Legislazione e Giurisprudenza, Libertà costituzionali -  Peron Sabrina - 2014-01-17

LIBERTA DI STAMPA, SEQUESTRO E CONDANNA PER LITE TEMERARIA - T. MILANO (ord.) 2013 – Sabrina PERON

L"ordinanza del Tribunale di Milano che qui si pubblica, trae origine da un ricorso ex art. 700 c.p.c. con il quale si chiedeva al Giudicante di inibire la pubblicizzazione, la commercializzazione e la vendita di un volume del quale si lamentava il contenuto diffamatorio a danno del ricorrente. In particolare il ricorrente lamentava errori, imprecisioni e suggestivi accostamenti che, a suo dire, rendevano la notizia falsa.

Il Tribunale di Milano nel procedere alla decisione ha anzitutto esaminato il contenuto del R.D.lgs 562/1946, il quale all"art. 1 stabilisce che «non si può procedere al sequestro della edizione dei giornali o di qualsiasi altra pubblicazione o stampato (…) se non in virtù di una sentenza irrevocabile dell"autorità giudiziaria». Tale previsione normativa va coordinata con l"art. 21, 3 comma, Cost. il quale sancisce che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure e che «si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili».

Per giurisprudenza costante tale previsione costituzionale «copre l"intera area del sequestro, qualunque sia il contrapposto interesse col quale la stampa entra in collisione» (Corte Cost., 9.7.1970, n. 122, in Foro it., 1970, I, 2294) e «mira ad assicurare, contro ogni forma di censura, sia successiva che preventiva, la libera circolazione dell"attività di pensiero» (T. Napoli, 17.11.1992, in Dir. inf., 1998, 608). In definitiva, nel regolare il conflitto tra interesse al sequestro e interesse alla circolazione della stampa, si ritiene che l"art. 21, 3º comma, Cost. accordi una «indefettibile prevalenza al secondo, così ponendo un divieto a qualsiasi provvedimento, ivi compresi quelli del giudice civile a tutela dei diritti di sfruttamento di opera dell"ingegno, che comporti il sequestro dello stampato se non nei casi in cui la legge espressamente lo autorizzi e sempre che a mezzo dello stampato sia stato commesso un delitto» (T. Milano, 2611.1994, in AIDA, 1995, 556).

Sulla scorta di tali principi, anche di valore costituzionale, il Tribunale di Milano ha correttamente rilevato come con riferimento al provvedimento cautelare richiesto in via principale – diretto ad ottenere la cessazione della commercializzazione del libro - l"art. 700 c.p.c. non potesse «costituire la fonte del potere di concedere provvedimenti d"urgenza atipici idonei a determinare un effetto sostanzialmente corrispondente a quello del sequestro della stampa vietato, in particolare, dall"art. 21 Cost. che (…) lo consente solo con l"osservanza di limiti rigorosi (in tal senso, cfr. Tribunale di Milano, ord., 12.4.2012, Trib. Padova 1.10.2009, Trib. Roma 14.2.2008, Trib. Torino 14.5.2004, giurisprudenza di merito assolutamente prevalente rispetto alla pronuncia isolata richiamata dalla difesa del ricorrente)». Per tale ragione la domanda principale del ricorrente è stata rigettata.

Per inciso, si ricorda, invece, che secondo gli ultimi arresti giurisprudenziali è «legittimo il sequestro preventivo di un articolo pubblicato su un sito internet contenente espressioni ritenute lesive dell'onore e del decoro qualora la sua adozione sia giustificata da effettive necessità e da adeguate ragioni che si traducono nella sussistenza del "fumus commissi delicti" e del pericolo di aggravamento delle conseguenze del reato a cagione del mantenimento in rete delle predette espressioni; né, a tal fine, rileva l'assenza della "definitivamente accertata diffamatorietà", la quale è un requisito concernente, ex art. 1 comma 1 r.d.lg. n. 561 del 1946, soltanto il sequestro probatorio» (Cass., 10.01.2011, n. 7155, in Dir. inf., 2011, 2, 261). Nel caso invece di pubblicazioni on-line iscritte nel registro della stampa periodica, la giurisprudenza (al momento di merito) e alcune voci della dottrina, propendono per applicazione delle medesime guarentigie riconosciute alle testate cartacee (cfr. T. Padova, 1.10.2009, in Dir. inf., 2009, 772 con nota adesiva di CIMINO, Art. 21 della costituzione ed i limiti al sequestro dei contenuti (multimediali) nelle pubblicazioni telematiche e nei prodotti editoriali) e ciò in forza dell"equiparazione tra la pubblicazione cartacea e quella informatica operata dall"art. 1 L. 62/2001 (non così invece per le pubblicazioni on-line che abbiano optato per la non iscrizione nel registro della stampa periodica).

