Legislazione e Giurisprudenza, Autodeterminazione -  Campagnoli Maria Cristina  - 2013-08-18

LETEROLOGA TORNA A FAR DISCUTERE CON UN DÉJÀ VU - TRIB. CATANIA ORD. 13/4/2013 - Maria Cristina CAMPAGNOLI

Il fatto – Due coniugi – con ricorso ex art. 700 c.p.c. adivano la competente autorità giudiziaria instando affinché venisse "autorizzato" l"accesso alle tecniche di fecondazione assistita eterologa, deducendo – nella fattispecie - di essere una coppia infertile, ai sensi della Legge 19 febbraio 2004, n. 40, essendosi accertata, per la partner femminile, una sterilità assoluta causata da una menopausa precoce. Del resto, secondo i ricorrenti stessi, la domanda formulata era, dunque, da ritenersi passibile di accoglimento, ritenuto che l"accesso alla tecnica di fecondazione eterologa era da considerasi l"unico rimedio terapeutico idoneo ed efficace a rimuovere la causa di sterilità e/o di infertilità; pertanto, pienamente sussistenti erano, di conseguenza, i requisiti del fumus boni iuris e del periculum in mora.

L"evoluzione normativa che ha caratterizzato la P.M.A. ed il contributo della giurisprudenza nazionale – Anzitutto e, come é noto, il precitato art. 4 ex lege n. 40/2004 dispone che per poter accedere alle cd. "tecniche di P.M.A." sia indispensabile essere affetti da "sterilità" o da "infertilità", da intendersi – rispettivamente – tanto nell"incapacità (anche potenziale) dei gameti di un individuo di innescare un meccanismo fecondativo, quanto nell"incapacità di portare a termine un processo di fecondazione regolarmente iniziato; un" "interpretazione", questa, ritenuta – peraltro - corretta dalle "Linee guida" del testo legislativo, al punto che si é giunti ad affermare che i due termini (infertilità e sterilità) possano essere utilizzati come sinonimi. Non a caso, già dal 2012 (in adempimento a quanto previsto nell"art. 15 della legge n. 40/2004), il Ministero della salute non mancò di trasmettere al Parlamento una "Relazione sullo stato di attuazione della legge", dalla quale emerse come, a dispetto delle scelte di chiusura compiute dal legislatore del 2004, le ragioni della P.M.A. siano andate sempre più affermandosi e, ciò, per effetto sia dei progressi della scienza medica, sia dei reiterati interventi dei giudici italiani e sovranazionali. Un cenno é, altresì, meritato dal contributo offerto dalla giurisprudenza nazionale alla correzione di alcuni fondamentali snodi della normativa in parola. Di enorme rilievo é, in particolare, la sentenza della Corte Costituzionale n. 15/2009, mediante la quale la Corte stessa dichiarò illegittima (per contrasto con gli artt. 32 e 3 Cost.) le disposizioni della legge n. 40/2004 imponenti un rigido tetto numerico – tre – agli embrioni producibili nell"ambito di ciascun ciclo di trattamento di P.M.A.. Quanto, poi, alla giurisprudenza sovranazionale, una tappa recentissima nel complesso percorso della fecondazione assistita é rappresentata dalla sentenza con cui, la Corte Europea dei diritti dell"uomo ha ritenuto che la legge italiana, consentendo l"accesso ai trattamenti di P.M.A. alle sole coppie sterili ed infertili (art. 4, comma 1, ex lege n. 40/2004), violi – di fatto - il diritto al rispetto della vita privata e familiare di cui all"art. 8 CEDU.

I presupposti del ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita – L"art. 4 della legge n. 40/2004, sotto la generica rubrica "accesso alle tecniche" contiene una serie eterogenea di disposizioni; si ribadisce, infatti, quanto affermato dal legislatore in apertura del provvedimento in commento, laddove – nell"esporre le finalità – individua nella P.M.A. lo strumento per la "soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana", aggiungendo subito dopo che "il ricorso alla procreazione medicalmente assistita é consentita qualora non vi siano altri metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità ed infertilità" (art. 1, commi 1 e 2). Le metodiche in questione sono, dunque, messe a disposizione di soggetti che per cause "patologiche, psicologiche, ambientali e sociali" (art. 2) (non, quindi, per il naturale processo biologico di invecchiamento) non sono in grado di generare, concepire o portare a termine la gravidanza. In più, le tecniche de quibus vengono connotate dal carattere della residualità, nel senso che esse devono rappresentare l"extrema ratio cui ricorrere solo quando tutti gli altri strumenti terapeutici contro la sterilità o la infertilità risultano inutili. Orbene, se non è censurabile l"opzione legislativa di ascrivere alle metodiche procreative in esame il connotato della terapeuticità e, così, di escludere soggetti sani dal ricorso in parola, alcuni dubbi sono sollevati dalla mancata considerazione di ipotesi che pure avrebbero potuto essere ricondotte ad una complessiva ratio di tutela della salute della persona umana. Ci si riferisce ai casi in cui la coppia che desidera avere un figlio non abbia problemi di sterilità ma sia, invece, portatrice di patologie genetiche trasmissibili al nascituro. Del resto e, tenuto conto che l"unico strumento di prevenzione della nascita di un feto malato, nell"attuale contesto ordinamentale, é l"aborto terapeutico, riconoscere ai soggetti portatori di malattie genetiche trasmissibili l"accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita avrebbe significato permettere – tramite la fecondazione in vitro – una diagnosi pre-impianto in modo da selezionare gli embrioni malati e scortarli, trasferendo in utero quelli sani, così evitando alla donna che non se la sentisse di far nascere un bimbo malato la traumatica esperienza dell"aborto.

L"organo accertativo – Poiché il testo di legge parla di "atto medico" senza aggiungere ulteriori indicazioni, ci si chiede se le condizioni psico-fisiche dei richiedenti l"accesso alla procreazione medicalmente assistita possono essere certificate da qualunque medico o, viceversa, debbano necessariamente essere valutate dai centri autorizzati. A favore della prima soluzione potrebbe deporre la considerazione che il legislatore nomina e regolamenta le strutture autorizzate sempre e solo con riferimento agli "interventi" di P.M.A. e, dunque, nella fase operativa del procedimento.

I requisiti soggettivi di accesso alle tecniche di P.M.A. – Il successivo art. 5 della legge n. 40/2004 dedicato ai requisiti soggettivi dei richiedenti l"applicazione delle tecniche in argomento, si apre con un richiamo all"articolo immediatamente precedente, il quale – difatti – più che un requisito enuncia un presupposto fondamentale di accesso, ovvero la sterilità o l"infertilità del destinatario della procedura. Un richiamo, questo, giustificato dal fatto che essendo la sterilità o l"infertilità una condizione personale, il legislatore ha – perciò – voluto ricomprenderle per rinvio anche tra i requisiti soggettivi. Ciò nondimeno, mentre sulla limitazione del ricorso alla procreazione assistita alle sole ipotesi di impossibilità di riproduzione naturale le opinioni sono sostanzialmente favorevoli, le ulteriori condizioni soggettive previste dall"art. 5 non incontrano affatto l"unanimità dei consensi, perpetrandosi – così - le querelles da tempo accese nell"ambito della dottrina.



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