Fragilità, Storie, Diritti, Minori, donne, anziani -  Redazione P&D - 2015-12-03

LE FRAGILITA GIOVANILI - Michela DEL VECCHIO

In occasione del convegno svoltosi a Cassino lo scorso 26 novembre sul tema delle "Identità Fragili", cui ha partecipato il Preg.mo Prof. Cendon, si è discusso diffusamente sui soggetti deboli e sulle problematiche applicative dell"amministrazione di sostegno nonché su temi quali la difficoltà di essere genitori oggi e la pari difficoltà di evitare danni psicologici o neuropsichiatrici nei figli di genitori colpevoli dei più svariati crimini.

Un"occasione sicuramente importante per confrontarsi sui problemi della "persona" dimenticandosi però del necessario confronto con gli aspetti territoriali in cui la "persona" vive (l"ambiente in cui un soggetto si relaziona con il mondo esterno influisce notevolmente sullo sviluppo delle proprie possibilità e capacità) e della conoscenza delle fragilità giovanili e delle diverse abilità nel mondo sempre giovanile.

Trattasi di temi assolutamente correlati tra loro ove si consideri che i giovani (e, per tali, ci si riferisce a ragazzi di età compresa tra i dodici ed i diciotto anni) compiono un percorso di costruzione della propria personalità che li porta (sicuramente in misura superiore a quella degli adulti che hanno già una identità ben definita) a confrontarsi costantemente con l"ambiente esterno, con i propri compagni e con gli adulti stessi.

Non è un caso, infatti, che recenti studi ed analisi sul comportamento dei giovani hanno consentito di individuare alcuni fattori di rischio quali: la vulnerabilità individuale (deficit cognitivo, disabilità, disturbi dell"affettività), i disturbi nelle relazioni affettive (temperamento, carattere e personalità, processi di valutazione, confronto nel rapporto genitoriale) ed i disturbi del sistema del sostegno sociale (affiliazioni a gruppi devianti, difficoltà economiche della famiglia, emarginazione sociale e simili). Elementi questi che, più o meno correlati tra loro, importano insuccessi scolastici o limitazioni allo sviluppo dell"identità del ragazzo.

Ed è proprio da una prima analisi del comportamento dei ragazzi (abili e disabili) all"interno dell"ambiente "scuola" (ambiente in cui i ragazzi si confrontano quotidianamente senza la possibilità di "selezionarsi" in gruppi ben definiti) che non appaiono esservi particolari diversità nel confronto fra un ragazzo con un "vissuto" difficile o con una personalità ancora molto immatura ed un diversamente abile. Mi vengono a tal proposito in mente due ragazzi osservati in un percorso di conoscenza che sto compiendo, appunto, delle "fragilità" giovanili: l"uno, diciassettenne, bel ragazzo molto "cercato" dalle ragazze, un carattere apparentemente da leader con un vissuto familiare però tragico (la madre deceduta quando era bambino, il padre dedito all"alcool e lui affidato ad una zia cui è molto legato) che ha un atteggiamento violento nella scuola e contro tutto ciò che si potrebbe definire "disciplina" (tanto da essere stato espulso da un istituto scolastico); e l"altro, sedicenne, con certificate difficoltà di comunicazione e linguaggio (disabile direbbero alcuni), che – a fronte di uno scherzoso rimprovero da parte di un docente di sostegno per un comportamento sbagliato – tira un calcio.

Quale differenza fra i due comportamenti? Non sono forse entrambi il segnale di una difficoltà ad esprimersi, a manifestare il proprio io, a relazionarsi con l"altro?

Non si intende, con le presenti osservazioni, approfondire temi relativi a discipline diverse e di natura psicologica o neuropsichiatrica ma si vuole solo porre l"accento sulla necessità di non operare, nell"approccio con le fragilità giovanili, per "settori": l"individuo è frutto di un processo in cui tutti i fattori coesistono e, contemporaneamente, ogni individuo è funzionale all"altro, ciascuno nella propria diversità.

Nel confronto fra  "diversi" poi possono riconoscersi le debolezze che, ove non affrontate, possono poi sfociare in difficoltà in età adulta.

Ove poi, e così si conclude, tali correlazioni si calano nel contesto dinamico sociale possono considerarsi molte altre relazioni il cui intreccio concorre alla formazione dell" "adulto".

Ed allora, ritenuti i molteplici fattori che interessano la "persona" e le sue "debolezze", è assolutamente opportuna una collaborazione fra professionalità per lo sviluppo di una matura "coscienza dell"io" in un giovane (domani adulto) ed una pari collaborazione fra diverse agenzie del territorio (Asl, Ente Territoriale, Associazioni operanti nel settore sociale) affinchè le difficoltà per così dire "esterne" dei giovani "fragili" (siano essi, si ripete, abili o non) possano essere affrontate.

Su tali aspetti il sistema scolastico, seppur ricco di norme in favore dell"integrazione e dell"inclusione (si citano, soltanto a titolo esemplificativo, la L. 170/10 sui disturbi specifici di apprendimento e la stessa recente L. 107/15 che prevede, forse per la prima volta, una scuola "aperta quale laboratorio permanente di ricerca, sperimentazione e innovazione didattica di partecipazione e di educazione alla cittadinanza attiva…": così art. 1 della testo appena citato) necessita sicuramente di una armonizzazione

Solo all"esito di un tale percorso e di un"attenta valutazione delle relazioni interpersonali costituite dai ragazzi potrà quindi parlarsi, fra gli altri temi, di possibilità di scelte da parte del minore senza distinguo alcuno sulle diverse capacità e/o abilità dio cui lo stesso è portatore ma con la consapevolezza della volontà sottesa a tali scelte.



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