Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2015-02-17

LESIONI DA MORSO DI CANE, MA LA PROVA E' CARENTE - Cass. pen. 3460/15 - A.G.

L'imputata era stata accusata di aver colposamente provocato lesioni alla parte civile, nel senso di aver male custodito il proprio cane pitbull che, lasciato libero, avrebbe poi aggredito il cane della persona offesa, la quale, nel tentativo di difendere il cane, sarebbe stata poi morsa dal pitbull, riportando lesioni personali e 10 giorni di prognosi.

Il giudice di pace aveva assolto l'imputata, così come il Tribunale aveva confermato a seguito dell'appello della parte civile.

Non paga, la parte civile ha proposto ricorso in Cassazione che, tuttavia, ha ritenuto che la sentenza impugnata fosse immune da vizi, in quanto i giudici del merito avevano dato atto "della mancata acquisizione di alcuna prova certa in ordine alla circostanza della riconducibilità" in capo all'imputata "della responsabilità del cane di razza pitbull autore dell'aggressione e delle lesioni ai danni della persona offesa".

Sull'argomento, di recente, su questa Rivista, "LESIONI DA MORSO DI CANE: RESPONSABILE IL PROPRIETARIO/DETENTORE" - Cass. pen. 44792/14, 1.2.2015.

Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 19-12-2014) 26-01-2015, n. 3460

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROMIS Vincenzo - Presidente -

Dott. MARINELLI Felicetta - Consigliere -

Dott. DOVERE Salvatore - Consigliere -

Dott. SERRAO Eugenia - Consigliere -

Dott. DELL'UTRI Marco - rel. Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

C.L. n. il (OMISSIS) nei confronti di:

E.M.L. n. il (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 7/2012 pronunciata dal Tribunale di Torre Annunziata, sezione dist. di Castellammare di Stabia, il 12/4/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita nell'udienza pubblica del 19/12/2014 la relazione fatta dal Cons. dott. Marco Dell'Utri;

udito il Procuratore Generale, in persona del dott. M.G. Fodaroni, che ha concluso per l'annullamento con rinvio;

udito per la parte civile l'avv.to M. Petrolo del foro di Roma, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza resa in data 12/4/2013, pronunciata su appello della sola parte civile, il Tribunale di Torre Annunziata, sezione distaccata di Castellammare di Stabia, ha confermato la sentenza in data 12/6/2012 con la quale il Giudice di pace di Castellammare di Stabia ha assolto E.M.L. dall'imputazione di lesioni colpose provocate, ai danni di C.L., in (OMISSIS).

All'imputata, era stata originariamente contestata la condotta colposa consistita nell'omessa custodia del proprio cane di razza pitbull, con la conseguenza che lo stesso, lasciato libero, aveva aggredito il cane della persona offesa che, nel tentativo di difenderlo, era stata morsa dal pitbull, riportando lesioni personali dalle quali era derivata una malattia con prognosi superiore a 10 giorni.

Nel pronunciare l'assoluzione dell'imputata, i giudici del merito hanno dato atto della mancata acquisizione di alcuna prova certa in ordine alla circostanza della riconducibilità, alla E., della responsabilità del cane di razza pitbull autore dell'aggressione e delle lesioni ai danni della persona offesa.

2. Avverso la sentenza d'appello, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione la persona offesa C.L., dolendosi della violazione di legge e del vizio di motivazione in cui sarebbe incorsa la sentenza d'appello nella parte in cui ha erroneamente omesso di disporre la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale (con particolare riguardo all'audizione della persona offesa), sul falso presupposto dell'esistenza di un preteso accordo delle parti in ordine all'acquisizione delle prove assunte nel corso delle indagini preliminari, nella specie limitato alle sole dichiarazioni preliminari rese dai testi relativi alla lista del pubblico ministero.

Sotto altro profilo, la ricorrente censura la sentenza impugnata, per vizio di motivazione, essendosi il giudice d'appello complessivamente limitato a condividere il discorso giustificativo dettato dal primo giudice, senza considerare le argomentazioni introdotte con l'atto d'appello circa il racconto fornito dalla persona offesa, segnatamente nella parte in cui ha attestato l'avvenuta espressa assunzione, da parte dell'imputata, della responsabilità di quanto accaduto, con la conseguente implicita ammissione della proprietà del cane: racconto, per altro verso confermato dalle dichiarazioni degli altri testi acquisite agli atti del giudizio.

