Changing Society, Matrimonio, famiglia di fatto -  Redazione P&D - 2016-03-08

Le unioni civili: storia di un'infedeltà – Giovanni Iorio

Carlo arrivò presso lo studio dell"Avv. Petronio, in una traversa di via Cappuccini, alle 18,30. Amava la puntualità, anche se era convinto che Publio non lo avrebbe ricevuto prima di una ventina di minuti. Era venerdì pomeriggio: il momento in cui occorreva mettere a posto l"ufficio e sbrigare le ultime questioni, fare le telefonate più urgenti, inventarsi una scaletta per la settimana successiva. La frenesia, del resto, era nell"aria a Milano, affannata, verso il traguardo del Natale del 2017, sin dai primi giorni di dicembre.

"Buona sera Maria, l"avvocato è impegnato?"

"Buona sera a lei, sig. Stramaccioni. L"avvocato è libero, annuncio la sua presenza, nel frattempo si accomodi pure".

Era confortato dal fatto di trovare vuota la sala d"aspetto: magari era solo un"idea bislacca, ma quando si formava un"attesa, in un luogo chiuso, aveva come l"impressione di dover parlare per condividere con i presenti qualche attimo di destino comune. Quando lo faceva, però, le parole gli sembravano sforzate, di circostanza, inutili.

Si sedette su una di quelle strane sedie di cuoio scuro, a losanghe larghe, sdrucite: belle, ma troppo esplicite nel richiamare certe stravaganze degli anni Settanta. Istintivamente estrasse la rivista che si trovava in fondo alla pila che Maria doveva aver sistemato poco prima: un settimanale, uno di quegli inserti patinati dei quotidiani, pieni pubblicità. Il titolo dell"inchiesta di punta - "una paginetta di luoghi comuni", bofonchiò Carlo - era però invitante: "Bambini vegani?"

"Amico, come vedi sto perdendo le abitudini romane. Neanche arrivi e ti ricevo subito. Puntualità meneghina, lavurè, lavurè .."

Carlo e Publio avevano fatto il liceo insieme, a Roma. In quel caso lo straniero era stato Carlo, figlio di un ufficiale dell"esercito di Monza, ma di stanza nella capitale per sette anni. Dopo la laurea in giurisprudenza, invece, era toccato a Publio trasferirsi al nord, per sposare Ester, la sua bellissima moglie milanese, conosciuta in vacanza in Grecia il secondo anno di università.

"Dai che se facciamo presto, se ne annamo a beve "na cosa", disse Publio all"amico, volutamente esagerando con l"accento mentre lo faceva entrare nel suo studio. Il cliente, anche se amico, doveva avere sempre la precedenza nell"entrare.

"Adesso manca solo che vai a farti l"ape, prima di cena, e davvero non ti riconosco più. Scommetto che domani, con il suvvino tu ed Ester ve ne andrete sul lago di Como, a pranzo, e sulla via del ritorno vi fermerete a bere il caffè da alcuni amici …"

"Veramente sì, ma domenica", sibilò Publio, soffermandosi a pensare che una grande città, con le sue spirali, crea un bagaglio di comportamenti molto prevedibili.

"Venendo a noi, però, devo dirti che non ho capito molto la tua questione. Al telefono mi sembravi piuttosto agitato. Vediamo di ricapitolare e di capire il petitum: cosa mi chiedi, cosa chiedi?". In questo Publio non aveva affatto perso la sua romanità: secco, quasi severo quando si trattava di andare al sodo, quando si dovevano affrontare le cose serie.

"Non saprei da dove cominciare. Ora che siamo faccia a faccia mi sembra che tutto sia più sfumato, poco importante. Magari è solo un mio capriccio di uomo ferito, deluso".

"Carlo, inizia da dove vuoi, e prenditi tutto il tempo di cui hai bisogno. Io ti ascolto, è la cosa che mi piace di più". Dallo sguardo stanco e, soprattutto, dalla camicia bianca, di gran classe, ma piena di sgualciture, Carlo avvertì che in quella giornata altri clienti avevano approfittato della sua pazienza.

Publio amava molto scherzare, ma sul lavoro si trasformava, perché era nato per fare l"avvocato di famiglia e accettava qualsiasi preambolo e sfogo, fino a quando non decideva che fosse suo dovere prendere in mano la questione, dirigere i fatti, dopo che li aveva ascoltati, sedimentati, portati verso una ragionevole soluzione.

