Legislazione e Giurisprudenza, Danni non patrimoniali, disciplina -  Fabbricatore Alfonso - 2015-08-18

LEGGE PINTO E RISARCIMENTO DEL DANNO: NON CONTA IL VALORE DELLA CONTROVERSIA - Cass. 16315/15 - di A.F.

Cassazione, sez. VI Civile, 3 agosto 2015, n. 16315, Pres. Di Palma, Rel. Ragonesi


In tema di risarcimento del danno da irragionevole durata di un procedimento giudiziario ex legge Pinto (L. 24 marzo 2001, n. 89), la Cassazione stabilisce che non sia rilevante, ai fini dell"equa riparazione, il valore in sé della controversia ma esclusivamente il dato temporale. Oltretutto, premesso che il termine ragionevole di durata del processo, dal cui superamento deriva il diritto all'equa riparazione per il periodo eccedente, non può tradursi in formule aritmetiche fisse per determinate categorie di controversie o singole fasi del giudizio né è desumibile da dati di durata media ricavati da analisi statistiche, questo va dunque determinato caso per caso, in relazione allo svolgimento del singolo procedimento.

La sentenza in epigrafe affronta il caso di un procedimento civile instaurato nel marzo del 2005 e conclusosi nel novembre 2008, per una durata complessiva di 3 anni e 8 mesi circa, dunque ben oltre il termine di 3 anni determinato dalla Corte EDU per il procedimento di primo grado.        
Il Giudice di merito, secondo la S.C., non ha considerato adeguatamente la violazione del termine di circa 8 mesi, durata che non può considerarsi irrilevante, come si desume dalla motivazione della Corte territoriale che sostiene, in modo del tutto generico ed impreciso e con motivazione, quindi, insufficiente e carente, che il procedimento presupposto si sia protratto "per poco più di tre anni". Peraltro, la effettiva ratio decidendi della Corte d'Appello è stata quella concernente la modesta entità della posta in gioco:
tale motivazione non tiene conto dei più recenti orientamenti del Giudice della Nomofiliachia, secondo cui le situazioni concrete in cui le conseguenze pregiudizievoli, sotto il profilo della sofferenza psicologica della pendenza del processo, vanno escluse, sono quelle in cui il protrarsi del giudizio risponde ad un interesse della parte o questo è comunque destinato a produrre conseguenze che la parte percepisce a sé favorevoli (Cass 1338/04) mentre, più in generale, può dirsi che la piena consapevolezza nella parte processuale civile della infondatezza delle proprie istanze o della loro inammissibilità rende inesistente il danno non patrimoniale, perché tale consapevolezza fa venire meno l'ansia ed il malessere correlati all'incertezza della lite, essendo con gli stessi incompatibile (Cass, 11 dicembre 2002 n. 17650; Cass. 18 settembre 2003 n. 13741).
In assenza di tali situazioni particolari, da rilevarsi con idonea motivazione nel caso concreto, il danno non patrimoniale non può essere negato alla persona che ha visto violato il proprio diritto alla durata ragionevole del processo ed ha perciò subito l'afflizione causata dall'esorbitante attesa della decisione (Cass 1338/05).
In particolare questa Corte ha rilevato che la modestia della posta in gioco, se talvolta può indurre a ritenere la sussistenza di un patimento psicologico più contenuto, non vale ad escludere la sussistenza di quest'ultimo (Cass. 12242/09).
Deve, pertanto, ritenersi che la pur rilevata modestia del valore economico della controversia non possa costituire valida ragione per escludere il patimento psicologico che giustifica l'equa riparazione.



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