Tanto premesso, il Giudice ambrosiano ha comunque ritenuto di dover procedere all"esame del merito della domanda del ricorrente nella parte in cui veniva richiesta l"adozione di provvedimenti cautelari atipici «intesi a far cessare temporaneamente o a contenere il pregiudizio che deriva a terzi da una pubblicazione» diffamatoria (nel caso esaminato si chiedeva che la commercializzazione del libro venisse subordinata all"adozione di opportune cautele quali, ad esempio, l"aggiunta di note di testo).

Nel merito la domanda è stata tuttavia ritenuta infondata per carenza sia del fumus boni iuris che del periculum in mora (requisiti imprescindibili di ogni provvedimento cautelare in via d"urgenza).

Con riguardo fumus boni iuris¸ il Tribunale ha operato un (sia pur sommario considerata la sede) bilanciamento tra i diritti asseritamente lesi e la libertà di informazione che può considerarsi legittima allorché ricorrano i ben noti presupposti di verità, continenza ed interesse pubblico.

Nel caso di specie considerato che si trattava di valutare la legittimità di alcune espressioni critiche, il tribunale ha correttamene osservato: che «la critica va sottratta ad un rigoroso vaglio circa la verità di fatti, comportamenti ed opinioni su cui essa si appunta, doveroso invece in relazione all"esercizio della cronaca giornalistica» (cfr. Cass., 28.10.2010, n. 4938, in Ced Cass., rv. 249239); che «non sussiste una generica prevalenza del diritto all"onore sul diritto di critica, in quanto ogni critica alla persona può incidere sulla sua reputazione, e del resto negare il diritto di critica solo perché lesivo della reputazione di taluno significherebbe negare il diritto di libera manifestazione del pensiero; pertanto, il diritto di critica può essere esercitato anche mediante espressioni lesive della reputazione altrui, purché esse siano strumento di manifestazione di un ragionato dissenso e non si risolvano in una gratuita aggressione distruttiva dell"onore» (cfr. Cass., 22.03.2012, n. 4545, in Mass., 2012, 260).

Nelle coordinate dettate da tali principi, il Giudice ambrosiano ha ritenuto che le espressioni contenute nel libro non fossero tali da escludere la corrispondenza tra la narrazione ed i fatti realmente accaduti. Ha inoltre ritenuto che lo stile dell"autore, anche se sarcastico, , potesse ritenersi strumentale alla manifestazione della sua opinione e del suo duro giudizio critico relativo a fati gravi e di indiscusso interesse pubblico.

A fronte della palese insussistenza del requisito del fumus boni iuris (che ha quindi reso superfluo l"esame del periculum in mora), il Tribunale di Milano ha ritenuto che per la fattispecie sottoposta al suo esame sussistessero i presupposti per una condanna ai sensi dell"art. 96, comma 3, c.p.c. ("in ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell'art. 91, il giudice, anche d'ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinati").

In via generale si ritiene che i presupposti per una condanna ex art. 96, comma 3, c.p.c., possano rinvenirsi: nella totale soccombenza della parte (cfr. da ultimo, Cass., 02.08.2013, n. 19583 e T. Milano, 28.11.2012, in Jus Explorer Giufrè); nella mala fede o nella colpa grave, con cui si è agito o resistito in giudizio.

Osserva a tale ultimo proposito la Corte di Cassazione che «la condanna al pagamento della somma equitativamente determinata, ai sensi del 3 comma dell"art. 96 c.p.c. presuppone l"accertamento della mala fede o colpa grave della parte soccombente, non solo perché la relativa previsione è inserita nella disciplina della responsabilità aggravata, ma anche perché agire in giudizio per far valere una pretesa che si rivela infondata non è condotta di per sé rimproverabile» (Cass., 30.11.2012, n. 21570, in Mass., 2012, 828. Si veda altresì Cass.,11.04.2013, n. 8913, in Mass. 2013, 292, «la condanna al risarcimento dei danni da responsabilità processuale aggravata per la trascrizione di una domanda giudiziale, ai sensi dell"art. 96, 2º comma, c.p.c., presuppone l"accertamento dell"inesistenza del diritto oggetto di quest"ultima, nonché l"inosservanza da parte dell"attore della prudenza tipica dell"uomo di media diligenza; ne consegue che il giudice, investito dell"istanza della parte danneggiata, non può pronunciare su di essa se non abbia preventivamente deciso le questioni di merito attinenti al grado di fondatezza della domanda»).

Si ritiene difatti, che la modifica apportata all"art. 96 c.p.c., con l"inserimento dell"attuale terzo comma, sia stato «introdotto nell"ordinamento processuale civile una pena pecuniaria, indipendente dalla domanda di parte e dalla prova del danno causalmente derivato alla condotta processuale dell"avversario ma, viceversa, dipendente dall"accertamento della rimproverabilità del comportamento della parte perdente in termini di dolo o colpa grave» (così Cass., 30.07.2010, n. 17902, in Mass., 2010, 843. Si veda anche T. Bari, 28.04.2011, in Foro it., 2011, I, 2171).

