Legislazione e Giurisprudenza, Licenziamento -  Simona Arcangeli - 2016-02-29

LICENZIAMENTO: E' POSSIBILE ECCEPIRE LA TARDIVITA' DEL RECESSO DATORIALE?-Cass. 3645/16 - Simona ARCANGELI

La tardiva intimazione del licenziamento per superamento del periodo di comporto non può essere interpretata quale rinuncia ad esercitare tale facoltà da parte del datore di lavoro.

La vicenda trae origine dal ricorso proposto da un lavoratore che, invocando l"art. 40 del CCNL industria chimica, applicabile al rapporto di lavoro oggetto della controversia, impugnava il licenziamento intimato per superamento del periodo di comporto (periodo massimo di assenza dal lavoro per malattia) eccependone la tardività, in quanto tale provvedimento era stato adottato dal datore di lavoro dopo 18 mesi dal compimento del numero massimo di assenze, fissato dal CCNL di settore in mesi dodici (in particolare, la norma prevede che l"impresa sia tenuta a garantire "al lavoratore non in prova la conservazione del posto secondo i seguenti termini: (…) mesi 12 per gli aventi anzianità di servizio oltre i 6 anni. (…). In caso di più assenze i periodi di conservazione del posto suindicati si intendono riferiti ad un arco temporale pari a 36 mesi").

Secondo la difesa prospettata dal ricorrente, il licenziamento sarebbe stato "viziato da tardività" in quanto la società avrebbe dovuto adottare il provvedimento espulsivo nell"immediatezza del compimento del termine di dodici mesi: il protrarsi dell"inerzia del datore di lavoro per un lungo periodo (diciotto mesi) sarebbe da interpretarsi quale espressione della volontà di rinunciare ad avvalersi della facoltà di recesso e quale manifestazione tacita dell"intenzione di proseguire il rapporto lavorativo;  la norma, infatti, nel prevedere che "in caso di più assenze i periodi di conservazione del posto suindicati si intendono riferiti ad un arco temporale pari a 36 mesi", non impone di attendere la scadenza dei tre anni, per cui, ove i dodici mesi maturino prima del triennio, il datore di lavoro è senz'altro legittimato a recedere immediatamente dal rapporto.

Ad avviso del ricorrente, inoltre, il mancato preavviso dell"imminente superamento del periodo di comporto stabilito dal CCNL di settore e della facoltà di richiedere un periodo di aspettativa costituiva violazione del principio d buona fede contrattuale.

Secondo la tesi prospettata dal datore di lavoro l"intimazione del licenziamento era invece avvenuta nel rispetto di quanto previsto dalla contrattazione collettiva in quanto il CCNL, oltre a fissare il periodo di comporto in mesi dodici, conteneva altresì come termine di riferimento per il numero di assenza massime "un arco temporale pari a 36 mesi".

Alla luce di tale norma, la società aveva quindi ritenuto opportuno attendere che maturasse l'intero arco temporale di riferimento previsto dalle parti collettive ed aveva intimato il licenziamento subito dopo la scadenza del triennio.

Nel caso di specie sia il Tribunale che la Corte d"Appello di Trieste dichiaravano l"infondatezza dell"eccezione riguardante la tardività del licenziamento, rilevando come il datore di lavoro avesse atteso lo spirare del termine di trentasei mesi adottando "un canone di applicazione più cauto ed attento alle ragioni del dipendente". In particolare la Corte d"Appello escludeva che l'avere atteso la maturazione del triennio per intimare il licenziamento potesse essere interpretato come rinuncia ad avvalersi del comporto per sommatoria.

Occorre a questo punto rilevare che, secondo l"orientamento consolidato della Suprema Corte, "nel licenziamento per superamento del periodo di comporto il requisito della tempestività non può risolversi in un dato cronologico fisso e predeterminato, ma costituisce oggetto di una valutazione di congruità, (…) che il giudice di merito deve operare caso per caso, con riferimento all'intero contesto delle circostanze significative, mentre, per contro, il lavoratore è tenuto a provare che l'intervallo temporale tra il superamento del periodo di comporto e la comunicazione di recesso ha superato i limiti di adeguatezza e ragionevolezza, sì da far ritenere la sussistenza di una volontà tacita del datore di lavoro di rinunciare alla facoltà di recedere dal rapporto" (in tal senso, Cass. 15 settembre 2014 n. 19400 e Cass. 28 marzo 2011 n. 7037).