"Ricomincio, allora, ma non da Adamo ed Eva, ti prometto. Era il 21 maggio di quest"anno, ed avevo deciso di uscire poco prima dallo studio del notaio Maggi. Mi mancavano due mail, che avrei potuto scrivere il giorno dopo. Roberto, la mattina presto, non aveva accennato al fatto che era il nostro anniversario di matrimonio, ma immaginavo che mi stesse preparando una sorpresa".

"Anniversario della "unione civile", Carlo, si dice così: il legislatore, nel 2016, ha volutamente evitato di utilizzare l"espressione matrimonio. Pensa che due mesi fa un tribunale ha censurato gli atti di un avvocato che, in giudizio di separazione riguardante una coppia gay, parlava di matrimonio omosessuale".

"Vabbè, Publio, ma di matrimonio sempre si tratta".

"A ridaje. Dai va avanti, altrimenti perdiamo il filo …". A Publio la distinzione sembrava stucchevole, ma si era preoccupato di rappresentarla all"amico, quasi per avvertirlo, per anticipare il senso di un discorso che più in là si sarebbe dovuto riprendere.

"Hai presente quelle giornate di primavera, che esplodono di vita, di odori, di sensazioni? Un turbine di emozioni che ti fanno quasi male fisicamente. Oh, roba che se ancora hai la testa sull"inverno grigio e piovoso, ci rimani secco per tanta bellezza".

Publio annuiva, e pensava ai tramonti primaverili sul Pincio e alle gite con il nonno Franco, sul Tevere, che si prolungavano fino alle nove di sera, quando il sole, anche se ormai calante, accompagnava le sue avventure di bambino.

"Ecco, non avevo in mente fuochi di artificio, né di ricorrere alle fanfare. Non volevo neanche uscire a cena fuori, ma pensavo di preparare a Roberto una cenetta gustosa, con il suo piatto preferito: insalata di polipi e birra al limone. Avevo comprato l"insalata la mattina presto: ero andato da Bombazza, la gastronomia vicino Porta Venezia. Due o tre mesi fa ho incontrato Ester, te lo ha detto?"

"Da Bombazza? Sei andato dall"orefice, allora. Sì, anche Ester ogni tanto ci va, mi compra gli scampi alla catalana per il sabato sera, lo yogurt greco per lei e le rosette dolci per i bambini. L"abbinamento con la birra, però, non era il massimo, non trovi?"

"No, no, è … era la bevanda preferita di Roberto: birra al limone "adriatic sea". L"avevamo bevuta la prima sera che ci siamo conosciuti, a Rimini, da Dolcini, al bagno 42: la fanno proprio loro e prima di ripartire, alla fine di agosto, avevo chiesto se potevo trovarla anche a Milano. Ulderico mi aveva scritto, su un biglietto, il link che indicava tutti i locali in cui potevo trovarla. Non erano molti, a dir la verità, e fra essi non c"era neanche un supermercato. Però il pub old style, in Corso Regina Margherita, ne aveva sempre una scorta. Pensa che a febbraio, quando Roberto è stato un mese in Cile, per il collaudo della centrale elettrica di cui ti aveva parlato, mi capitava di andare lì per farmi una birretta, prima di rincasare. Era come avere la sua compagnia, sentirlo vicino a me. Poi mi fumavo un paio di sigarette, scambiavo due parole con Fabio e Arianna, i colleghi di Roberto, e dopo la doccia mi collegavo con skype per raccontargli la giornata, anche le cose più stupide".

"Anche Ester, quando sta un solo giorno da sua madre, a Laglio, mi fa un resoconto lunghissimo, la sera", disse Publio sorridendo, mentre pensava a quanto sua moglie fosse una donna piena di vita.

"Quel giorno di maggio, ti dicevo, mancavano soltanto le birre al limone; poi avrei aspettato Roberto. In cuor mio speravo che non avesse organizzato nulla di speciale. Avremmo cenato, riso, scherzato, visto un film, ci saremmo abbracciati, avremmo accarezzato quella nostra idea di adottare un bambino. Mentre pensavo a tutto questo, mi ritrovai ad entrare nel pub, che però non aveva quella penombra, molto chic, che colora di fascino i locali prima dell"arrivo degli avventori della sera. Le luci principali erano già accese. Udii parole sguaiate ed ebbi la sensazione di un litigio fra qualcuno; mentre entravo nel salone più grande, però, venni sommerso dalle risate assai convulse di due avventori. Capii che avevano bevuto molto, e fui colto dalla curiosità immediata di sentirli parlare, per decifrare la loro età: chi mai poteva essere così sfrontato da bere in quel modo alle sette di sera?"

