Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Pittaro Paolo - 2014-03-16

LE SEZIONI UNITE DISTINGUONO TRA CONCUSSIONE ED INDEBITA INDUZIONE - Cass. S.U. 14/3/14 n. 12228 - Paolo PITTARO

La legge 6 novembre 2012, n. 190, recante "Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell'illegalità nella pubblica amministrazione" ha effettuato il c.d. "spacchettamento" del delitto di concussione di cui all'art. 317 c.p. Siffatta disposizione ora recita: "Il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità, è punito con la reclusione da sei a dodici anni". La concussione, pertanto, è possibile solo per costrizione e solamente da parte del pubblico ufficiale, mentre è aumentato il minimo della pena edittale.

L'induzione, tuttavia, non è sparita, ma ricompare nella nuova fattispecie dell'art. 319-quater, rubricato come "Induzione indebita a dare o promettere utilità", in forza del quale, "Salvo che il fatto costituisca più grave reato, il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità, è punito con la reclusione da tre o otto anni. // Nei casi previsti dal primo comma, chi dà o promette denaro o altra utilità è punito con la reclusione fino a tre anni". Pertanto, in tale fattispecie ricompare l'incaricato di pubblico servizio accanto al pubblico ufficiale come soggetto attivo, con una punibilità minore rispetto a quella della concussione, ma estesa pure chi dà o promette: il privato, pertanto, partecipa al reato e non ne è più la vittima.

A questo punto appariva di decisiva importanza capire la differenza fra costrizione ed induzione, date le significative conseguenze giuridiche che derivano dalle due diverse condotte.

Sul tema si è formata l'iniziale giurisprudenza sul tema, ove tendenzialmente potevano individuarsi tre distinte posizioni.

Secondo una prima interpretazione, premesso che in ambedue i casi trattasi di una violenza psichica relativa, la differenza consisterebbe nella "intensità" della stessa.

Così, nella costrizione la minaccia è espressa in modo secco, diretto, brutale: pertanto la soggezione, il c.d. metus publicae potestatis, è forte, il condizionamento elevato e, di converso, la possibilità di reagire estremamente ridotta. Nell'induzione, invece, la minaccia è più blanda, più soft, e tende alla suggestione, alla persuasione, al convincimento del soggetto a dare o a promettere. In tal caso, allora, la suggestione ed il metus sono minori ed il condizionamento lascia un più ampio spazio alla possibilità di reazione del soggetto privato.

Secondo una seconda corrente interpretativa, nella costrizione si minaccia un male ingiusto, contra ius, ove il soggetto è costretto a pagare per evitarlo: certat de damno vitando. Nella induzione, invece, la minaccia tende ad un danno legittimo, secundum ius, ove il soggetto privato paga per evitare un pregiudizio che gli verrebbe nella corretta applicazione della legge: certat de lucro captando. Come dire che, in tal caso, c'è un reciproco interesse: da un lato quello del soggetto pubblico per avere il denaro o l'altra utilità, dall'altro lato quello del privato di avere un beneficio che non gli spetta proprio.

Una terza interpretazione potremmo definirla come "mista" rispetto alle prime due, posto che la costrizione segue la classica impostazione concussiva, mentre l'induzione consiste, al contempo, sia in una forma più blanda di violenza psichica, sia nel beneficio a favore del soggetto privato, il quale, alla fin fine, può si ben opporsi alla richiesta, ma non gli conviene.

Peraltro tali diversità esegetiche sono state espresse sempre dalla stessa Sezione (la Sesta) della Corte Suprema di Cassazione. A tal punto che, con l'ordinanza 9-13 maggio 2013 n. 20430, il Primo Presidente rimetteva la questione alla decisione delle Sezioni Unite.

L'udienza aveva luogo il 24 ottobre 2013 e la sentenza (n. 12228, di ben 62 pagine) è stata depositata il 14 marzo 2014: i quasi cinque mesi trascorsi sono significativi di una motivazione attentamente meditata.

In breve sintesi:

• il delitto di concussione sussiste in presenza di un abuso costrittivo del pubblico ufficiale attuato mediante violenza o minaccia, da cui deriva una grave limitazione della libertà di autodeterminazione del destinatario che, senza ricevere alcun vantaggio, viene posto di fronte all'alternativa di subire il male prospettato o di evitarlo con la dazione o la promessa dell'utilità;
• il delitto di indebita induzione consiste nell'abuso induttivo posto in essere dal pubblico ufficiale o dall'incaricato di pubblico servizio che con una condotta di persuasione, suggestione, inganno o pressione morale condizioni in modo più tenue la libertà di autodeterminazione del privato, il quale disponendo di ampi margini decisori, accetta di prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione non dovuta, nella prospettiva di un tornaconto personale;
• nei casi ambigui o di confine, i criteri di valutazione del danno antigiuridico e del vantaggio indebito devono essere utilizzati nella loro operatività dinamica ed all'esito di una complessiva ed equilibrata valutazione del fatto.

In definitiva, le Sezioni Unite sembrerebbero aver consacrato l'interpretazione c.d. "mista", rimettendola, nei casi "grigi" borderline, alla accurata valutazione del giudice nel corretto uso della sua discrezionalità.

Ulteriori punti di diritto sono stati fissati in ordine alla successione delle leggi penali nel tempo, ovverosia stabilendo se sussista innovazione ovvero continuità giuridica fra le fattispecie del vecchio art. 317 c.p., da un lato, e quelle del nuovo art. 317 e dell'art. 319-quater c.p., dall'altro lato.



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