La Corte di Cassazione respingeva quindi il ricorso escludendo la configurabilità dell"eccepita tardività del licenziamento e della violazione dell"obbligo di buona fede contrattuale, chiarendo che, in mancanza di una specifica previsione contenuta nel CCNL di settore, il datore di lavoro non ha l"obbligo di comunicare al lavoratore l"approssimarsi della scadenza del periodo di comporto (Cass. 28 giugno 2006 n. 14891).

Cassazione civile, 24/02/2016 n. 3645

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di appello di Trieste ha respinto il reclamo L. n. 92 del 2012, ex art. 1, comma 58, proposto da M.R. avverso la sentenza del Tribunale di Pordenone che, confermando l'ordinanza emessa dallo stesso Tribunale all'esito della fase sommaria, aveva rigettato il ricorso del lavoratore, volto ad ottenere l'accertamento della "nullità, invalidità, illegittimità, annullabilità, ritorsività, inefficacia e antigiuridicità" del licenziamento intimato dalla OMISSIS con lettera del 16.2.2011.

La Corte ha innanzitutto premesso che il recesso era stato esercitato, ai sensi dell'art. 40 del CCNL, per superamento del periodo di comporto, in quanto le reiterate assenze, anche per malattia, effettuate nell'arco temporale di 36 mesi, erano risultate superiori al periodo di conservazione del posto di lavoro, pari a dodici mesi.

Ha escluso la eccepita tardività del licenziamento, rilevando che la società, "adottando un canone di applicazione più cauto ed attento alle ragioni del dipendente", aveva ritenuto di dovere attendere che maturasse l'intero arco temporale di riferimento previsto dalle parti collettive ed aveva intimato il licenziamento subito dopo la scadenza del triennio.

Ha, poi, ritenuto inammissibile il motivo di reclamo relativo alla asserita violazione della L. n. 604 del 1966, art. 2, poiché la questione non era stata prospettata nelle diverse fasi del giudizio di primo grado.

Alle medesime conclusioni la Corte territoriale è giunta in relazione alla asserita violazione della L. n. 604 del 1966, art. 3, ravvisata nella omessa comunicazione al dipendente, prima della maturazione del periodo di comporto, del numero delle assenze già raggiunto e della facoltà di richiedere un periodo di aspettativa.

Ha, comunque, evidenziato che il licenziamento ex art. 2110 c.c., si distingue da quello per giustificato motivo oggettivo, rispetto al quale ha natura peculiare ed autonoma, ed ha richiamato giurisprudenza di legittimità per escludere che il datore di lavoro avesse l'obbligo di preavvertire il M. della prossima scadenza del periodo di comporto. Infine la Corte territoriale ha escluso che il ricorrente avesse assolto all'onere della prova sullo stesso gravante in relazione alla asserita origine professionale della malattia che aveva determinato le assenze. Ha evidenziato la genericità delle prove addotte ed ha aggiunto che il consulente tecnico d'ufficio si era espresso solo in via ipotetica e possibilista.

Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso M.R. sulla base di sei motivi. La curatela del Fallimento della Euromembrane s.p.a. ha resistito con tempestivo controricorso.

  • Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1 - Con i primi quattro motivi di ricorso, formulati ai sensi dell'art. 360, nn. 3, 4 e 5, in relazione all'art. 40 del CCNL per gli addetti all'industria chimica, agli artt. 2110, 1362, 1363 e 1367 c.c., alla L. n. 604 del 1966, art. 2, nonchè agli artt. 112 e 414 c.p.c., e L. n. 92 del 2012, art. 1, commi 48, artt. 51 e 58, il ricorrente addebita, sostanzialmente, alla sentenza impugnata di avere erroneamente escluso la tardività del recesso, sebbene il periodo di comporto fosse spirato diciotto mesi prima della intimazione del licenziamento.