"Era Roberto, lo sfrontato, giusto?" domandò Publio iniziando a prendere qualche appunto.

"Roberto ed un altro uomo. Li vidi di spalle, e ti giuro che feci fatica mettere a fuoco la scena. E" come se, in quel momento, tutto si fosse appannato. Ho letto che in alcuni campi di concentramento diversi deportati, i primi giorni di prigionia, non avessero la cognizione di quello che stava succedendo, dell"atrocità della fine. Ne hanno parlato a lungo, alcuni psichiatri tedeschi, dopo la fine della seconda guerra mondiale, come di una barriera istintiva per non essere travolti".

A Publio colpì molto il paragone, ed anche se avrebbe voluto dire qualcosa in proposito, si persuase del fatto che la reazione chimica del suo amico, in quel momento, doveva essere stata la stessa: un annebbiamento della mente, una tentativo di sopravvivenza. Rimase in silenzio, allora, limitandosi ad invitare l"amico, con un semplice gesto della mano, a continuare.

"Non ricordo se riconobbi prima la voce di Roberto o la sua figura di spalle; fatto sta che loro non mi notarono, ed ebbri di alcol e di allegria giocavano a celebrare un matrimonio, facendo cin cin a colpi di bicchierini: "allo sposo e allo sposo, evviva, evviva". Avrei voluto far finire subito quello scempio, presentandomi a loro, dire a Roberto che la doveva smettere, scendere da quello sgabello abbarbicato al bancone, e venire a casa. Lì si sarebbe ricomposto, e nel giro di qualche minuto gli avrei servito la cena, davanti ad una candela rossa che custodivo nel cassetto del tinello. Quello, però, non era un video-gioco che si poteva annullare con un semplice game over anticipato".

"Cosa hai fatto, allora?"

"Non ricordo quanto tempo sia passato, forse altri minuti, durante i quali notai, almeno credo, come al di là della solidarietà tra ubriachi ci fosse una confidenza più profonda, un"abitudine che davvero mi risultava incompresibile. Fatto sta che, ad un certo punto, mi sorpresi a pronunciare, con fermezza, il nome di Roberto, quando ormai ero solo ad un paio di metri da loro".

"E lui … immagino la sorpresa, che espressione fece?"

"Si girò senza sobbalzare: mi guardò risoluto e, con tutta la forza che aveva, mi urlò di andare via".

"Cosa? Ti urlò di andartene?"

"Sì, ricordo come se fosse ieri le vene del suo collo, sembrava che scoppiassero. Lo avevo visto trasfigurato così soltanto in due occasioni: cinque anni fa, quando avevo la polmonite e quasi quaranta di febbre. Roberto era più agitato di me perché vedeva che la febbre, da più di un giorno, non accennava a scendere. Telefonò al medico e lo supplicò di venire a visitarmi, ma questi rispose che i nuovi protocolli gli imponevano di non muoversi dal suo studio. Ci consigliò di preparare alcune bende fredde da applicare sulla testa e di non coprirmi troppo: "aria, aria, il corpo deve respirare, ed aprite la finestra, ogni tanto". Roberto aspettò qualche secondo, dopo aver ascoltato la ricetta della nonna, e poi esplose con una violenza verbale che non avevo mai visto: minacciò di denunciarlo, gli intimò di alzare il culo e di venire immediatamente a casa nostra. Non passarono più di dieci minuti e il dottore, con la sua borsa d"ordinanza, era in camera da letto a visitarmi. Era molto trattenuto e professionale, attento a non incrociare gli occhi di brace di Roberto. Forse per dargli qualche soddisfazione, e placare la sua furia, alla fine della visita sentenziò che effettivamente si trattava di una "brutta polmonite", che richiedeva un particolar antibiotico. Per il resto, dovevamo continuare con la terapia che già mi aveva prescritto. Poi ci fu un"altra occasione in cui vidi Roberto uscire di sé: quando gli fu imposto di fare la spola, fra il Cile e l"Italia, per la centrale elettrica, anche se lui era un ingegnere gestionale e riteneva non dovuto quel nuovo incarico …"

"Scusa, Carlo, torniamo alla vicenda, stiamo un po" divagando", precisò gentile Publio, che da un paio di minuti aveva smesso di scrivere.

