Ebbene, svolte tali premesse, va affermato che ogni persona adulta, a prescindere che abbia prole o meno, è stato "figlio".

Ha vissuto tale ruolo e condizione,  spesso in contesti adeguati, spesso, invece,  dannosi alla crescita, pur in presenza di mezzi economici anche notevoli da parte dei genitori.

Spesso le traversie giovanili causate (anche) da genitori inadatti, indifferenti o egoisti (e si consideri che anche l"eccesso di cure e accudimento può risultare pregiudizievole, come in taluni casi i giudici minorili hanno affermato, assumendo i conseguenti ritenuti opportuni provvedimenti nell"interesse del minore), consentono lo sviluppo di una certa sensibilità. La sofferenza associata alla resistenza e a una forza di volontà per rimanere in piedi (purtroppo non tutti i giovani hanno queste fortunate prerogative) possono portare a una attenzione particolare ai problemi e ai disagi psicologici di altre persone.

In questo contesto si può sviluppare anche un senso di giustizia spiccato e tutte tali prerogative, unite all"interesse o alla passione per la materia,  consentono all"avvocato come anche al giudice, prole o non prole, di agire per il meglio. Anzi, con maggior e opportuno distacco.  Distacco, un minimo, nel senso di coinvolgimento emotivo non eccessivo, necessario al professionista il quale deve inquadrare la fattispecie sul piano tecnico, individuare il modello procedurale più opportuno (tanti ne offre il settore in parola) e preparare le conseguenti  difese tecniche.

Non è, quindi, questione di sussistenza o meno di  prole, ma di predisposizione e sensibilità.

E si tratta poi  di applicare convenzioni internazionali e leggi interne anche di ratifica e di recepimento di queste ultime che da alcuni lustri sono più che mai dirette alla tutela primaria dei minori.

Insomma, per concludere piace citare un libro del filosofo Emil Cioran dal titolo "L"inconveniente di essere nati", in cui, tra l"altro, l"autore osserva che se il concepito potesse esprimere paradossalmente il desiderio o meno di entrare nel "calderone" dell"umanità, sette casi su dieci risponderebbe "No, grazie".

Del resto nascere in certi contesti sociali e personali negativi, con riferimento alla situazione dei genitori, rende l"inizio dell"avventura già in salita e tendente a inevitabili pregiudizi morali ed esistenziali anche insostenibili e in Francia e negli  Usa vi sono stati casi di "diritto di non nascere" con tanto di richieste risarcitorie.

Emil Cioran, nel libro citato, sostanzialmente composto da massime e aforismi. ha affermato "ho commesso tanti delitti ma non quello di essere genitore".

Mestiere sicuramente difficile e più che mai da ponderare bene prima di assumerlo.



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