Rileva che la Corte territoriale avrebbe innanzitutto errato nella interpretazione dell'art. 40 del CCNL applicabile al rapporto, giacchè la norma pattizia, nel prevedere che "in caso di più assenze i periodi di conservazione del posto suindicati si intendono riferiti ad un arco temporale pari a 36 mesi", non impone di attendere la scadenza dei tre anni, per cui, ove i dodici mesi maturino prima del triennio, il datore di lavoro è senz'altro legittimato a recedere immediatamente dal rapporto. Ove ciò non avvenga, il protrarsi dell'inerzia non può che essere legittimamente interpretato come rinuncia ad avvalersi della facoltà di recesso.

La Corte di appello, pertanto, avrebbe errato nel non accertare il momento in cui il periodo di conservazione era definitivamente spirato, posto che detto accertamento risultava essere indispensabile ai fini della valutazione sulla sussistenza o meno della eccepita tardività.

Inoltre la Corte territoriale avrebbe dovuto considerare il tenore della lettera di licenziamento, nella quale la stessa società aveva fatto riferimento a 900 giorni totali di assenza "anche per malattia".

2 -1 motivi, da trattarsi congiuntamente perchè connessi, sono in parte inammissibili ed in parte infondati.

Per le sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo alla entrata in vigore della L. 7 agosto 2012, n. 134 (pubblicata sulla G.U. n. 187 dell'11.8.2012), di conversione del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, la motivazione è censurabile in sede di legittimità solo nella ipotesi di " omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti". Detto vizio, inoltre, non è denunciabile, per i giudizi di appello instaurati successivamente alla data sopra indicata (richiamato D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 2), qualora il fatto sia stato ricostruito nei medesimi termini dai giudici di primo e di secondo grado (art. 348 ter c.p.c., u.c.). La disposizione è applicabile anche al reclamo disciplinato dalla L. n. 92 del 2012, art. 1, commi da 58 a 60, che ha natura sostanziale di appello, dalla quale consegue la applicabilità della disciplina generale dettata per le impugnazioni dal codice di rito, se non espressamente derogata (in tal senso Cass. 29.10.2014 n. 23021).

Hanno osservato le Sezioni Unite di questa Corte (Cass. S.U. 22.9.2014 n. 19881 e Cass. S.U. 7.4.2014 n. 8053) che la ratio del recente intervento normativo è ben espressa dai lavori parlamentari lì dove si afferma che la riformulazione dell'art. 360 c.p.c., n. 5, ha la finalità di evitare l'abuso dei ricorsi per cassazione basati sul vizio di motivazione, non strettamente necessitati dai precetti costituzionali, e, quindi, di supportare la funzione nomofilattica propria della Corte di cassazione, quale giudice dello ius constitutionis e non dello ius litigatoris, se non nei limiti della violazione di legge. Il vizio di motivazione, quindi, rileva solo allorquando l'anomalia si tramuta in violazione della legge costituzionale, "in quanto attinente all'esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella "mancanza assoluta di motivi sotto l'aspetto materiale e grafico", nella "motivazione apparente", nel "contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili" e nella "motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile", esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di "sufficienza" della motivazione".

Nel caso di specie la Corte territoriale, che al pari del giudice di primo grado ha escluso la eccepita tardività del licenziamento, ha dato conto delle ragioni per le quali è pervenuta a detta conclusione, rilevando che, sebbene nella lettera di licenziamento fossero state indicate tutte le assenze, anche quelle non dovute a malattia, il recesso era stato esercitato in relazione alla previsione dell'art. 40 del CCNL e, quindi, per avvenuta scadenza del periodo di comporto. Ha, poi, aggiunto che non era ravvisabile l'eccepita tardività, in quanto la società aveva adottato "un canone di applicazione più cauto ed attento alle ragioni del dipendente", ritenendo di dovere attendere che spirasse l'arco temporale di 36 mesi, prima di avvalersi della facoltà di recesso.