"Sì, scusami tu. Ti stavo dicendo … Ero a bocca aperta, ma anche spaventato, tanto che indietreggiai di qualche passo, continuando ad osservare le vene del collo di Roberto. Poi, mentre mi stavo girando per guadagnare l"uscita, sentii un gridolino, alcune risate soffocate, appena più composte di quelle che avevo ascoltato all"inizio, entrando nel locale. Distolsi lo sguardo dal proscenio principale e vidi in un angolo, seduti attorno ad un tavolino tondo, Fabio ed Arianna, gli spettatori divertiti di quello spettacolo indecoroso. "Olà", mi disse Arianna, alzando un calice di vino rosso, che ormai stava finendo, mentre Fabio guardava me e, contemporaneamente, i suoi amici, masticando con enfasi una gomma rosa che faceva capolino fra i dentoni bianchi. Mi ritrovai fuori e mi mancava il respiro. Fui travolto dallo stridio delle rondini, che soltanto il giorno prima avevo apprezzato, meravigliandomi del fatto che avessero scelto di arrivare sul cielo di Milano. Faceva caldo, si poteva già stare in maniche corte, l"aria sapeva di vacanze, e da lì a poco la città si sarebbe svuotata per i fine settimana. Le famiglie si sarebbero riversate sul mare, in Liguria o nella Romagna alta, sui lidi ravennati; qualcuno sarebbe andato sul lago, altri avrebbero affollato le piscine comunali, altri ancora avrebbero semplicemente iniziato a sognare: l"estate è fatta per questo, no? Io, invece, mi sentivo solo, improvvisamente abbandonato".

"Aspetta, Carlo, fammi capire, perché tutto questo dramma? Immagino che tu fossi colpito, certo, ma in fondo cosa era successo di così irreparabile?"

"Publio, tu lo sai, Roberto ed io ci conosciamo da almeno dieci anni, ci siamo piaciuti subito, sin da quella vacanza a Rimini siamo sempre stati insieme, abbiamo condiviso tutto, amici, gusti, scelte. Non c"è stato mai alcun segreto fra noi: Roberto non ha mai toccato un superalcolico, ed invece eccolo a sfondarsi di rum e a giocare a fare il matrimonio con Antonio. Quello, poi, te lo raccomando. Lo avevo conosciuto, ma solo di vista, al pub: un facilone, solo a caccia di uomini più grandi di lui".

"E poi, che hai fatto?"

"E che dovevo fare? Camminai a vanvera, per un po" di tempo, ma ad un certo punto tornai a casa, le gambe non mi reggevano più, avevo la pressione bassa, perle di sudore mi solcavano la fronte. A casa mi parve di stare un po" meglio: Roberto aveva installato da una settimana il condizionatore, lo accesi per trovare conforto. Cercai di immaginare se Roberto avesse già mangiato; in ogni caso preparai una tovaglietta solo per lui, giacché io avevo lo stomaco chiuso. Avrebbe cenato con la sua insalata di polipi, non importa se non c"era la sua birra preferita; in frigo avevo un frizzantino bianco, anche quello gli sarebbe andato bene".

Publio distolse per un attimo l"attenzione dai suoi appunti presi a penna. Guardò con affetto il suo amico: era proprio una brava persona, avrebbe voluto dirglielo senza mezzi termini. Ma stava lavorando, non poteva concedersi troppe divagazioni, già ci stava pensando Carlo a sciorinare anche i minimi particolari.

"La cena però saltò. Avvertii i suoi passi, in corridoio, soltanto alle tre di notte. Mi ero assopito da poco, fino a quel momento avevo tenuto gli occhi sbarrati, nel buio. Entrò in camera e si buttò sul letto, come un sasso, senza neanche togliersi le scarpe. Accesi la lampadina del mio comodino ed ebbi ancora la sensazione di vedere un sasso, vicino a me, senza vita, un sasso nero e oscuro".

"I giorni successivi, che è successo, cosa vi siete detti?"

"Nulla. Sono stati i giorni del silenzio".