Secondo il Tribunale di Milano (che cita in proposito alcuni precedenti di merito) questa nuova previsione normativa sarebbe «una forma di danno punitivo per scoraggiare l"abuso del processo (Tribunale di Roma, sez. XI civile, sentenza 11 gennaio 2010) e preservare la funzionalità del sistema giustizia (Trib. Prato 6 novembre 2009, Trib. Milano 29 agosto 2009), traducendosi, dunque, in "una sanzione d"ufficio" (Tribunale di Roma, sez. distaccata di Ostia, sentenza 9 dicembre 2010)».

In particolare la giurisprudenza di merito ha rilevato come la condanna di cui al 3º comma dell"art. 96 c.p.c. avrebbe una «duplice funzione, sanzionatoria e risarcitoria; la funzione sanzionatoria è assicurata dalla (possibile) officiosità della condanna e dal fatto che può essere pronunciata in assenza di qualsiasi prova di un danno effettivo; la funzione risarcitoria è, invece, perseguita in sede di liquidazione della somma, proprio agganciando la quantificazione ai criteri utilizzati per indennizzare il pregiudizio (sia pure presunto) subìto dalla parte vittoriosa per aver dovuto agire o resistere in giudizio» (T. Piacenza, 07.12.2010, in Dvd Foro it.).

Ciò posto, nell"ordinanza che qui si pubblica, gli elementi dal quale è stata ricavata l"evidente colpa grave sono stati: l"aver richiesto un provvedimento cautelare a fronte «della consolidata giurisprudenza relativa all"inammissibilità di ricorsi cautelari volti ad ottenere provvedimenti di contenuto sostanzialmente corrispondenti al sequestro della stampa»; la verità dei fatti narrati nel libro e l"obiettivo interesse pubblico alla conoscenza degli stessi; l"inesistenza del diritto vantato; l"allungamento del tempo generale nella trattazione dei processi (causato dalla proposizione di una causa solo strumentale); il danno provocato ai convenuti (consistente nella necessità di una difesa in un giudizio civile, con costi non indifferenti, nel ritardo per l"accertamento della verità e per le evidenti conseguenze relative all"incertezza della soluzione).

Con riferimento invece ai criteri per la determinazione della condanna ex art. 96, comma 3, c.p.c., poiché la norma «non fissa alcun limite quantitativo, né massimo, né minimo», la determinazione giudiziale dovrà «solo osservare il criterio equitativo» (Cass., 30.11.2012, n. 21570, in Mass., 2012, 828).

Nell"ordinanza che qui si pubblica, il Tribunale di Milano ha utilizzato il criterio già adottato dal Tribunale di Modena (cfr. T. Modena, 15.02.2013, n. 217 e T. Modena, 06.12.2012, in Ius Explorer), ossia: «il parametro fissato dall'art. 2 bis l. n. 89 del 2011 recentemente innovata (dal d.l. n. 83 del 2012, convertito con modificazioni nella l. 7 agosto 2012, n. 134) che fissa quale criterio applicativo di equa riparazione quello di un importo pecuniario compreso tra euro 500 ed 1500 di durata eccedente il termine di ragionevole durata processuale. In questa determinazione assume rilevanza particolare il comportamento assunto dalle parti, la natura degli interessi coinvolti ed il valore, oltre che la rilevanza della causa (cfr. art. 2 bis, 2 comma, l. cit.)». Facendo applicazione di tali parametri il Tribunale di Milano ha determinato la condanna nella misura di € 1.000,00 a favore di ciascuno dei convenuti.

Il criterio suggerito dal Tribunale di Milano è sicuramente interessante, anche perché ne consente la calibrazione in conformità al limite della ragionevolezza richiesto dalla Suprema Corte (cfr. Cass., 30.11.2012, n. 21570, in Mass., 2012, 828).

Per completezza si osserva che un altro criterio di determinazione della condanna, come suggerito dalla Corte di Cassazione, potrebbero essere la calibrazione della stessa «sull'importo delle spese processuali o un loro multiplo» (Cass., 30.11.2012, n. 21570, ult cit.) e fermo restando il limite della ragionevolezza.

Al riguardo una recentissima sentenza del Tribunale di Napoli ha ritenuto che il quantum debeatur non «potesse che essere l'importo liquidato ai sensi dell'art. 91 comma 1 c.p.c. in favore della parte vittoriosa per le spese di giudizio, sul quale innestare una valutazione basata sul grado e sull'intensità della colpevolezza, vale a dire sul presupposto soggettivo necessario per l'applicazione della sanzione, nonché sulla durata del processo e sul valore della controversia, tenuto conto sempre di tutti gli interessi, pubblici e privati, parimenti tutelati dalla norma, trattandosi di interessi che rilevano anche nella fase liquidatoria, e quindi della funzione della norma, che deve essere garantita nella sua effettività; che una volta determinata la base di partenza, ai fini della individuazione della somma finale, posto che la norma non prevede un tetto massimo, occorre fare riferimento alla funzione della fattispecie da essa disciplinata e della linea di tendenza proseguita dal legislatore anche con l'introduzione del nuovo comma 2 dell'art. 283 c.p.c.» (T. Napoli, 07.01.2014, in Ius Explorer).



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