La Corte, quindi, non ha fornito una propria interpretazione del dato contrattuale, ma ha ritenuto che nella specie il datore di lavoro avesse interpretato la disposizione in termini più favorevoli per il prestatore e da ciò ha poi fatto discendere l'infondatezza della eccezione di tardività.

Il secondo motivo, con il quale si censura la errata esegesi dell'art. 40 CCNL, non coglie l'effettiva ratio decidendi della sentenza impugnata e non svolge argomentazioni idonee a confutare il ragionamento posto alla base del decisum.

2.1 - Osserva, poi, il Collegio che, secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte, "nel licenziamento per superamento del periodo di comporto il requisito della tempestività non può risolversi in un dato cronologico fisso e predeterminato, ma costituisce oggetto di una valutazione di congruità, non sindacabile in cassazione ove adeguatamente motivata, che il giudice di merito deve operare caso per caso, con riferimento all'intero contesto delle circostanze significative, mentre, per contro, il lavoratore è tenuto a provare che l'intervallo temporale tra il superamento del periodo di comporto e la comunicazione di recesso ha superato i limiti di adeguatezza e ragionevolezza, sì da far ritenere la sussistenza di una volontà tacita del datore di lavoro di rinunciare alla facoltà di recedere dal rapporto". (Cass. 15 settembre 2014 n. 19400 e negli stessi termini Cass. 28 marzo 2011 n. 7037).

Nel caso di specie detta valutazione di congruità, non censurabile in questa sede per quanto si è detto sul limite posto al sindacato di legittimità sulla motivazione, è stata effettuata dalla Corte territoriale che ha escluso, valorizzando le diverse possibili opzioni ermeneutiche della normativa contrattuale, che l'avere atteso la maturazione del triennio per intimare il licenziamento, potesse essere interpretato come rinuncia ad avvalersi del comporto per sommatoria.

3 - Con il quinto motivo il ricorrente denuncia ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, l'omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione fra le parti, e la violazione della disciplina contrattuale e di legge (art. 40, lett. b), comma 26 CCNL, art. 2110 c.c., e art. 32 Cost.), perchè la Corte territoriale avrebbe errato nel ritenere che il datore di lavoro non avesse alcun obbligo di preavvertire il lavoratore della prossima scadenza del periodo di comporto.

Il motivo è inammissibile, per le medesime ragioni sopra evidenziate, nella parte in cui censura la motivazione della sentenza impugnata ed è infondato quanto alla eccepita violazione delle norme di diritto e delle disposizioni contrattuali.

Questa Corte ha già affermato che, tanto nel caso di una sola affezione continuata, quanto in quello del succedersi di diversi episodi morbosi (cosiddetta eccessiva morbilità), la risoluzione del rapporto costituisce la conseguenza di un caso di impossibilità parziale sopravvenuta dell'adempimento, in cui il dato dell'assenza dal lavoro per infermità ha una valenza puramente oggettiva. Non rileva, pertanto, la mancata conoscenza da parte del lavoratore del limite cosiddetto esterno del comporto e della durata complessiva delle malattie sicchè, in mancanza di un obbligo contrattuale in tal senso, non costituisce violazione da parte del datore di lavoro dei principi di correttezza e buona fede nella esecuzione del contratto la mancata comunicazione al lavoratore dell'approssimarsi del superamento del periodo di comporto (Cass. 28.6.2006 n. 14891).

Nel caso di specie il ricorrente invoca una disposizione contrattuale, ossia l'art. 40, comma 26, del CCNL, che non prevede l'obbligo della comunicazione ma solo la facoltà concessa al lavoratore di richiedere un periodo di aspettativa non retribuita e non computabile ai fini della maturazione del comporto, facoltà che nella specie, pacificamente, non è stata esercitata.