"Neanche una parola, un cenno?"

"Da parte mia sì, almeno non subito, non i primi giorni. Rincasava sempre tardi, la sera, anche di notte. Io gli facevo trovare la cena pronta, le sue cose preferite, gli zoccoli di legno appena a sinistra, sotto l"armadietto in corridoio. Volevo cercare di capire, gli chiesi apertamente, dopo una decina di giorni, cosa facesse con Antonio. Non negò, e la sua reticenza mi diede molte conferme. Per il resto mi trattava con sufficienza, distacco, a volte quasi con disprezzo. Mi facevo le domande più stupide, dove avevo sbagliato, in cosa avevo mancato. Ho rotto le scatole per alcune sere anche ad Ester, ed aveva voglia lei a dire che non ero io a dovermi rimproverare qualcosa, ma lui a dovermi dare delle giustificazioni".

"Poi arriviamo, se ricordo bene quello che mi hai detto al telefono, alla metà di giugno".

"Al quattordici giugno, Publio. Le mie giornate viravano, sempre di più, verso l"apatia. La mattina mi svegliavo con le migliori intenzioni, mi imponevo di avere una forza che andava scemando. Volevo impegnarmi in cose materiali, che mi tenessero occupata la testa. Lo sai che ho sempre amato il mio lavoro. Il notaio Maggi mi considera il suo braccio destro per le dichiarazioni di successione. All"inizio dell"anno mi aveva messo anche a fare i mutui, insieme a Graziella. Dopo l"estate mi avrebbe lasciato anche uno spazio, sul sito dello studio, per occuparmi della news giuridiche sulle successioni. Sarebbe stato un lavoro creativo, non potevo proprio lamentarmi. Eppure mi sentivo avvolto in una bolla, andavo avanti per inerzia. Forse resistevo perché dentro di me c"era ancora un lumicino, una speranza di tornare indietro, di resettare tutto. Per quel momento, allora, non potevo farmi trovare impreparato: malconcio sì, ma pronto per ricominciare la storia con Roberto, con più passione di prima, con più attenzione".

"Con più attenzione, Carlo?"

"Sì, forse non ho colto alcune richieste di aiuto, le sue esigenze, sono stato oppressivo, ho pensato alla mia felicità e non ai desideri di Roberto, alle sue responsabilità sempre crescenti sul lavoro. Forse …"

"Carlo, basta, vai avanti".

"C"è poco da aggiungere. Quella sera rincasò con Antonio. Da qualche giorno, e lo avevo deciso io, non dormivamo più insieme. Eravamo due estranei, ed anzi avevo quasi paura di quella massa informe, di quel sasso nero che si stendeva e dormiva, con la testa piena di tante cose, tranne che di me".

"E dove dormivi?"

"Nella camera dei bambini. Scusa, nella camera degli ospiti, quel tinello dove avevo riposto, all"inizio, il ferro da stiro e la lavatrice. Avevo messo una brandina ed avevo portato il mio comodino ed i libri di Tiziano Terzani. A proposito, mi devi ancora restituire "Un altro giro di giostra", non pensare che me ne sia scordato".

"Sì, ma fammelo finire con calma, sei un esattore delle tasse, e che cavolo".

"Publio, sono almeno sei mesi che te l"ho prestato".

"Così tanto? Beh, sono arrivato a quando Terzani dichiara di essere malato di tumore".

"Ah, capisco, sei alla prima pagina …"

"Carlo, per favore, continua".

