Articoli, saggi, Punibilità, sanzioni -  Mazzon Riccardo - 2014-01-25

LE CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE: UNA DEFINIZIONE - RM

Si definiscono cause di giustificazione quelle speciali situazioni nelle quali un fatto, che di regola è vietato dalla legge, non costituisce illecito per l"esistenza di una norma che lo autorizza o lo impone: pertanto il fatto, in tali condizioni, diviene giuridicamente lecito nonostante la sua conformità alla figura astratta di un illecito.

Né il codice penale, né tantomeno il codice civile, utilizza mai la locuzione "cause di giustificazione": il legislatore si limita semplicemente a parlare di "fatti non punibili" se commessi in una data situazione (vedi ad es. artt. 50, 51, 52, 53, 54 c.p.), di circostanze "che escludono la pena" (vedi art. 59, 1° comma, c.p.), di "circostanze oggettive che escludono la pena" (vedi art. 119, 2°comma, c.p.), di "non responsabilità" (art. 2044 c.c.) o "indennità" sostitutiva del risarcimento (art. 2045 c.c.: per un'applicazione dei principi in ambito di reato edilizio, cfr., amplius, "I rapporti di vicinato e le distanze legali: tutela e risarcimento" - Riccardo Mazzon - CEDAM 2013, in Collana SapereDiritto).

All"interprete spetta pertanto un compito delicato, ossia individuare quali, tra le numerose ipotesi previste dalla legge, siano da ricondurre nell"ambito delle cause di giustificazione, altresì dette "fattispecie scriminanti", e quali invece ricadano sotto l"egida di altri istituti giuridici (dal momento che la legge prevede, ad esempio, l"esclusione della punibilità di un soggetto anche in molte altre situazioni che nulla hanno a che vedere con la ratio delle cause di giustificazione: basti pensare, in ambito penale, all"ipotesi del difetto di imputabilità (art. 85, 1° comma, c.p.), all"errore sul fatto (art. 47 c.p.)…etc..

E" doveroso, inoltre, chiedersi quale collocazione trovino le cd. cause di giustificazione all"interno della struttura dell"illecito: non v"è risposta univoca a tale quesito, tutto dipendendo dal tipo di teoria alla quale si intende aderire.

E" la dottrina penalistica ad aver affrontato in modo compiuto il problema, nei termini che seguono, due essendo le principali teorie formulate dalla dottrina, in merito alla sistemazione razionale degli elementi del reato: la teoria tripartita e la teoria bipartita.

Secondo i seguaci della teoria tripartita (tra i quali Mantovani, Fiandaca-Musco, Padovani), tre sono gli elementi essenziali del reato: il fatto (elemento materiale), la colpevolezza (elemento psicologico) e l"antigiuridicità, la quale viene desunta dalla conformità del fatto concreto al modello astratto di reato configurato dal legislatore e dalla mancanza di cause di giustificazione.

Tale dottrina consente una razionale sistemazione degli aspetti del reato sicché la si trova, seppur incidentalmente, efficacemente utilizzata dalla giurisprudenza:

"l'imputato che deduca una determinata situazione di fatto a sostegno dell'applicazione di un'esimente, reale o putativa, deve provarne la sussistenza, non essendo sufficiente una mera asserzione sfornita di qualsiasi sussidio probatorio. Invero, posto che le cause di giustificazione si configurano come elementi negativi di un reato perfetto in tutti i suoi aspetti (tipicità, antigiuridicità e colpevolezza), in tanto esse possono operare in quanto siano effettivamente sussistenti in tutti gli estremi di fatto e di diritto. Pertanto, nel caso di esimente putativa debbono risultare provate le circostanze di fatto sulle quali l'imputato fonda l'errore in cui afferma di essere incorso" Cass. Pen. 30.3.78, CP, 1981, 345.

Secondo i seguaci della teoria bipartita, in primis Antolisei, il reato si scompone semplicemente in elemento oggettivo (fatto materiale –comportamento esteriore dell"uomo-) ed elemento soggettivo (elemento psichico –atteggiamento della volontà-).

Da quanto esposto discende che:

  • Se si aderisce alla teoria tripartita le cause di giustificazione, sulla base di quanto appena evidenziato, trovano autonoma collocazione all"interno dell"elemento della antigiuridicità;
  • Aderendo, al contrario, alle teorie che accolgono il sistema bipartito, vi è senz"altro da notare come l"argomento "cause di giustificazione" perda la propria autonomia, per essere conglobato all"interno dell"elemento oggettivo del reato.

La preferenza espressa dai più per il cd. sistema tripartito si giustifica senz"altro, pragmaticamente, con la possibilità che la teoria in oggetto dà all"interprete di localizzare in modo compiuto la cause di giustificazione e di diffusamente soffermarsi su regole e principi comuni all"antigiuridicità.

Simpatica l"affermazione di Padovani, a supporto della preferenza accordata alla teoria tripartita, affermazione che si riporta integralmente, per la sua capacità comunicativa:

"questa concezione (n.d.r. quella bipartita) non può essere seguita: come si vedrà in sede di analisi dell"antigiuridicità obiettiva, essa si risolve in una profonda alterazione dei piani di rilevanza, confondendo fenomeni sostanzialmente eterogenei; il fatto atipico per il difetto di un elemento positivo è essenzialmente un fatto inoffensivo; il fatto realizzato in presenza di una causa di giustificazione è un atto pur sempre lesivo di un interesse, ma lecito in forza di una particolare valutazione espressa sulla sua realizzazione. Livellarli su un medesimo piano sarebbe come equiparare l"uccisione di una mosca (atipica per il difetto di requisiti positivi) all"uccisione di un uomo in istato di difesa legittima (che risulterebbe parimenti atipica per le presenza di un requisito positivo)" Padovani, Diritto Penale, Giuffrè, Milano, 2006.

