Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Giovanni Sollazzo - 2013-07-10

LE SEZIONI UNITE E L'ARRESTO SU TENTATIVO, FURTO E RELATIVE CIRCOSTANZE - Cass. Pen. n. 28243/13 - Carol COMAND

Con la sentenza che si pone in allegato, anche per i soci e/o redattori di P&D (che si coglie l'occasione di salutare) la Corte di cassazione ha risolto il quesito sottopostole verso la fine dell'anno passato circa la possibilità, nei reati contro il patrimonio, di fare applicazione della circostanza attenuante comune del danno di speciale tenuità, anche al delitto tentato.

Nel caso di specie si trattava di un tentativo di furto e dunque la questione verteva sulla possibilità, o meno, di imputare la circostanza favorevole solo dal momento consumativo del delitto, poiché mero accidente del reato cui si riferiva il tentativo.

D'altra parte, già datata giurisprudenza, aveva ravvisato la necessità, per l'applicazione della circostanza di cui si discute, di una consumazione perfetta del reato.

Ripercorsi i diversi orientamenti, secondo i quali la valutazione della Corte, nei singoli casi di specie,  dovrebbe fare riferimento alla possibile individuazione in concreto dell'oggetto del furto, per verificare in astratto se vi sia probabilità di danno una volta giunti al momento consumativo e farne  quindi applicazione, piuttosto che ritenerne l'incompatibilità per la necessaria presupposizione (al fine dell'applicazione) della consumazione del reato e del danno conseguente alla sottrazione, la Corte conclude per l'inderogabile necessità, di prendere di volta in volta in considerazione le concrete modalità del fatto.

Chiarito che il proposito criminoso (stante altresì quanto disposto dalla formulazione dell'art. 59 c.p.) possa essere caratterizzato anche da circostanze, che non è detto giungano a concreta  realizzazione (il che ne esclude qualsiasi possibilità di applicazione), può dirsi che queste possono rimanere coinvolte nel giudizio volto a verificare l'inequivocità degli atti posti in essere, e quindi la l'ipotetica idoneità di questi ultimi, alla realizzazione del reato.

Più in generale, avuto riguardo ai diversi delitti, si è dunque giunti a ritenere la necessità di un previo vaglio di compatibilità logico-giuridico della circostanza con il tentativo di delitto, e quindi della prova della sua eventuale realizzazione.

Nell'ipotesi, dunque, riguardo al danno che il reato avrebbe cagionato, qualora fosse stato consumato.

Anche sulla base di quanto disposto testualmente dal codice di rito in merito all'arresto in flagranza di delitto (art. 380 co. 1 "delitto non colposo, consumato o tentato)  e lett. e) e riconsiderati gli innesti all'articolo in esame (art. 62 co. n. 4 c.p.) effettuati dalla lettera della l. n. 19/1990 nonché gli esiti paradossali di una inapplicabilità dell'attenuante de quo ai reati che offendono il patrimonio (si fa l'ipotesi di un furto tentato punito più severamente di un furto consumato), la Corte pronuncia il seguente principio di diritto: "nei reati contro il patrimonio, la circostanza attenuante comune del danno di speciale tenuità, di cui al n. 4 dell'art. 62 c.p., può applicarsi anche al delitto tentato, sempre che la sussistenza della attenuante in questione sia desumibile con certezza dalle modalità del fatto, in base a un preciso giudizio ipotetico che, stimando il danno patrimoniale che sarebbe stato causato alla p.o., se il delitto di furto fosse stato portato a compimento, si concluda nel senso che il danno cagionato sia di rilevanza minima".

D'altra parte, come con tutta probabilità potrebbe concludere senza por tempo in mezzo qualche eminente giurista sul punto: "La logica applicazione del concetto di possesso (…) non consente    conclusione diversa". (c.c.)



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