"Dormivo, o meglio facevo finta di dormire, nel tinello, quando mi accorsi che era entrato in compagnia. Andarono in cucina, per un po" non avvertii alcun rumore se non quello del rubinetto. Successivamente, avendo lasciato la mia stanza socchiusa, mi sembrò di intravedere la luce giallognola del frigo ed il rumore dei piatti. Roberto doveva aver preso la torta al cioccolato ed aperto una bibita gassata. Ascoltavo un vociare sommesso, fino a quando non sobbalzai per il fragore di un piatto che cadde in terra. Qualche secondo ancora di silenzio e, poi, una risata fragorosa di Antonio, accompagnata da un goffo invito di Roberto al silenzio. Nell"aria si diffuse l"odore delle sigarette: a giudicare dal tempo trascorso, ne fumarono quattro o cinque. Poi ci fu lo spostamento volgare della sedia, trascinata sul pavimento senza riguardo: pensai subito ad Antonio. Pure i passi verso la camera da letto non furono felpati, e la chiusura della porta si risolse in uno sbattimento, sicuramente accentuato, rivolto a me, per tenermi fuori, per escludermi. Lo so, lo so che lo fecero apposta. A quel punto non potevo tollerare oltre la cosa, e tuttavia non riuscivo a muovermi dal letto, ero come paralizzato. Misi le cuffie a volume altissimo, per tutta la notte, fino alla mattina. Dormii a scatti, ma fu un sonno angoscioso: di solito mi svegliavo alle 7, ma quel giorno andai in cucina, per la colazione, verso le 8,30. Ero in ritardo per il lavoro e mi affrettai a preparare il caffè ed a prendere il latte di soia dal frigo. C"era però un bigliettino giallo, scritto con una grafia poco attenta, affrettata: "Antonio sta con noi. R." Poi c"erano due parole indecifrabili, forse c"era scritto "per qualche giorno", ma non ne ero sicuro. La mia colazione si limitò ad un caffè, senza i cereali: avevo fretta di vestirmi e di andare in studio, di fuggire".

"Eppure, Carlo, c"è qualcosa che continua a sfuggirmi. Com"è possibile che non ti abbia mai dato una spiegazione? Non vi siete parlati, non vi siete confrontati, non avete litigato? Da quel giorno al pub sembra che la vostra vita abbia preso, in maniera ineluttabile, un"altra direzione. Era successo qualcosa prima?"

"No, Publio. O almeno: non mi sono accorto di nulla. Ed anche dopo, sono stato io ad avvicinarmi a lui, per cercare di capire, di rammendare. Ho ricevuto soltanto silenzi, qualche parola evasiva, risposte pesanti mentre mi avvicinavo a lui timidamente".

"Va bene, continua".

"Arrivai in ufficio facendo una corsa. Nella sala d"attesa trovai il notaio Maggi che aveva appena salutato un cliente. Mi guardò con fare bonario, come attendesse da me qualche parola: avevo un viso così espressivo? Avrei preferito non parlargli, fare finta di niente, ma lui mi prevenne chiedendomi se potevo accomodarmi un minuto nella sua stanza".

"Caro Carlo, mi dispiace, ho saputo della tua situazione familiare. Sono momenti difficili, ti capisco".

"E come aveva saputo della cosa?", disse Publio distogliendo lo sguardo dagli appunti.

"Non saprei proprio. Se lo sapeva il notaio lo sapeva anche Graziella, i dottori di studio, il visurista, il portinaio. Non trovai la forza per indagare la cosa, mi limitai a ringraziarlo per la sua vicinanza".

"Se vuoi prenderti qualche giorno, un paio di settimane, un mese, fallo pure, Carlo. Qui siamo come una famiglia, ci vogliamo bene. Vai un po" al mare a ritemprarti, e poi ricomincia tutto da capo".

"Fino a quel momento non avevo pensato a questa possibilità. Fatto sta che appena il notaio me ne parlò, senza neanche rifletterci gli risposi di sì: mi sarei preso un mese, ne avevo proprio bisogno. E fu così che staccai per andare a Camogli. Poi arrivò agosto, e stetti in Liguria anche per il mese successivo".

"Sei stato bravo, a reagire così", osservò l"amico.

"Piuttosto ero vittima degli eventi, mi sentivo lobotomizzato. In alcuni momenti della giornata mi accorgevo che c"era qualcosa che non andava. Quel pomeriggio stesso andai dal dottor Perugini per parlargli del mio malessere. Mi diagnosticò una forma depressiva, non saprei dirti di che tipo, e mi prescrisse dei farmaci"

"Ti ricordi che medicine erano?"

"Sì, queste", disse Carlo estraendo dalla giacca una scatola rovinata, che sembrava vuota.

"Riferii al dottore della mia idea di andare in Liguria per qualche tempo e mi suggerì, se non volevo tornare a Milano appositamente, un suo caro amico di Camogli, uno psichiatra, da cui sarei potuto andare settimanalmente. Presi l"indirizzo del medico ligure e mi congedai. Non chiedermi cosa successe dopo, la sera, e come si svolse la partenza, perché ho un vuoto, un buco nero".