Rileva, inoltre, la Corte che l'asserito obbligo del datore di lavoro di comunicare di propria iniziativa l'approssimarsi della scadenza del periodo di conservazione del posto di lavoro, contrasta con quanto previsto sempre dall'art. 40 del CCNL nella parte in cui dispone che "l'impresa su richiesta del lavoratore interessato fornirà annualmente la situazione relativa al periodo di comporto".

L'obbligo della comunicazione, quindi, è stato subordinato dalle parti collettive alla previa richiesta di notizie da parte del dipendente, sicchè il M. avrebbe dovuto allegare e provare di avere inoltrato la richiesta stessa e di non avere avuto risposta.

4 - Infine con l'ultimo motivo di ricorso viene eccepita la "nullità della sentenza e del procedimento per violazione e falsa applicazione degli artt. 115, 116, 244, 246 e 254 c.p.c., in relazione alla prova su fatto controverso e decisivo in giudizio". Il ricorrente, inoltre, lamenta la violazione dell'art. 2697 c.c., per avere la Corte territoriale erroneamente ritenuto generiche le richieste istruttorie e per avere escluso che le assenze dipendessero, almeno in parte, da malattia professionale, nonostante le conclusioni rassegnate sul punto dal consulente tecnico d'ufficio.

Sostanzialmente il ricorrente si duole della mancata ammissione della prova testimoniale e della errata valutazione della consulenza tecnica d'ufficio. Entrambe le censure sono, quindi, riconducibili all'art. 360 c.p.c., n. 5, non già al n. 3 richiamato nella rubrica, sicchè le stesse incontrano i limiti di ammissibilità più volte richiamati.

Invero la giurisprudenza di questa Corte è consolidata nel ritenere che la mancata ammissione della prova testimoniale può essere denunciata in sede di legittimità per vizio di motivazione in ordine alla attitudine dimostrativa di circostanze rilevanti ai fini del decidere (Cass. 8.1.2015 n. 66). E' stato anche evidenziato che l'istanza istruttoria non esaminata o non ammessa deve essere attinente a circostanze che, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, avrebbero potuto indurre ad una decisione diversa da quella adottata (Cass. 23.2.2009 n. 4369).

Detto orientamento, formatosi nella vigenza dell'art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo antecedente alla modifica apportata dal D.L. n. 83 del 2012, a maggior ragione deve essere oggi ribadito, giacchè è configurabile l'omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio solo qualora il fatto storico abbia, appunto, carattere di assoluta decisività.

Nel caso di specie la Corte territoriale ha esaminato le istanze istruttorie e le ha ritenute inammissibili per la genericità dei capitoli di prova e per il carattere esplorativo delle ulteriori richieste, evidenziando anche che non era stata prodotta certificazione alcuna attestante la asserita derivazione della malattia dalle caratteristiche della attività lavorativa svolta.

Quanto poi alla consulenza tecnica d'ufficio la Corte di Appello ha evidenziato che il consulente si era espresso solo "in via ipotetica e possibilistica". Il ricorrente ha contestato detta valutazione ma si è limitato a trascrivere nel ricorso le sole conclusioni (nelle quali, tra l'altro, si fa riferimento ad una stima "approssimativa"), senza indicare compiutamente, trascrivendole eventuale in ricorso, le ragioni per le quali l'ausiliare era pervenuto a ritenere sussistente l'asserito nesso causale fra l'attività lavorativa e l'insorgenza della malattia. Il motivo è, quindi, inammissibile anche perchè formulato senza il necessario rispetto degli oneri imposti dall'art. 366 c.p.c., n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4.

Sussistono, pertanto, plurime ragioni di inammissibilità.

5 - Il ricorso deve dunque essere respinto. La novità delle questioni di rito e la peculiarità della vicenda, caratterizzata da incertezze indotte sia dal tenore della lettera di licenziamento, sia dalla normativa contrattuale applicabile, giustificano l'integrale compensazione fra le parti delle spese del giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve darsi atto della ricorrenza delle condizioni previste dalla legge per il raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Compensa integralmente fra le parti le spese del giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 10 dicembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 24 febbraio 2016



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