Motivi della decisione

3. Il ricorso è infondato.

Osserva il collegio come, diversamente da quanto sostenuto dall'odierna ricorrente, il tribunale ha ritenuto la non indispensabilità della rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, sul presupposto della ritenuta sufficienza degli atti acquisiti ai fini della decisione, tenuto altresì conto dell'avvenuta acquisizione al fascicolo del dibattimento, sull'accordo delle parti, degli atti delle indagini preliminari.

In thema, vale richiamare il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, ai sensi del quale il giudice d'appello ha l'obbligo di motivare espressamente sulla richiesta di rinnovazione del dibattimento solo nel caso di suo accoglimento, laddove, ove ritenga di respingerla, può anche motivarne implicitamente il rigetto, evidenziando la sussistenza di elementi sufficienti ad affermare o negare la responsabilità del reo (cfr., ex plurimis, Sez. 6, Sentenza n. 11907 del 13/12/2013, Rv. 259893).

Quanto alle restanti censure relative ai pretesi vizi motivazionali della sentenza impugnata, occorre rilevare come il tribunale abbia ritualmente ritenuto di condividere la valutazione operata dal giudice di pace in ordine alla sostanziale inattendibilità delle dichiarazioni rese dalla persona offesa, C.L., richiamando sul punto l'adeguata e coerente giustificazione fatta propria dal primo giudice, che lo stesso tribunale ha ritenuto idonea a dar conto dei risultati acquisiti e dei criteri adottati.

Sul punto, è appena il caso di richiamare il consolidato insegnamento di questa corte di legittimità, in forza del quale, qualora il giudice d'appello abbia esaminato le censure proposte dall'appellante con criteri omogenei a quelli usati dal primo giudice e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese e ai fondamentali passaggi logico-giuridici della decisione (come puntualmente avvenuto nel caso di specie), le sentenze di primo e di secondo grado devono ritenersi tali da costituire, saldandosi tra loro, un unico complesso motivazionale, destinato a concorrere unitariamente alla giustificazione delle decisioni adottate con riguardo alla responsabilità dell'imputato e al trattamento sanzionatorio allo stesso inflitto (cfr. Cass., Sez. 3, n. 13926/2011, Rv. 252615; Cass., Sez. 3, n. 10163/2002, Rv. 221116).

Sotto altro profilo, osserva il collegio come, attraverso l'odierna impugnazione, la ricorrente si sia limitata a prospettare unicamente una diversa lettura delle risultanze istruttorie acquisite, in difformità dalla complessiva ricostruzione dei giudici di merito, deducendo i soli elementi astrattamente idonei a supportare la propria alternativa rappresentazione del fatto, senza tuttavia farsi carico della complessiva riconfigurazione della vicenda oggetto di giudizio sulla base di tutti gli elementi istruttori raccolti, che, viceversa, i giudici del merito hanno valutato con adeguata coerenza logica e linearità argomentativa.

Al riguardo, è appena il caso di richiamare il consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimità, ai sensi del quale la modificazione dell'art. 606 c.p.p., lett. e), introdotta dalla L. n. 46 del 2006, consente la deduzione del vizio del travisamento della prova là dove si contesti l'introduzione, nella motivazione, di un'informazione rilevante che non esiste nel processo, ovvero si ometta la valutazione di una prova decisiva ai fini della pronuncia.

Il sindacato della corte di cassazione rimane tuttavia quello di sola legittimità, sì che continua a esulare dai poteri della stessa quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, una volta riscontrata la coerente e logica ricostruzione operatane dal giudice di merito (v., ex multis, Cass., Sez. 2, n. 23419/2007, Rv. 236893).

Da ciò consegue che gli "altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame" menzionati dal testo vigente dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), non possono che essere quelli concernenti fatti decisivi che, se convenientemente valutati anche in relazione all'intero contesto probatorio, avrebbero potuto determinare una soluzione diversa da quella adottata, rimanendo esclusa la possibilità che la verifica sulla correttezza e completezza della motivazione si tramuti in una nuova valutazione delle risultanze acquisite, da contrapporre a quella effettuata dal giudice di merito (Cass., Sez. 4, n. 35683/2007, Rv. 237652).

4. Sulla base delle argomentazioni che precedono, rilevata l'infondatezza dei motivi di doglianza prospettati dall'odierna parte civile, dev'essere disposto il rigetto del ricorso, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

la Corte Suprema di Cassazione, rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 19 dicembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 26 gennaio 2015



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