"Infatti non te lo chiedo, Carlo. Dimmi solo cosa successe durante il periodo a Camogli". Erano ormai le 19,30, Maria ancora non era uscito dall"ufficio. Quel giorno doveva arrivare il tecnico della stampante, e la segretaria sarebbe rimasta fino alle 20 ad aspettarlo.

"I primi giorni rimasi bloccato a letto. Mi svegliavo verso le 10, facevo colazione con quello che trovavo in camera, e poi ritornavo a distendermi. Sfogliavo in modo distratto un libro o il giornale locale. Altre volte le cose andavano leggermente meglio: mi imponevo di fare qualche passeggiata, a pranzo andavo a mangiare il pesce sul lungomare, poi leggevo le poesie di Alda Merini e fumavo un sigaro. Non potevo dire di essere felice, ma mi sembrava di nutrire qualche speranza, che naufragava il giorno dopo, quando di nuovo non riuscivo ad alzarmi dal letto. Le ore diventavano lunghissime, di piombo".

"E" stato a Camogli che hai scritto la lettera a Roberto, quella che l"altro giorno mi hai girato con lo scanner?"

"Sì. Era un pomeriggio d"agosto pieno di sole. Ero uscito dallo studio del dottor Capasso e dubitavo dell"utilità di quegli incontri. Mi sembrava quasi di presentarmi all"appuntamento per un gesto di cortesia, per un innato senso del dovere. Ma forse anche questo faceva parte della terapia. Ero uscito e cercavo di immaginarmi qualcosa che potesse togliermi quella patina, quella gelatina che mi avvolgeva, che mi rendeva tutto poco interessante. Mentre passavo in rassegna le cose da fare, ebbi un sussulto di gioia pensando ad una lettera che avrei potuto scrivere a Roberto. Non sapevo bene cosa avrei scritto, ma mi eccitava il fatto di rivolgermi a lui. Sarebbe stato un modo per parlargli di me, per fargli sapere come stavo, che ancora esistevo. Lo amavo, Publio, lo amo".

"E così hai scritto la lettera, in cui parli di 20.000 coltellate che hai subìto, che corrispondono a 20.000 euro di risarcimento dei danni. Certo che avresti potuto contattarmi, ne avremmo parlato. Hai mischiato i sentimenti, un linguaggio altisonante con una richiesta risarcitoria".

"Linguaggio altisonante? Mi sembrava di essere stato così dimesso rispetto all"inferno che avrei voluto tirare fuori. E comunque, lo avrai letto, non gli ho chiesto solo i danni, ma ho specificato che avrebbe dovuto rispondere di tutte le conseguenze derivanti dal suo comportamento. Dai, ti piace la formuletta che ho utilizzato? Me l"ha suggerita Graziella, l"avevo sentita poco prima al telefono".

"Ah, così tu non solo non mi dici le tue intenzioni, ma ti fai suggerire da Graziella, che sarà bravissima a fare i mutui, ma non mi sembra un"esperta di diritto di famiglia".

"Sì, è vero, ma mi aveva chiamato per un saluto, ed ero così contento dall"idea della lettera. Non avrei immaginato, però, che Roberto mi avrebbe risposto, dopo neanche quattro giorni, attraverso un avvocato. Mi è arrivata una mail, in cui si precisava che la stessa lettera mi sarebbe giunta, per raccomandata, presso la residenza di Milano. Ma perché una raccomandata?"

"Lasciamo perdere, per ora, questo aspetto".

"Per un attimo, quando ho ricevuto la mail, ho pensato che ci potesse essere un gesto riparatore di Roberto, un suo pentimento. Proprio no, invece. Oltretutto quello stile, quel linguaggio strano, arcaico, quel burocratese. Che avvilimento. Rileggi tu la lettera, per favore, Publio, io non ci riesco".

"Sì, me la sono letta bene. L"avvocato, per conto del suo cliente, "contesta in fatto e diritto ogni pretesa avanzata ..." E poi, vediamo, cos"altro dice. Ecco, ti rileggo il passo in cui si afferma che "in ogni caso, l"unione civile non contempla alcun obbligo di fedeltà; pertanto la pretesa da Lei avanzata, se mai fosse dimostrata, non recherebbe alcuna conseguenza giuridica". Poi si passa al contrattacco, amico mio: "si rappresenta, peraltro, come Ella si sia allontanata, ingiustificatamente, dalla residenza dell"unione civile. La qual cosa non potrà non avere rilievo davanti alle autorità competenti, che saranno adite al fine di tutelare al meglio le ragioni e gli interessi del mio rappresentato". Nessun riferimento, ovviamente, ad Antonio".