Le cause di giustificazione, specie in ambito penale, potrebbero confondersi con le (similari) figure delle c.d. cause di esclusione della colpevolezza e delle c.d. cause di esenzione da pena.

Le cause di giustificazione sono cause oggettive di esclusione dell"illecito in quanto rendono, ab origine, lecito un fatto che normalmente costituirebbe illecito, impedendo l"applicazione di qualsiasi tipo di sanzione (penale, civile, amministrativa).

Tali cause operano in virtù della loro obiettiva esistenza, indipendentemente dal fatto di essere state conosciute o meno, risultando pertanto applicabili non solo all"agente ma anche a tutti i soggetti che hanno eventualmente partecipato alla commissione del fatto.

Ciononostante, secondo la Suprema Corte Penale, la loro portata scriminante generale in ambito penale potrebbe lasciar sussistere residue antigiuridicità in diversi settori dell"ordinamento giuridico:

"i beni giuridici offesi dal delitto di diffamazione a mezzo stampa (nella specie: nota a provvedimento giurisdizionale), riguardante la reputazione di altra persona querelante (nella specie: altro magistrato), e dall'illecito disciplinare per violazione di norme deontologiche ravvisabili nello stesso episodio di vita (prestigio dell'ordine giudiziario per un comportamento "non ortodosso" di uno dei suoi appartenenti), hanno contorni fattuali e giuridici non coincidenti e, pertanto, la sentenza del giudice dell'udienza preliminare che ha prosciolto il magistrato in sede penale per la ravvisata esistenza di una causa di non punibilità (nella specie: ex art. 51 c.p.) non vincola il giudice disciplinare. (Nell'enunciare il principio, la Corte ha anche motivato richiamando l'opinione dottrinale secondo la quale le cause di non punibilità previste dal codice penale, pur dotate di generalizzata portata scriminante nell'ambito del diritto penale, potrebbero lasciar sussistere una residua antigiuridicità del fatto materiale in relazione ad altri rami dell'ordinamento giuridico, come quello civile, amministrativo o disciplinare)" Cass. 22.12.03, n. 19659, GCM, 2003, 12.

Pur lasciando sussistere l"illiceità del fatto, le cause di esclusione della colpevolezza escludono che possa muoversi un rimprovero personale al suo autore per la commissione del fatto, in quanto trattasi di circostanze psicologicamente coartanti, che rendono difficile richiedere al soggetto un comportamento conforme al diritto.

Poiché sono circostanze che attengono all"elemento soggettivo, ne consegue la loro applicabilità in quanto e se conosciute dall"agente, escludendo qualsiasi estensibilità ad altri eventuali concorrenti:

"il principio di colpevolezza implica che la persona è penalmente responsabile solo per azioni da lei controllabili e mai per comportamenti che solo fortuitamente producano conseguenze parzialmente vietate e comunque mai per comportamenti realizzati nella inevitabile ignoranza del precetto" Corte Cost. 24.3.88, n. 364, FA, 1989, 3.

Così, ad esempio, la causa di non punibilità prevista dall"art. 384 c.p. (necessità di salvare da grave ed inevitabile nocumento nella libertà o nell"onore) è fondata, per taluni, sul principio dell"inesigibilità che esclude la colpevolezza:

"la causa di non punibilità di cui all'art. 384 c.p. postula come condizione che ne costituisce anche la ragione giustificatrice lo stato di necessità, ossia una situazione di pericolo non determinata dal soggetto attivo. Essa, inoltre, è basata sul principio della inesigibilità di un comportamento diverso, come tale escludente la colpevolezza, a differenza dell'esimente di cui all'art. 54 c.p. avente natura di causa oggettiva di esclusione della antigiuridicità. Invero, non agisce per esservi stato costretto dalla necessità di salvare se stesso colui che compie un atto superfluo e non producente ai fini dell'autofavoreggiamento, per la libertà scelta di aiutare altri ad eludere le investigazioni dell'autorità" Cass. Pen. 3.7.80, CP, 1982, 463.

Le cause di esenzione da pena sono circostanze esterne al fatto umano che lasciano integre tanto l"antigiuridicità quanto la colpevolezza (pertanto ci troviamo di fronte ad un fatto tipico, antigiuridico e colpevole), ma che escludono la punibilità a seguito di valutazioni attinenti alla necessità, nonché alla meritevolezza, della pena (per esempio, il legislatore ritiene che non si debba applicare la sanzione penale, per ragioni di mera opportunità, quando prevede determinate ipotesi di immunità), non potendo di conseguenza venir estese ad eventuali concorrenti nel reato.

Ne consegue, per costante giurisprudenza, l"inapplicabilità alle stesse dei principi generali valevoli per le cause di giustificazione, primo fra tutti il principio di putatività e ciò nonostante qualche isolata pronuncia di merito di contrario avviso:

"circostanze di esclusione della pena ai sensi dell'art. 59 c.p. sono le situazioni di non punibilità disciplinate dalla legge, preesistenti o concomitanti al fatto descritto dal modello legale di reato, che rilevano quando questo sia stato compiutamente realizzato e che non riguardano la capacità di diritto penale (c.d. cause di giustificazione, o di liceità, o di esclusione della punibilità), nonché quelle altre situazioni di non punibilità, successive al fatto descritto nel modello legale di reato, al di fuori delle cause estintive del reato (c.d. cause di esenzione dalla pena)" Trib. Napoli 1.4.76, GM, 1979, 697 c.f.r. anche, dello stesso autore, Le Cause di Giustificazione, CEDAM 2006).



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