"Certo, se il tradimento nell"unione civile non esiste non ha senso parlare di Antonio, della loro relazione fedifraga, del mio dolore, dello strazio che ho provato e che ancora provo. Non era questo che volevo quando mi sono sposato. Ci siamo giurati amore eterno, Publio: Roberto ed io ce lo siamo detti mille volte. Ma che razza di legge è mai questa, che calpesta la mia vita e mi considera un fantasma? Publio, cerca di capirmi, io non sto a chiedere se ho diritto o meno ad una somma di denaro per i danni che ho subìto, né se un giudice possa stabilire che la rottura del nostro matrimonio sia colpa di Roberto".

"Ah no …?" A Publio sembrò poco importante precisare che semmai si sarebbe dovuto discutere di separazione con addebito, non esistendo più la separazione per colpa.

"Sì, forse anche quello. In realtà io voglio capire se … non so più neanche cosa voglio Publio; voglio capire se i miei sentimenti sono privi di valore, se la mia vita è uno sbaglio, se il mio amore non aveva diritto di esistere".

Publio era accaldato, anche se fuori iniziava a nevicare. Nella stanza attigua c"era ancora Maria. Ester si stava preparando per la serata, mentre i bambini stavano sicuramente giocando a nascondino, correndo per la casa, seguiti dai rimproveri della mamma.

"Carlo, mi si prospetta proprio una bella serata, grazie a te. Mi dovrò studiare tutto, riflettere, pensare, soppesare, scrivere. Lunedì pomeriggio, verso le 18,30, torna in studio, e ne riparliamo".

"Sì, ma intanto cosa mi puoi dire, che ne pensi?"

"Per ora nulla, Carlo, vai via, andate tutti via, lasciatemi solo, devo lavorare".

Carlo sorrise, riconoscendo l"antica vemenza e la generosità del suo amico, che conosceva fin dai tempi del liceo. Publio non aveva più tempo per parlare, doveva concentrarsi, rimanere solo. C"è un momento, quello più importante, in cui l"avvocato non può più ascoltare e deve rimanere solo. Gli amici si salutarono con un abbraccio affettuoso. Carlo uscì dalla stanza e non trovò Maria, che in quel momento era sulla terrazza a fumare una sigaretta. Si mise il cappotto verde ed uscì sfinito.

Publio si guardò intorno, come a capire da dove poteva iniziare. Decise allora di chiamare, con il suo interno, la sua segretaria, che rispose dopo qualche squillo, affrettandosi a riprendere la postazione: "Maria, chiama Ester, dille che devo rimanere in studio, dovrò lavorare fino a tardi".

"Avvocato, ma non ricorda? Questa sera avete la cena con il candidato sindaco, non può mancare".

"Candidato sindaco? Tanto si sa già chi vincerà le primarie ed anche chi diventerà sindaco".

"La sua signora questo pomeriggio è andata dal parrucchiere, sa. Lo so perché è anche il mio parrucchiere".

"Maria, per favore, mia moglie capirà".

"Va bene, avvocato. E" per quella questione del matrimonio uomosessuale del suo amico Carlo? Allora … le dirò che deve risolvere una pratica molto complessa, senza aggiungere altro".

"Ecco, brava, fai così, fai quello che vuoi".

Publio si sedette sulla sedia ed accese il computer, aveva bisogno del collegamento internet. Mentre aspettava, richiamò il numero interno: "Dica pure, avvocato".

"Maria, si dice omosessuali, non uomosessuali, non siamo mica in un film di Checco Zalone".

"Certo, avvocato, scusi: omosessuali".

Publio era concentrato. Per prima cosa, però, digitò su google le parole "spettatori film di Checco Zalone". L"ultimo film del comico pugliese era stata la pellicola più vista della storia del cinema italiano. Come mai? E quanti spettatori avevano avuto i film dei fratelli Taviani, di Ettore Scola, di Tornatore? Molti di meno?

Fuggì da questi pensieri, che lo avrebbero portato troppo lontano.

Iniziò a scrivere una parola, "lealtà". Da lì sarebbe partito il suo lungo ragionamento notturno …



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